Tarja Turunen, la regina dei ghiacci

A cura di Chiara Minutillo

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Si potrebbe iniziare a parlare di lei partendo dal passato. Non un passato prossimo. Un passato un po’ remoto. Un passato che ha scatenato gossip, voci di corridoio, dando origine a schieramenti come se si trattasse di dover scegliere tra due fazioni politiche. Quel che è peggio, un passato che ancora incide pesantemente sul giudizio che le grava addosso. D’accordo, ciò che è stato ieri non può essere cancellato, tantomeno dimenticato. Ma il passato è… passato appunto e, come tale, va lasciato alle spalle, o si rischia di cadere nei soliti cliché e nei soliti giudizi a compartimenti stagni. Anche perché, obiettivamente, da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata, come direbbe mia madre. E ne è passata pure parecchia. Di quell’acqua vecchia e stagnante che fa parte del passato, ve ne mostrerò giusto un cucchiaio, così, per amore del discorso e di chi, da questa introduzione, non ha capito nulla.
Mi rendo conto di aver deciso di parlare, questa volta, di un’artista non comune, poco conosciuta, almeno in Italia, dove il suo genere, anzi, i suoi generi musicali, non vanno proprio alla grande. Hard rock, symphonic metal, classica, lirica. Un’artista poliedrica, dotata di un talento eccezionale e di un carisma che, negli anni, l’hanno fatta emergere, portandole successo, ma anche qualche critica, per non dire molte.
Nata come Tarja Soile Susanna Turunen, la nostra protagonista di oggi cominciò a studiare pianoforte e canto corale all’età di sei anni. La sua insegnante di piano altri non era che Kirsti Holopainen. Chi è? Chiederete voi. Tenete bene in mente il nome, anzi, il cognome, che tra poco ci arriviamo. Per il momento dico solo che, forse, se la sua insegnante fosse stata un’altra persona la carriera di Tarja, se mai ci fosse stata, sarebbe stata differente. Poco dopo, Tarja iniziò a studiare anche flauto traverso e apprese le nozioni base di chitarra e batteria, senza mai approfondire tali strumenti perché, all’età di tredici anni, decise di concentrarsi esclusivamente sul canto. I suoi idoli? Nientemeno che Whitney Houston e Sarah Brightman. Proprio quest’ultima le fu di ispirazione per intraprendere lo studio del canto lirico presso il college Savonlinna, diplomandosi con il massimo dei voti e riuscendo a essere ammessa alla prestigiosa Sibelius Academy di Kuopio, sempre in Finlandia, suo paese natale. La Sibelius è una tra le più prestigiose accademie musicali europee. Mentre i suoi studi da soprano lirico proseguivano, l’idea di partire con un progetto musicale si fece strada nella sua mente. Fu però il suo amico Tuomas Holopainen (vi ricorda niente il cognome?) a dare voce all’idea. Assieme all’elfo chitarrista Emppu Vuorinen (no, non è un elfo, ma ci assomiglia), Tuomas alle tastiere e Tarja in qualità di cantante, registrarono un demo pubblicato nel 1996 col titolo di Nightwish, nome del trio, e contente tre canzoni: Nightwish, The Forever Moments e Etiäinen, quest’ultima in finlandese. L’anno successivo, il 1997, fu l’anno della prima svolta: in un gruppo nato con un sound acustico, entrò a far parte il batterista Jukka Nevalainen e la chitarra acustica venne sostituita da una elettrica. Il tutto per meglio supportare la voce di Tarja, decisamente troppo potente. Basta ascoltare The Forever Moments per capire la loro scelta. La nuova formazione, ovviamente diede alla luce un nuovo disco, intitolato Angels Fall First e contente brani in chiave acustica, tracce leggermente rock e, che qualcuno ci salvi, canzoni con la partecipazione vocale dello stesso Holopainen, che sta benissimo alle tastiere, ma deve stare lontano dai microfoni. Firmando un contratto per tre dischi con la Spinefarm Records, i Nightwish fecero un rapido successo, decretato già con il secondo album, Oceanborn, con il quale Tarja diventa a tutti gli effetti non solo la voce del gruppo, ma anche l’immagine stessa della band, ispirando molti altri gruppi nascenti in quel periodo.
La produzione con i Nightwish e i progetti “classici” da solista portarono Tarja a un certo grado di fama e, oltretutto anche all’abbandono della Sibelius Accademy in quanto i suoi impegni con i Nightwish mettevano in dubbio la sua serietà di cantante di musica classica. Genere questo che, tuttavia, la cantante non ha mai lasciato. Nello stesso periodo, quindi, scelse di iscriversi alla prestigiosa accademia di Karlsruhe, in Germania, mentre la sua carriera proseguiva, non senza ostacoli. Nel 2005, infatti, al termine dell’ultimo concerto dedicato alla promozione dell’album Once, i membri dei Nightwish consegnarono a Tarja una lettera con la quale la licenziano per il suo “cambiamento di atteggiamento”, pubblicando la lettera anche su internet.
Da quel momento, iniziò la carriera solista della cantante che, dapprima, si dedicò alla registrazione di un album di canzoni natalizie, intitolato Henkäys Ikuisuudesta e contente brani in finlandese, inglese e spagnolo. L’anno successivo partecipò alla compilation realizzata dalla casa discografica Nuclear Blast, cantando nel brano In The Picture, una canzone power metal molto introspettiva.
Dal 2007 ad oggi Tarja ha pubblicato 4 album, l’ultimo dei quali in realtà è un prequel del disco che sarà pubblicato il prossimo agosto.

My Winter Storm

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Nel 2007, Tarja debuttò come solista sulla scena rock con l’album My Winter Storm. Il cd si apre con un intro dal titolo Ite, missa est. Questa, altri non è che la melodia del famoso Requiem di Mozart, in parte ripresa nella traccia successiva, I Walk Alone, una canzone fortemente orchestrale, in cui la voce di Tarja rimane dolce e perfettamente adatta al ritmo leggermente nostalgico. Di questo brano, che anticipò l’uscita dell’album, venne realizzato un video in stile fiabesco in cui Tarja interpreta i quattro personaggi principali del disco: la regina dei ghiacci, la bambola, la fenice e il “dead boy”. I Walk Alone è un brano strettamente legato al titolo dell’album. Il ritornello, infatti, ripete le parole: I walk alone, every step I take I walk alone. My winter storm holding me awake it’s never gone when I walk alone, dove la “winter storm” rappresenta l’ondata dei fan che, anche nel suo percorso solista, ha deciso di seguirla. Lost Northern Star, terza traccia del disco, si distingue dalla precedente per due elementi: la potenza della voce nei gorgheggi disseminati tra strofe e ritornelli e il sottofondo costante di chitarre che prevalgono sugli strumenti classici, comunque presenti. A questo punto si ha una seconda introduzione: Seeking for the Reign che apre la lentissima e lirica The Reign, una sorta di ballata orchestrale che mette pienamente in risalto la voce di soprano di Tarja. Di nuovo un’ introduzione, The Escape of the Doll, che porta in un mondo musicale nuovamente differente, attraverso quella che, personalmente, giudico la più bella canzone del disco: My Little Phoenix. Un brano guidato dagli archi e con numerosi intramezzi dettati dai violoncelli che, nel bridge, diventano protagonisti e si fanno quasi aggressivi. Pare quasi un brano profetico: il testo parla di una certa fenice che, dopo essere stata tradita dai compagni, rinasce dalle sue ceneri più forte di prima. È facile pensare che la canzone sia stata scritta pensando alla situazione da poco affrontata con i Nightwish. Ma proseguiamo con la tracklist perchè la traccia successiva altri non è che Die Alive, secondo singolo estratto, con un video decisamente dark, e una Tarja tornata sulla scena musicale alla grande. Boy And The Ghost, invece, è una canzone estremamente melodica, nostalgica, tragica, con un finale che spiazza. Lo stesso dicasi per Sing For Me, brano in cui fuoriesce tutta la Tarja lirica, anche nell’intramezzo in cui sono presenti cori gotici e che termina con un bell’acuto alla Tarja. Nel disco è contenuta anche una traccia in finlandese, Oasis, composta interamente dalla cantante. Particolarità di ogni suo album, poi, le cover. In My Winter Storm è toccato a Poison di Alice Cooper, il pezzo più rock dell’intero album. Una cover riuscita benissimo, una chicca del disco, tanto che, secondo alcune fonti, sentendola lo stesso Cooper avrebbe, ai tempi, chiesto a Tarja di eseguirla live con lui nei suoi concerti. Le successive tracce, Our Great Divide, Damned and Divine e Minor Heaven riprendono nella composizione e nelle tematiche le precedenti The Reign, My Little Phoenix e Sing For Me. Il brano più heavy di tutto il disco, invece, è indubbiamente Ciaran’s Well, canzone dal ritmo veloce e serrato e acuti mozzafiato (per chi ascolta, non per Tarja, che il fiato non lo perde mai). Il disco, che tra i fautori del sound orchestrale vanta nientemeno che il team capeggiato da Hans Zimmer, si conclude con una traccia acustica, Calling Grace.

My Winter Storm è un album molto eclettico, non male come primo esperimento in una carriera solista. Spesso giudicato sulla base dei lavori precedentemente pubblicati con i Nightwish, il disco è in realtà qualcosa di totalmente diverso rispetto al passato. Un cambio di rotta in cui la cantante non è un “burattino”, costretta a cantare canzoni non sue, per quanto meravigliose. È un album suo, che esprime la sua personalità, come detto inizialmente, estremamente poliedrica. Un disco perfetto da ascoltare in quelle gelide giornate invernali, in cui un vento freddo soffia portando, magari, anche un po’ di neve.

What Lies Beneath

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Passarono tre anni prima della pubblicazione di un secondo album, dal titolo What Lies Beneath, disco che si apre con una strana e originale Anteroom of Death, traccia che vede la partecipazione del gruppo a cappella Van Canto e il cui testo si rifà al mondo delle scommesse e del gioco d’azzardo. Che sia un riferimento all’azzardo di produrre un disco tanto differente dal precedente, anche se, indubbiamente, più incisivo e carismatico? La seconda traccia, Until My Last Breath è stato il primo singolo estratto dall’album. Della canzone esistono due video ufficiali. Il primo, girato in Islanda, alterna immagini della cantante vestita di bianco su una spiaggia nera e di un nuotatore che, in apnea, riemerge da una grotta subacquea, fuggendo da una sirena. Il secondo video, invece, inizia con le note di I Feel Immortal suonate al pianoforte da Tarja in un locale davanti a pochissimi spettatori. Il video prosegue con immagini di telegiornali e testate giornalistiche che dichiarano la morte della cantante, i cui dischi, improvvisamente, cominciano a vendere milioni di copie. La canzone stessa, infatti, probabilmente è un riferimento a ciò che spesso è accaduto nei confronti di molti artisti.

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I Feel Immortal è, appunto, il secondo singolo estratto dal disco. Anche questa traccia rappresenta un azzardo, in quanto la cantante, dopo anni, ha deciso di mettersi al pianoforte e eseguire personalmente questa parte strumentale. Il brano è una ballata lenta e nostalgica che mette parecchio in risalto la voce della cantante. Il video è sempre girato in Islanda, dove la cantante segue la crescita di un bambino nel suo diventare adolescente, giovane uomo e anziano. Dalla ballata si passa a una canzone grintosa, In For a Kill, in cui chitarre e batteria sono liberate dei freni imposti dalla canzone precedente. Lo stesso accade con Little Lies e Dark Star, quest’ultima resa più heavy anche dalla partecipazione vocale di Phil Labonte, cantante degli All that remains. Ciò che caratterizza questo album è che, a differenza del precedente, ballate e tracce heavy sono perfettamente alternate. Così, tra In For a Kill e Little Lies troviamo una Underneath, che vede sempre Tarja al pianoforte, e tra Little Lies e Dark Star possiamo ascoltare una lentissima Rivers of Lust, canzone contro la violenza sulle donne, in cui la voce estremamente lirica di Tarja viene accompagnata dal suo pianoforte e dal violoncello. Terzo singolo estratto dal disco: Falling Awake, altra canzone particolarmente ritmata, con un assolo di chitarra realizzato dal grande Joe Satriani e un ritornello che, di certo, rimane in testa. Altra ballata è The Archive of Lost Dreams, che presenta nuovamente Tarja al pianoforte e un bridge molto poetico: See, hear and feel the miracle of life. Believe the signs and trust you’ll stay alive. Descend to find the depth of your heart. Il disco si chiude con Crimson Deep, traccia meravigliosa, dal ritmo lento, che inizia con un assolo di basso per poi proseguire con numerosi riff di chitarra e finire con acuti spettacolari, anticipati, nell’introduzione, dal violoncello. Un disco, questo, decisamente meglio strutturato molto più frizzante e vario rispetto al precedente. Un piccolo salto di qualità per la cantante finlandese.

Colours in the Dark

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Nel 2013 è la volta del nuovo album. Colours in the Dark, un titolo che si rifà alla teoria dei colori, secondo la quale, mentre il bianco scompone la luce, creando lo spettro dei colori, il nero ingloberebbe la luce, contenendo in sé, quindi, tutti i colori. Il disco si apre sulle note del Bolero di Ravel, mentre la rullata insistente dei tamburi di Victim of Ritual sembra precedere la comparsa di una vittima destinata al patibolo. In un certo senso è così: la canzone, infatti, tratta dell’essere vittime di un atteggiamento pessimistico, critico e monotono che rende la vita buia, mentre la varietà e la positività donano il colore che nel buio si nasconde. Il concetto è ben presente nel video che è stato realizzato per questo singolo, che procede tra gorgheggi e acuti che arricchiscono l’interpretazione. Dalla rullata della prima traccia si passa ai riff di chitarra di 500 Letters, una canzone strettamente autobiografica, divenuta singolo. Anche per questa è stato realizzato un video, nel quale la cantante è impegnata a fuggire da uno stalker ossessivo, tema principale del brano. I passaggi delicati di batteria caratterizzano la ballata Lucid Dreamer, un brano molto atmosferico e complesso, basato sulla possibilità di raggiungere i propri sogni. Never Enough è la quarta traccia dell’album, ma è il primo singolo estratto, presentato live ancora prima di annunciare la realizzazione del disco. È una canzone che presenta la voce di Tarja come molto energica, pur mantenendo la sua limpidezza. Il sound decade solo nel finale che riprende il concetto del titolo, ma rende la chiusura del brano un po’ fastidiosa. È la volta di Mystique Voyage, una canzone simile a Lucid Dreamer per le atmosfere che evoca. Molto mistica e onirica, ha un testo diviso tra inglese e spagnolo, mentre in sottofondo compaiono continuamente suoni relativi al mare e alle onde, come se, ascoltando il brano, si compisse un vero e proprio viaggio per mare. Un mare interiore. Ecco poi la cover: Darkness di Peter Gabriel, una delle sue canzoni più oscure. Una scelta difficile, ma il coraggio della cantante finnica è stato senz’altro premiato, perché l’esperimento è molto ben riuscito. Oltretutto, il testo è molto introspettivo, parlando delle proprie paure e della necessità di affrontarle, quindi si sposa molto bene con il carattere generale del disco. Deliverance è spettacolare per la sua capacità di essere una canzone a se stante, con una sua anima, eppure così profondamente fusa nella traccia precedente che, appunto, non è di Tarja. Neverlight è decisamente più energica, con una batteria che picchia abbastanza e dei bei riff di chitarra. Una di quelle canzoni da pogo, insomma, in cui però si fanno sentire molto bene le doti vocali della cantante. L’unica vera ballad dell’album è Until Silence, forse la mia preferita in questo disco. Una melodia lenta, coinvolgente, appassionante, malinconica, fa da base a un testo che dona una luce di speranza: I saw our memories die, thought our dreams had lost their meaning, but dreams still in my heart are painting colours in the dark. L’ultima traccia è Medusa, un duetto intenso, dai ritmi a tratti orientali, mistico e sensuale. La voce di Tarja è più cristallina che mai, simile a quella di una sirena, un essere mitologico tanto quanto quello che da il titolo al brano.
Colours in the Dark è un album che lascia un’impressione forte. Ancora una volta un esperimento, ancora una volta un distacco netto dai lavori precedenti, in cui l’unico punto in comune, oltre alla voce, rimane il massiccio uso orchestrale. Un disco che si apprezza secondo dopo secondo per il suo essere così eclettico e fluttuante.

The Brightest Void

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Ma veniamo all’ultimo album, anzi, al prequel dell’ultimo album. The Brightest Void è stato pubblicato ieri, 3 giugno 2016. Non è un EP nè un Demo. Semplicemente, la cantante ha deciso di fare una sorpresa alla sua Winter Storm non tenendo tutto per sé, ma pubblicando un disco che contenesse tutte le canzoni scartate dal nuovo album perché troppe. The Brightest Void è una sorpresa, in tutti i sensi. Il primo singolo, No Bitter End, che farà parte anche dell’album che uscirà a agosto, circola su youtube già da un po’. È un pezzo forse leggermente commerciale, ma molto rock, con un sond energico. Your Heaven and Your Hell è una collaborazione con Micheal Monroe, che presta la voce nelle strofe. Un brano dal ritmo aggressivo, estremamente heavy. Il ritornello e l’assolo centrale si presentano come molto coinvolgenti, con l’aggiunta di uno strumento alquanto insolito nel genere: l’armonica. Eagle Eye è la canzone che, sin dal primo ascolto, ho amato maggiormente. Melodica, dolce, assomiglia a una ballata che accompagna una voce soft e malinconica. Un brano decisamente espressivo. Le successive An Empty Dream e Witch Hunt rappresentano un breve stacco, essendo caratterizzate da atmosfere più eteree e mistiche. Shameless ritorna invece sui toni hard rock, mentre la voce di Tarja passa da note basse a acuti fenomenali, rivelando la straordinaria portata della sua voce. Anche in questo album è presente una cover: House of Wax, brano di Sir Paul McCartney. Altro esperimento decisamente coraggioso che regala un riarrangiamento e un’interpretazione di altissimo livello che donano molte emozioni. Si passa alla traccia Goldfinger, simile per ritmo e composizione a una colonna sonora, per poi concludere con una rivisitazione di Paradise (What About Us?), duetto con i Within Temptation, nel cui album Hydra la canzone era stata pubblicata. Paradise è un brano distopico scritto in difesa dell’ambiente e della natura.
The Brightest Void è una ventata di aria fresca che fa presagire ottime cose riguardo all’album di cui è prequel. È una ventata di aria fresca, una boccata di ossigeno nella produzione da solista della cantante. Un album fresco, moderno, che ancora una volta si distacca dai lavori precedenti, portando la cantante su nuovi lidi, verso nuove sperimentazioni e nuove idee sensazionali.

Con i suoi quattro album solisti, le numerosi collaborazioni, i dischi di musica sacra, le partecipazioni a manifestazioni di musica classica e lirica e i live registrati, Tarja si rivela non solo una cantante lirica eccezionale, ma anche un’artista estremamente versatile, eclettica, capace di adattarsi a stili e situazioni differenti, carismatica, in grado di coinvolgere e emozionare. Non è un caso che, nel suo paese di origine e in tutta il mondo del Symphonic, sia una vera e propria icona musicale.

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