L’OSPITE

L’Ospite

di Marina Fichera

Finalmente il gran giorno era arrivato. Anna aveva preso mezza giornata di ferie per fare la spesa e iniziare a cucinare in tempo perché quella sera aveva invitato a cena una persona molto importante. L’Ospite che attendeva da mesi, e che non sperava avrebbe mai accettato un invito a cena a casa sua, di lì a poche ore avrebbe varcato la porta e preso posto alla tavola, proprio accanto a lei.

Mangiare insieme. Da sempre Anna l’aveva ritenuta una delle attività più intime tra due persone. Perché mentre si mangia si è senza difese. Perché mentre si mangia e si beve bene si apre l’anima a chi ci è di fronte, pensava.

Quella sera tutto doveva essere perfetto. Proprio ora che aveva iniziato a vivere in una reale consapevolezza perché aveva accettato di non essere perfetta, il suo unico desiderio era la perfezione di quella cena. E quello che immaginava o meglio, sperava, sarebbe accaduto dopo.

Si era recata al solito supermercato – quello dove faceva la spesa sempre di fretta, meccanicamente – e con indecisione quasi adolescenziale aveva scelto le melanzane più sode, i peperoni rossi e carnosi, le piccole zucchine e gli altri ortaggi con cui avrebbe preparato un cous cous con verdure e profumate spezie, quelle che aveva comprato durante l’ultimo breve viaggio nella dolce Marrakech. Le spezie magrebine avrebbero reso il piatto sapido e vero, come desiderava fosse la serata.

Il suo unico rammarico era aver comprato del cous cous precotto. Sapeva di non essere in grado di prepararlo come si deve, quel piatto così semplice e complesso al tempo stesso, un po’ come le donne. Ma sapeva anche che lo avrebbe sgranato come si sgrana un rosario, quel cous cous. Perle di solitudine e speranza, quel piatto era per lei come una tardiva preghiera alla dea dell’Amore.

Anna era vegetariana e il piatto da lei scelto come portata principale era un omaggio alle sue origini mediterranee. Quella cena sarebbe stata come un piccolo viaggio per due. Un viaggio nei colori e nei sapori della sua infanzia. Sapori atavici, di cui ormai si nutriva solo durante le sue periodiche ma brevi incursioni nella terra d’origine. Amava la sua Sicilia ma al tempo stesso la temeva. Era scappata da troppo tempo e lì tante cose non le avrebbero mai capite, mai.

E poi le piaceva l’idea che con tutte quelle verdure stesse preparando un piatto arcobaleno. Lei almeno lo vedeva così, e sperava che l’Ospite avrebbe avuto la stessa visione di vibranti colori, come a segnare una nuova via da percorrere insieme.

Arrivata a casa aveva subito iniziato a preparare gli ingredienti per cucinare. Era presto forse, ma era troppo nervosa e doveva tenersi occupata.

Mentre affettava le melanzane già immaginava la tavola. Lei seduta con l’Ospite alla sua destra. L’Ospite così tanto atteso, con quel sorriso talvolta enigmatico come la Gioconda e gli occhi profondamente irrequieti. Ma che occhi profondi, scuri, dove si sarebbe potuta perdere per sempre!

Sfilettava i peperoni e cercava di selezionare degli argomenti di conversazione che potessero renderla interessante, anche se non ne aveva bisogno. Era una donna curiosa, colta e aveva girato il mondo. L’unico argomento che non conosceva era quello del suo cuore, troppo a lungo accantonato e rinnegato per inseguire falsi miti e flebili sicurezze.

Aveva messo a bagno i ceci secchi dalla sera prima, in una sorta di rituale che le ricordava sua nonna, quando d’inverno cucinava zuppe che scaldavano il cuore, prima che lo stomaco.

Preparava tutto con la massima attenzione e cura, mentre saliva in lei una sensazione di ansia mista a una strana eccitazione. Affettando la cipolla aveva approfittato per stemperare il suo turbamento, lasciando che scorresse qualche lacrima, in una combinazione di attesa e speranza colma di aspettative. Un misto di vitale confusione e nascente gioia. Amore, forse.

Tutto sembrava finalmente lieve, fragrante come le spezie, saporito come mai prima. Era il suo corpo e la sua anima che prendevano forma, la prova che esisteva anche lei, il qui e ora.

La tavola era apparecchiata con un tocco di esotismo etnico e raffinato. Avrebbe servito il cous cous in una bellissima pentola per tajine in argilla dipinta a mano di rosso e blu, acquistata in Tunisia. Nei suoi viaggi intorno al mondo i souvenir erano quasi sempre gli stessi: spezie, the e tisane, dolci insoliti e piccolo artigianato di qualità. Era un modo per ritornare a casa con un pezzo di vita quotidiana dei luoghi che aveva visitato. Anna pensava che il cibo fosse, insieme alla musica, la più comune fonte di cultura umana.

La sua casa, così come la sua cucina, rappresentava bene la sua vita. Sempre in viaggio, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo ma soprattutto di un sé che per troppo tempo non aveva nutrito adeguatamente.

Il vino che aveva scelto per accompagnare il pasto era anch’esso un omaggio alla sua terra. Un bianco delle terre vulcaniche, forse meno conosciuto rispetto ai rossi siciliani, ma eccellente. Un vino profumato di mela e biancospino, persistente e armonico. Un buon piatto senza un buon vino che lo accompagni è un po’ come un corpo senza ombra, inconsistente, pensava.

Tutto era ormai pronto, cibo, vino, tavola, tutto tranne lei. Corse a farsi una doccia, si truccò leggermente e indossò la camicia di seta nera che tanto le piaceva. Sapeva che per una cena a casa era troppo sofisticata, ma con quella camicetta si piaceva tanto e questo le dava sicurezza. Poi tirò il fiato e si mise seduta sul divano ad aspettare, mancava poco.

Era così concentrata nell’attesa che non si accorse che il cellulare stava squillando da un po’.

“Pronto?”

“Anna, ciao. Scusami ma stasera non posso venire. E’ successa una cosa a mio figlio, sono al pronto soccorso, sai mentre giocava a calcio… Riorganizziamo presto, ok? Scusa ancora, ciao.”

“Mi spiace… Paola, senti…” non aveva neanche finito di pronunciare la frase che la telefonata era stata già interrotta.

Il suo cuore implose. Il cibo, il vino, i fiori sulla tavola, per un attimo infinito odiò tutto. E per un attimo odiò se stessa per aver abbassato quelle barriere che l’avevano sempre difesa.

Poi sentì il dolce profumo delle spezie e capì che non doveva e non voleva odiare né odiarsi. L’Amore è un rischio che si deve correre, non voglio più difendermi a oltranza, ti aspetterò, pensò.

Si sedette da sola alla sua bella tavola, si versò un bicchiere dell’ottimo vino di Sicilia e si servì il cous cous. Sorrise, era tutto perfetto.

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