“Il canto dell’essere e dell’apparire” di Cees Nooteboom

RECENSIONE DI CYNTHIA COLLU

Autore: Cees Nooteboom

Titolo: “Il canto dell’essere e dell’apparire” 

Edizione: Iperborea 1991

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Mi piace Nooteboom. Mi piacciono gli scrittori che si danno tempo, tutto il tempo possibile per raccontare storie che per loro abbiano un significato, un senso; o meglio, per dare un senso al loro scrivere, alla loro scrittura, perché troppo la rispettano. Che, in altre parole, non si prostituiscono vomitando un romanzo dietro l’altro pur non avendo niente da dire. Parola forte, prostituirsi? Forse, ma ingannare il lettore (e se stessi, se un po’ d’onestà verso il mestiere ce l’hanno ancora) allo scopo di far soldi, come si può definire altrimenti?
Vent’anni trascorreranno tra il primo romanzo di Nooteboom, “Il cavaliere è morto”, e il presente “Il canto dell’essere e dell’apparire”; e Nooteboom scriverà un gioiello. Gioiello per chi ama leggere, ma soprattutto scrivere.

In questo breve romanzo uno scrittore, decidendosi dopo anni d’inattività a scrivere un romanzo, s’interroga sul senso dello scrivere. Si chiede, per esempio, che senso abbia aggiungere un’esistenza fittizia a quella concreta del mondo esteriore.
Bellissimo ed esemplificativo il brano seguente:

C’è qualcosa indescrivibilmente triste negli scrittori soli nel loro studio. Presto o tardi viene un momento nella loro vita in cui cominciano a dubitare di quel che fanno. Sarebbe forse strano, del resto, se non fosse così. Quanto più a lungo si vive, tanto più la realtà si fa incalzante, e al tempo stesso meno interessante, perché ce n’è già troppa. Davvero c’è bisogno di aggiungervi ancora qualcosa? Al di sopra dell’esistente bisogna accatastare l’immaginario, solo perché qualcuno, quand’era giovane e aveva ancora poca esperienza di quel che chiamiamo realtà, s’è messo a fantasticare per conto proprio di pseudorealtà e, di conseguenza, è stato chiamato da tutti uno scrittore?”

e ancora:

Gli scrittori, pensò lo scrittore, immaginano una realtà in cui non hanno bisogno di vivere, ma su cui hanno potere. Scostò il foglio che gli stava ancora così bianco davanti. Era poi vero, in quel caso? Aveva potere su quei due volti che con tanta lentezza vedeva delinearsi? O non erano loro ad aver potere su di lui?

Il suo interlocutore è un altro scrittore, che invece è su posizioni opposte. Sempre sicuro di quello che fa non si pone domande, sforna un romanzo ogni due anni e, cosa che incuriosisce e un po’ ingelosisce il nostro scrittore, sembra trovare lo scrivere davvero divertente. Durante una delle tante discussioni, ecco che cosa dice:

Che lo scrivere sia la metafora semplice o inversa della realtà, o che debba esserlo, al tuo lettore non gliene viene in tasca niente. l’unica cosa che gli interessa è se quello che legge diventa per lui, in quel momento, realtà. Se non è così butta via il libro, sempre che non l’abbia già fatto il critico per lui. Bisogna raccontare una storia, nient’altro, e se un’altra motivazione esiste, lasciala cercare agli studenti di letteratura.
e ancora:

Al tuo lettore interessa soltanto sapere cosa succederà alla fine al tuo colonnello e, per parte sua, del tuo prezioso mondo interiore se ne frega totalmente.”

Su questi due personaggi, o meglio su questo racconto, si fonde l’altro romanzo, quello che lo scrittore sta scrivendo: nascono il colonnello bulgaro e il dottore, nasce l’evanescente Laura, nasce la Bulgaria con le sue guerre e l’odore acre del sangue; e i personaggi, con le loro psicologie reali, saranno più “veri” degli scrittori che ne parlano, perché mentre di loro si viene a sapere quasi o tutto, nulla o quasi si sa dei due scrittori.
Romanzo nel romanzo, quindi, tanto che a un certo punto, i personaggi vedranno lo scrittore (vestito in modo singolare, perché loro vivono nell’ottocento e lo scrittore è del novecento) seguirli con un’altra carrozza, scrittore che fa la sua fugace apparizione cameo nella storia come Hitchcock nei suoi film.
Ma c’è anche altro in questo romanzo.
Per me, c’è soprattutto il finale. L’ho amato tantissimo. Il romanzo compiuto finisce su un romanzo incompiuto.
Lo scrittore di fronte a una scelta di “prostituzione” dice all’altro scrittore che non è vero niente, lui non stava scrivendo nessun racconto. Poi, distrugge la sua opera e la brucia.
Questa affermazione di diritto sulla propria opera mi ha commossa. Ho pensato a Picasso, che spesso creava e poi distruggeva, come solo i grandi osano fare. Ho pensato a una frase (forse di Proust) “Muoiono gli scrittori. perché non i loro libri?”. Ho pensato che sì, l’opera ti osserva e ti giudica, e tu devi sempre essere sincero con lei. Non mentirle, non mentirti mai. Lei non lo sopporterebbe.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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