Qualcosa di bello di Erika Zerbini

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Dal principio sono precipitata in un buco nero, profondo e buio.

Un buco dal quale credevo non sarei mai uscita. Non vedevo appigli da nessuna parte: solo buio, vuoto e freddo, il gelo dell’assenza.

Così mi sentivo dopo le parole convenzionali delle occasioni come quella:

“Il battito non c’è più.”

I giorni passavano, ma non sembrava andare meglio.

Non sembrava essere una cosa di poco conto, come suggeriva la maggior parte delle persone che avevo intorno:

“Vabbè dai, ne farai un altro…”

Tuttavia non volevo fosse una cosa infinita, come avvertivo sarebbe stata, se avessi intrapreso il percorso che mi suggerivano essere il più adeguato, nei casi come quello.

Prendermi cura del dolore…

E’ diverso dal curare il dolore.

E’ diverso dal prendersi cura di sé…

Come se il dolore fosse un alleato, fosse un sostituto: il sostituto di quella figlia di cui non mi potevo più prendere cura.

Di lui no, non mi volevo prendere cura e nemmeno potevo prendermi cura dei figli che c’erano già, investendoli di tutto il dolore per la morte della sorella. Né mi potevo prendere cura di un figlio immaginario, un sostituto che avrebbe fatto per due.

Però potevo prendermi cura di me.

Io ero ancora lì e respiravo, mi alzavo ogni giorno sopravvivendo alla morte, combattendo il dolore. Ma che alleato?

Semmai era un morbo che mi distoglieva da ciò che davvero era importante, il vero senso delle parole di rito:

“Il battito non c’è più…”

Io ero una madre: sua madre.

Perché solo chi vive, ad un certo punto muore.

E qualunque persona vissuta, ad un certo punto è anche nata: è nata quando è uscita dal ventre di sua madre.

Così sono nata mamma di quella bambina: il giorno in cui è uscita da me.

Potevo scegliere che fosse il dolore l’eredità della nostra vita insieme? Potevo lasciare che il dolore si prendesse qualunque cosa di noi?

Non mi sono presa cura del dolore, piuttosto l’ho digerito.

Il buco si faceva sempre meno profondo, meno buio, meno freddo.

L’assenza è diventata un luogo non più solitario: proprio lì dentro ritrovo chi non ho più…

Quel maledetto dolore, che ha cercato di tenermi sotto, ancorata al fondo del buco, spacciandosi per ciò che mi restava di chi era morto, ha fallito il suo tentativo.

La mia volontà di fare qualcosa di bello della mia maternità, ha avuto la meglio.

Per la maggior parte del tempo quel dolore è sepolto e dimenticato. In fondo al buco.

Lui è dimenticato, non sono certo dimenticate le mie figlie: loro sono nella madre che sono diventata.

Riconosco le parti che hanno saputo far emergere, riconosco il piacere di un certo silenzio in cui posso ascoltare un tempo lontano, fatto di noi, di come eravamo, di come abbiamo avuto l’occasione di diventare.

Siamo diventati una famiglia. Checché se ne dica.

Lasciare andare il dolore non significa rinnegare chi abbiamo amato, penso piuttosto che significhi accettare che lo abbiamo perso, senza perderci nella sua assenza.

Quel dolore qualche volta fa ancora capolino, seppur raramente, e mi ricorda quanto sono capace di fare bello anche dove bello non è. Perciò non mi dispiace che bussi alla mia porta: lui mi parla bene di me.

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