UNA GENERAZIONE SBAGLIATA, LA MIA di Paola Crovi

FRANCESCA BLEU

 

UNA GENERAZIONE SBAGLIATA, LA MIA

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Milano, Piazza Durante.
Giardinetto diviso in due, tre, quattro, cento spicchi di frastuono.
Una piazza non piazza, crocevia, crocicchio.
Niente musica barocca di Francesco Durante, con la bella targa al muro del nobile edificio della scuola, che ricorda a tutti che alla costituzione del regno d’Italia i bambini erano bambini e che per alfabetizzarli alla lingua italiana bisognava mettercela tutta.
I bambini erano tanti e l’istruzione era severa come il palazzo di pietra grigia che la ospitava, con gli ingressi divisi per bambini maschi e bambine femmine.
Una eternità fa, un mondo di valori fa.
La piazza era stata piazza vera con i suoi alberi, le case di ringhiera ora fabbriche, uffici, case anonime.
In uno spicchio dei giardini giochi per i bimbi che corrono di qui e di là in cerca di non si sa cosa.
Al di là della strada extracomunitari in gruppo si riuniscono e si guardano l’un l’altro per riconoscersi.
In fondo a tutto sopra allo sguardo c’è Santa Maria la Bianca, chiesa Viscontea, vestigia di quello che è stata Milano, prima di Leonardo, prima dei francesi, prima degli spagnoli.
Quando i Visconti la facevano da padroni e le Abbazie producevano uomini e santi, frutti, cereali , terre irrigue e tesori nascosti al riparo di mura spoglie, al di là di porte che si chiudevano alle spalle di uomini semplici e prudenti, che le varcavano per morire al mondo.
E dietro la chiesa, oltre il suo perimetro segnato dai mattoni rossi, cotti e ricotti dal tempo, un altro muro di periferia segna un diverso perimetro, quello delle fabbriche. Le fabbriche dell’alienazione e insieme della speranza per un futuro, un vivere migliore, con la casa con dentro il frigorifero, la lavatrice e la televisione.
Muro abbandonato in un desolato vuoto di nulla, di fabbrica che non c’è più, colorato da un laconico murale con volti di giovani, che se ne sono andati a 18 anni, anzi che sono stati buttati fuori dalla vita da altri giovani.
Testimonianza di anni tortuosi, bui, segnati dall’odio che ha diviso una generazione sbagliata, vissuta senza sere allo stadio o al bar.
A uno di quei bar che si affacciano sulle vie del Casoretto, con dentro gente di tutti i colori, che poco sa di Santa Maria la Bianca, del musicista Durante, di Fausto e Iaio che se ne sono andati così, con un tuffo al cuore, lasciando più soli gli altri sopravvissuti di una generazione sbagliata, la mia.

PAOLA CROVI

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