ZUCCHINE RIPIENE. Quando al mare si andava in pullman e col pranzo

di Maria Antonietta Macciocu

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ZUCCHINE RIPIENE. Quando al mare si andava in pullman e col pranzo

 

Ha smesso all’improvviso: “Basta, non ho più l’età, è troppo faticoso”, decisione irrevocabile.
E’ così caduto l’ultimo steccato all’età adulta, aroma d’infanzia e d’estate che “al ritorno dal Continente” m’investiva sin dal fondo delle scale, pervase dal profumo dolciastro delle cupolette fritte, reso vivace dal brio di noce moscata e limone grattugiati, pregno degli umori forti di pomodoro e formaggio messi a gratinare sotto il fuoco e qua e là bruciacchiati.
Ne esultava tutta la casa, ne esalavano cose e persone, perfino il pensiero.
Magiche zucchine ripiene dei giorni ingenui della Ricostruzione, del primo mare, del cibo ritrovato.
Negli anni ’50, per chi, di magra saccoccia, non poteva permettersi la casa in affitto ad Alghero o a Stintino, c’erano le giornate al mare di Platamona, da poco lanciata come “la spiaggia di Sassari”.
Si partiva al mattino presto, coi panciuti pullman azzurri del Sig. Pani, ideatore del primo turismo sassarese di massa.
Ombrelloni, sdraio, smaglianti secchielli di latta, il bidone dell’acqua, la scatola delle medicine (non si sa mai!), una patata cruda per eventuali scottature e…il pranzo, ricco, succulento, elaborato, con un irrinunciabile “piatto forte”. Era, il pranzo, il momento più importante della giornata, la consapevolezza di un piccolo benessere raggiunto, dopo la fame della guerra e dell’immediato dopoguerra: pentole e pentolini di alluminio, teglie difese da coperchi tenuti fermi da tovaglioli annodati, piatti, bicchieri e posate vere (l’usa e getta verrà molto più tardi), una bottiglia di vino tiepido.
Si arrivava dunque in spiaggia carichi come muli e incominciavano le grandi manovre: si fissava l’ombrellone nella sabbia e gli si agganciava tutt’intorno una spessa tenda per creare un rifugio ombreggiato (ma non fresco), dove sistemare il cibo e proteggerlo dal sole; noi bambini, dopo un riposo forzato per fare asciugare il sudore del viaggio (ci si ammalava ancora di tubercolosi), potevamo indossare il costume di lana ed entrare in acqua, gradualmente: si cominciava coi 10 minuti del primo giorno, per arrivare al massimo all’ora del decimo; appena fuori, cambio e giochi con la sabbia, in attesa del rito. Nel frattempo si sbirciavano le impenetrabili casseruole dei vicini, per indovinarne il contenuto e dedurre la condizione sociale: lumaconi ripieni…popolino, gente rozza; melanzane al forno…vorrei ma non posso; insalata di riso…continentali o aspiranti tali; pesce e carne…riccastri, forse “pescecani” arricchitisi in tempo di guerra.
Finchè scoccava l’ora X: tutti sotto la tenda, seduti per terra, gli occhi sul nodo del tovagliolo che lentamente liberava il coperchio e offriva alla vista la meraviglia, sode, abbronzate, gonfie coppette di forte seduzione, pronte a concedersi, scostumate, nonostante l’attenzione e la cura con cui erano state allevate, alla sabbia di cui facilmente s’impregnavano. Si mangiava tanto e per tanto tempo.
Dopo, ogni contatto con l’acqua era precluso: una digestione lenta e pesante fiaccava il desiderio e la volontà, si dormicchiava, si riempiva il secchiello d’acqua per rinfrescarsi, si raccoglievano i resti, si riannodavano i tovaglioli. Pronti a ripartire a metà pomeriggio, su sedili arroventati dal sole, tra respiri pesanti e pianti di bambini (c’era sempre qualche salvagente o pallone bucato), pregustando il riposo del giorno dopo.
Le zucchine ripiene avevano vita breve: stars incontrastate delle giornate al mare (massimo dieci), regine del pranzo di ferragosto, perdevano interesse con l’improvviso guastarsi del tempo e della materia prima (le zucchine diventavano grosse e legnose); a fine agosto erano già nel baule, insieme a ombrellone, costumi, asciugamani, secchielli; si cominciava a pensare all’autunno, alla scuola, alla sappa di uva e di fichi, alle sorbe da mettere a maturare sotto la paglia (ci saranno ancora le sorbe da qualche parte?).
Dopo il gran rifiuto di mia madre, l’incanto di quel piatto, ogni tanto, cerco di rinnovarlo io, seguo con scrupolo la ricetta di casa, investo tempo, desideri, affetti, il risultato è una fotocopia gradevole ma scolorita dell’originale, deludente.
Sono zucchine ripiene dei nostri tempi, di bell’aspetto, vacue, senza carattere, presto dimenticate.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Un commento:

  1. Carmela Pregadio

    Bello, scritto bene , efficace:il genere di scrittura che sa emozionare con qualsiasi argomento.

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