PREFAZIONE A “CALEIDOSCOPIO” di Silvia Marutti

Contest Amarcord

 

Accadeva di rado che Giovanni fosse invitato a cena dai nonni. Ma quel pomeriggio Gigè passò da via Torino e sotto il balcone di quella che sarebbe diventata la mia casa, elevò fino al primo piano la sua voce ancora possente, nonostante l’età:

“Zvanì, vieni giù svelto che ti aspetto”.

La Trieste gli portò gli scarponcini di cuoio, cappotto, berretto, sciarpa e lo condusse alla porta. Giovanni accolse le raccomandazioni di Mario “mi raccomando! Per favore e grazie …” quindi scese rapidamente le due rampe di scale e si avviò, per mano al nonno, verso la casa sull’argine del torrente.

Fu un’atmosfera da morosi che condusse Mario e la Trieste a cercare l’amore in un’ora inconsueta per loro abituati ad incontri notturni quando Giovanni dormiva.

L’aria di febbraio era ancora fredda ma profumava dalla novità di una stagione nuova, ormai prossima.

Nella luce della Stanza dove era stato possibile indugiare con l’entusiasmo di un’insolita libertà, mio padre pensò a tutto fuorché alle abituali precauzioni.

Così nell’imminente primavera l’abbozzo di ciò che sarei stata si insinuò nel ventre accogliente di mia madre.

Lì alloggiai, senza pensiero alcuno, fino al giorno della mia venuta al mondo, il tredici novembre del millenovecentocinquantasette, alle sedici, minuto più minuto meno, nella stessa Stanza e nello stesso letto in cui fui concepita. […]”

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