“Jacques Prévert, il ribelle cantore della libertà e dell’amore”

“Jacques Prévert, il ribelle cantore della libertà e dell’amore”

Di Ilaria Biondi

Prévert

Jacques Prévert è stato brillante autore di sceneggiature teatrali e cinematografiche.

Ricordiamo, fra i non pochi film che giovano del suo contributo, Quai des Brumes [Il porto delle nebbie], con un magistrale Jean Gabin e Les enfants du paradis [Amanti perduti], con Barrault e Arletty, in collaborazione con Michel Carné, pellicola girata durante la Seconda Guerra Mondiale e considerata un capolavoro del realismo poetico.

È stato scrittore di testi di celebri canzoni, interpretate da artisti del calibro di Agnès Capri, Yves Montand e Juliette Gréco.

Ma è soprattutto la sua opera poetica, che presenta tratti di grande originalità rispetto alla produzione tradizionale autoctona, che gli conquista un pubblico di lettori vasto ed eterogeneo.

Il favore riservato a raccolte come Paroles [Parole], Histoires [Storie], La pluie et le beau temps [La pioggia e il bel tempo], testimonia la popolarità di un autore che ha saputo restituire alla poesia la sua immediatezza.

La sua funzione primitiva di parola chiamata ad esprimere senza intermediari i sentimenti più semplici e universali, come rabbia, tenerezza e malinconia.

Prévert contrappone la spontaneità del verbo, la fresca profondità dei sentimenti d’amore e d’amicizia all’angosciosa “pesantezza” delle elucubrazioni metafisiche, all’avvilente e alienante ordine sociale e morale.

Il legame con il Surrealismo, dal quale Prévert si allontana nel 1929, gli trasmette il gusto della “lingua in libertà”, della lingua come mezzo di liberazione dell’uomo.

Alla rispettabilità del linguaggio civile e forbito, visto come forma di oppressione, il poeta contrappone l’allegra insolenza de l’enfant de la rue.

Quella di Prévert è una poesia parlata che nasce dal contatto stretto e viscerale con la vita quotidiana e che da essa prende a prestito il linguaggio dimesso e non di rado sarcastico.

La “facilità” linguistica di Prévert non deve tuttavia indurre il lettore a sottovalutare l’importanza della sua opera.

La sua arte, contrariamente a quanto potrebbe apparire ad una lettura superficiale, non solo esibisce una forte portata sovversiva, ma è anche profondamente meditata e irta di difficoltà.[1]

Prévert, nel tentativo di levare una voce nuova e diversa, di sottrarsi alle vie battute da una poesia considerata ormai obsoleta[2], attinge al language familier.

A quello stile parlato, per intenderci, che rifugge le metafore sofisticate ed elaborate ma che sa dar vita a giochi di parole e di rime, ora divertenti ora teneri e commoventi, e che trova nella canzone la sua forma più compiuta.

Analogamente a scrittori come Robert Desnos e Raymond Queneau anche Prévert, animato da spirito anarchico, ribelle e provocatorio, contribuisce a lacerare il predominio letterario esercitato dal rigido accademismo postsimbolista, incarnato da figure come Valéry.

E lo fa mostrando una spiccata predilezione per la poesia popolare, il suo umorismo vagamente irrazionale e onirico, i suoi ritmi irregolari, i suoi giochi di parole.

Ricusando l’atteggiamento elitario della tradizione poetica francese, protesa a costruire un sapere altamente raffinato, sempre più lontano dal grande pubblico, Prévert si fa portavoce di un mondo semplice, dell’umanità dei diseredati del nuovo secolo, che egli ritrae con sguardo tenero e ironico insieme.

La poesia “visiva” e “cinematografica” di Prévert, che a ragione alcuni critici accostano alla pittura di Picasso o Mirò, sa ricreare con naturale sapienza le atmosfere della Ville Lumière, il clima particolare che si respira in certi suoi quartieri, il colorato folklore della sua gente.

Si veda ad esempio con quale affettuoso e bonario stupore il poeta sa tratteggiare, in poche essenziali pennellate, il turbinio cittadino, caotico e multietnico, della sua Parigi:

“[…] Ed il sole invano

vuole dimenticare queste cose

e va per la sua strada

attirato di nuovo dalla Senna

ma si ferma un momento in Rue de Jouy

per scintillare un po’molto vicina a rue François-Miron

dove si trova quella bottega sordida

di vestiti usati

e poi anche un barbiere un’osteria algerina

e poi di fronte

calcinacci macerie demolizioni

ed il barbiere sulla soglia

contempla stupefatto

quel paesaggio slabbrato

e dà un’occhiata disperata

verso rue Geoffroy-l’Asnier

che adesso appare nel sole

nuova ed intatta

con le sue case dei secoli passati […]”[3].

Il Prévert poète-visuel, che sa ascoltare e riprodurre con grande sensibilità i fermenti della realtà quotidiana, coesiste con il poeta libertario, che con verve insolente esprime la sua radicale protesta contro l’ordine sociale in tutte le sue forme.

I versi prévertiani colpiscono con forza corrosiva gli aspetti più superficiali della società contemporanea. L’ipocrisia di istituzioni come la chiesa e la famiglia borghese.

La violenza esercitata dalle forze dell’ordine, dalla politica, da una giustizia cieca e crudele.

È nel prolifico inverno del 1944-1945 che Prévert compone una delle sue poesie più celebri, Barbara, i cui versi di rara intensità coniugano antimilitarismo e amore.

La poesia si apre con un delicato ritratto di fanciulla, sullo sfondo della città di Brest.

Con struggente nostalgia il poeta evoca il fugace incontro, molti anni addietro, con Barbara.

Il giovane innamorato ricorda con emozione quel volto sorridente, quello sguardo luminoso che per un attimo si è magicamente incrociato con il suo.

D’improvviso sulla scena appare un uomo: Barbara corre verso di lui e lo abbraccia con trasporto.

Il poeta è testimone di questo tenero momento e si lascia contagiare dalla felicità dei due giovani amanti.

Come già ne Les enfants qui s’aiment [I ragazzi che si amano] il poeta si schiera dalla parte della coppia di innamorati, entra in segreta comunione con loro, compartecipando del puro e profondo sentimento che li lega.

Il tono della poesia cambia però bruscamente e alla tranquilla felicità del quadro iniziale subentra il violento grido del poeta contro la guerra.

Per Prévert questa poesia rappresenta l’ennesima occasione per porsi controcorrente.

Nel momento in cui la vittoria degli Alleati è alle porte e ovunque si levano voci di esultanza e di patriottismo, egli esprime tutto il suo orrore e la sua indignazione per la violenza bellica, capace di annientare ogni cosa.[4]

Il sobrio lirismo di Prévert esibisce le brutture del paesaggio  in tutto il loro sconvolgente realismo.

Le ferite di una città lacerata dalle bombe.

La distruzione di tante povere vita umane.

La separazione dei due amanti, quello che Prévert considera forse il crimine peggiore.

Ogni cosa è perduta sotto il cielo plumbeo di Brest.

L’inferno di fuoco e sangue ha seminato ovunque morte e silenzio.

La fresca pioggia che bagnava dolcemente i capelli di Barbara si è ora trasformata in un nefasto e crudele diluvio distruttore:

“Ricordati Barbara

pioveva senza tregua quel giorno su Brest

e tu camminavi sorridente

raggiante, rapita, grondante

sotto la pioggia

ricordati Barbara

pioveva senza tregua su Brest

e t’ho incontrata in rue de Siam

tu sorridevi

e sorridevo anch’io

ricordati Barbara

tu che io non conoscevo

tu che non mi conoscevi

ricordati

ricordati comunque di quel giorno

non dimenticare

[…]

e non volermene se ti do del tu

Io do del tu a tutti quelli che amo

anche se non li ho visti che una sola volta

io do del tu a tutti quelli che si amano

anche se non li conosco

[…]

oh Barbara

piove senza tregua su Brest

come pioveva prima

ma non è più così e tutto si è guastato

è una pioggia di morte desolata e crudele

non è nemmeno più bufera

di ferro acciaio sangue

ma solamente nuvole

che schiattano come cani

come cani che spariscono

seguendo la corrente su Brest

e scappano lontano a imputridire

lontano lontano da Brest

dove non c’è più niente.” [5]

L’arte di Prévert, con il suo sapore naturale e spontaneo, si fa dunque riflesso del desiderio di libertà e anticonformismo di un’intera generazione, ergendo contro gli snobistici e fatui intellettualismi la forza dirompente della vita vera.

Le grida e gli odori di una città variopinta e in perenne movimento.

Il sorriso disarmante di una fanciulla che cammina sotto la pioggia.

L’ilare complicità di due amici che si prendono a braccetto e fanno un pezzo di strada insieme.

L’eterna tenerezza dell’amore di due fanciulli che si tengono per mano…

Note

[1] Ciò emerge soprattutto in fase di trasposizione, come mettono in evidenza i traduttori del poeta.

[2] Ambizione questa condivisa da altri poeti del secondo dopoguerra quali Francis Ponge e Henri Michaux, benché diversi siano i mezzi e le forme con cui i tre autori perseguono il loro obiettivo.

[3] J. Prévert, Ancora una volta sul fiume , in Storie e altre storie, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 7.

[4] La poesia viene poi musicata da Joseph Kosma e, benché censurata e proibita sulle radio nazionali dell’epoca, è destinata a rimanere impressa nella memoria collettiva, eguagliando in celebrità canzoni come Le foglie morte.

[5] J. Prévert, Barbara, in Parole, Milano, Tea, 1998, pp. 297-299.

 

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