“Come aiutare i ragazzi ad aiutare se stessi” di Perry Good

“Come aiutare i ragazzi ad aiutare se stessi” di Perry Good

Recensione di Lina Mazzotti

come aiutare i ragazzi ad aiutare se stessi

Il libro solleva molte domande sul tema dell’aiuto verso i ragazzi e su che cosa dovrebbero fare gli adulti. È necessario capire cos’è il vero bene per i giovani e interrogarsi su ciò che essi desiderano e come possono ottenerlo senza danneggiare nessuno.

“Di fatto, ci sono molti più adulti che tentano di aiutare i ragazzi…di quanti siano i ragazzi che chiedono aiuto”

Spesso invece l’aiuto parte con il pregiudizio statico che solo gli adulti sanno ciò che è meglio, adottando approcci distanti dal mondo qualitativo giovanile mettendo delle costrizioni, che allontanano creando incomunicabilità.

“I comportamenti inefficaci che usano gli adulti quando tentano di aiutare: urlare, predicare, paragonare, brontolare, minacciare.”

Dobbiamo chiederci come vogliamo che siano i nostri figli da grandi, sicuramente adulti responsabili, per renderli tali è necessario imparare a gestirli a un livello di percezione superiore.

“Cercate di capire, i vostri ragazzi devono sperimentare la vita per poterla comprendere. La vostra esperienza non può sostituire la loro. Questo è un fatto della vita.”

Infatti se vogliamo che nostri giovani diventino persone con caratteristiche precise da noi scelte e inquadrate, non lo farà essere come desideriamo. Più grande è la distanza tra ciò che noi desideriamo e quello che è realmente, tanto più cediamo al bisogno di imporci. Diciamo ” voglio aiutarti è per il tuo bene” senza renderci conto di farlo per appagare un nostro bisogno, grande pericolo che fa stare male sia agli adulti che ai ragazzi.

“I ragazzi rispettano le opinioni degli adulti, se noi spieghiamo loro come siamo arrivati ad esse.”

L’autrice con gli insegnamenti del Dottor Glasser e ispirata dalla Terapia della Realtà analizza i meccanismi che ogni individuo attiva per soddisfare i propri bisogni sottolineando come sia essenziale il senso di responsabilità che è legato alla coscienza di sé. Perciò spostare il punto di riferimento dei nostri comportamenti, dall’esterno all’interno di noi stessi, con i nostri valori, arrivando così all’autovalutazione. Aiutando noi possiamo aiutare i ragazzi a valutare sé stessi senza sottoporli continuamente alla nostra valutazione.

“Il fatto di vedere delle persone ogni giorno non vuol dire che siete coinvolti con loro, dobbiamo trascorrere del tempo con esse e parlare delle cose che esse ritengono importanti.”

Tra queste pagine troviamo tante parole chiave con schemi di riflessione, analizzando il problema come una guida turistica per un viaggio di vita. Dove viene evidenziato che le buone intenzioni non sono sufficienti e creano spesso coercizione e i ragazzi reagiscono male: urlando, distruggendo, minacciando, picchiando, ubriacandosi o mentendo e chiudendosi in sé stessi.

“Fra dieci, quindici anni mio figlio avrà ancora questo taglio di capelli oppure ne avrà uno diverso? La seconda ipotesi è certamente più probabile. Allora conviene mantenere una buona relazione con lui e lasciar perdere il taglio di capelli.”

Si parla di educatore autorevole che informa, incoraggia e riconosce.

“L’autovalutazione è il modo più efficace per motivare il cambiamento del comportamento perché l’analisi proviene dall’interno, dalla mente del ragazzo e non da una fonte esterna.”

Il punto fondamentale è nel rendersi conto che la vita ha una costante nel cambiamento, che ci deve coinvolgere dedicando tempo e importanza. Vengono esplorate le percezioni nei vari livelli e come accedere al mondo qualitativo con il motore delle motivazioni e delle aspettative.
E’ proprio per questo è necessario sviluppare la capacità di farsi domande e rispondendo onestamente attuare dei comportamenti per arrivare a realizzare i desideri e alla realizzazione di se.

“Queste domande aumentano il potere, promuovono l’indipendenza e insegnano la responsabilità personale. I ragazzi impareranno come accedere alle immagini del loro mondo qualitativo a livello più alto di percezione e come trasformare queste immagini in realtà.”

Il libro è ricchissimo di vignette in bianco e nero con titoli emblematici che forniscono una narrazione movimentata e diretta e di facile consultazione con un linguaggio semplice e dinamico.

Sinossi

Aiutare? Aiutare chi? E a quale scopo? È possibile aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato? Che cosa pretendono in cambio, coloro che aiutano?È  possibile nel dare aiuto rispettare la libertà personale dell’altro? Spesso aiutare significa costringere, indurre l’altro a fare ciò che noi vogliamo. Le forme d’aiuto si risolvono il più delle volte in sottili tentativi di costrizione. Di fronte alla costrizione i giovani finiscono col ritrarsi o col reagire violentemente.

L’autrice, seguendo l’insegnamento del Dott. Glasser il quale considera ogni nostro comportamento come il miglior tentativo che riusciamo ad attivare, in un dato contesto, per soddisfare un nostro bisogno, propone un approccio che sollecita il senso di responsabilità, le risorse positive dei ragazzi e l’elaborazione di comportamenti nuovi.

Perry Good, con un linguaggio semplice e divertito, sottolinea la necessità di eliminare la coercizione dal rapporto educativo proponendo un metodo molto diverso da quello tradizionale che ritiene di dover dire ai ragazzi ciò che essi devono fare, quando e come devono farlo.

Il metodo proposto si basa sul coinvolgimento nella relazione con l’altro, un coinvolgimento proposto, capace di accompagnare i cambiamenti dei ragazzi nell’arco della loro crescita e capace di considerare e rispettare la loro diversità da noi.

Titolo: Come aiutare i ragazzi ad aiutare se stessi
Autore: Perry Good
Genere: Psicologia
Editore: Armando Editore
Data edizione: 1996
Pagine: 207
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Lina Mazzotti [LiZ]

Ho sempre lavorato con bambini e anziani nell’ambito socio sanitario e nell’insegnamento. Lettrice vorace, amo scrivere poesie, collezionare aforismi, praticare l’handmade. Vivo a contatto con la natura e i miei dolci gatti.

3 commenti:

  1. Condivido pienamente, nel mio piccolo, quando lavoro con i ragazzi e le ragazze cerco di far tirare fuori a loro le domande, alle quali cerco di non rispondere o di rispondere solamente per dare una sicurezza nella relazione tra me e loro, ma lascio a loro il tempo e il modo di rispondere a se stessi guidandoli nel percorso attingendo al loro potere creativo ed emotivo. Grazie per il suggerimento!

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