“Petalie” di Maria Antonietta Maccioccu e Donatella Moreschi

“Petalie” di Maria Antonietta Maccioccu e Donatella Moreschi

 

Vi ripropongo il 2 giugno 1946 come l’ho raccontato in PETALIE

Rosa si era alzata prima del solito e alle sette era già pronta.
Indossava l’abbigliamento delle grandi occasioni, lo stesso da trent’anni, l’anello di corallo, gli orecchini a bottone, la spilla in filigrana. Invano Sibilla aveva tentato di farle confezionare un vestito nuovo con la stoffa dei pacchi Unrra, che gli americani distribuivano insieme a scatolette di cereali e farine.
– Va tanto bene questo, perché sprecare, proprio ora che sono vicina alla morte, – resisteva.
– Tu ci seppellirai tutti, e sempre con la gonna sarda, – scherzava Carlo.
Era stato più semplice convincerla ad andare a votare, dopo il primo momento d’incredulità e schermo.
– Votare io? Cos’è questa diavoleria, cosa volete da un’ignorante come me, la politica è cosa di uomini, – obiettava.
– È un momento storico, – le spiegava Sibilla – le donne degli altri paesi votano già da molto tempo. Solo qui ci considerano deficienti. Bisogna andare in massa e dimostrare che siamo in grado di decidere.
– Purché si voti Repubblica, si mandi via il re – aggiungeva Carlo.
E a Sibilla:
– Forse è meglio lasciarla a casa, vedrai che sceglierà la Monarchia, come papà del resto. Belle idee abbiamo intorno.
– Importa che si usino i diritti, prima ancora di capirli. La consapevolezza verrà dopo – sentenziava lei.
…………….
………….
Da quando era rientrata a Torino, la ragazza aveva via via ripreso gradite abitudini e signorili indugi. Si alzava tardi, ascoltava la radio, leggeva, andava al cinema, sfogliava figurini dalla sarta e provava cappellini dalla modista di piazza Vittorio. Si coccolava nella pigrizia e nell’attesa imprecisa di altro, a volte impaziente, o annoiata e sopraffatta dalla voglia di Roma, ma più spesso rassegnata e nel complesso serena. Incapace di impegnarsi veramente in qualcosa, come se la pace le avesse risucchiato le energie che la guerra le aveva offerto, riportandola al nido certo, ma senza lasciarla volare. Nonostante la laurea, non aveva ancora preso in considerazione l’idea di lavorare, avrebbe comportato discussioni col padre, che compativa le lavoratrici, di qualsiasi tipo, e desiderava per lei solo un buon matrimonio. D’amore però, pensava la ragazza, un amore meraviglioso, improvviso e travolgente, che le facesse battere il cuore come a Natascia per il principe Andrej e possibilmente più fortunato. Non sapeva che era in agguato quell’amore, proprio quel 2 giugno 1946, giorno in cui le cose più importanti sembravano il Referendum e la vittoria della Repubblica.Si avviò
sottobraccio a Rosa, nel suo ondeggiante e allegro vestito di seta a fiori, verso la scuola elementare vicina, già piena di persone in fila. Le donne attente, ordinate, nei loro vestitini estivi di raion, al braccio le delicate borsette di pegamoidecarta velina, alcune con il cappello dei momenti eleganti ma senza veletta, né rossetto, come consigliavano radio e manifesti: il velo sugli occhi può confondere, il rossetto lasciare traccia sulla matita e invalidare il voto.
Gli uomini vicini, apprensivi, ossessivi:
– Non sbagliare, hai capito bene dove mettere la croce? Non bagnare la punta della matita con la saliva. Ricordati di restituirla.
C’era comunque l’aria di festa della responsabilità ritrovata, del paese che era chiamato a partecipare e a decidere. Molte ragazze avevano in mano un mazzetto di fiori, ci si scambiava sorrisi e saluti tra sconosciuti, ci si guardava soddisfatti.
Rosa era agitatissima:
– Ho fatto male a venire, non so se farò giusto. E poi, io voglio votare il re, il parroco ha detto che lo vuole il Santo Padre, che il Cristianesimo è in pericolo.
Sibilla fu presa da tenerezza incontrollabile per quella donna ricurva, che non aveva temuto le bombe e ora tremava davanti a una scheda e al dispiacere di scontentare i padroncini. Le strinse il braccio con affetto:
– Vota chi vuoi, anche il re va bene, importante è che tu sia qui, che noi siamo qui.
– Signorina, che sorpresa, – disse una bella voce calda.
La signorina esitò un po’ prima di riconoscere l’amico di Carlo silenzioso e riservato nel giovanotto affabile, che la guardava con evidente ammirazione.
– Sono qui per controllare, – aggiunse lui – temiamo brogli.
– Dovrebbe vincere la Repubblica…
– Al nord è sicuro. Abbiamo combattuto, liberato le nostre città, messo su nostri governi provvisori, coinvolto la popolazione. Al sud è andata diversamente: poca la resistenza e continua la presenza del re. La storia costruisce le differenze e la società le esprime. Purtroppo…
Il giovane si interruppe, come se avesse perso il filo del ragionamento, guardò Sibilla quasi interdetto:
– Quanto sei bella!
Tu, bella, lo sguardo che l’avvolgeva e il respiro vicino. Chissà se non si sarebbe confusa anche lei e non avrebbe messo la croce nel posto sbagliato. Monarchia o Repubblica non erano più così importanti, poteva andare bene tutto, davanti a quegli occhi.

Tratto da M.A. Maccioccu- D. Moreschi, Petalie

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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