L’esame di maturità

di MIRELLA MORELLI

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Al secondo anno di liceo – scientifico, of course – ero già ben consapevole che “la matematica non sarebbe stata mai il mio mestiere”, come cantava il cantante.

La conseguenza, purtroppo, era che la ignoravo ignominiosamente quel tanto necessario per non andare al recupero, buttandomi a capofitto sulla letteratura, la filosofia, la storia dell’arte…

A quindici anni non si ammettono errori né ripensamenti.
Ero quindi caparbia, spavalda, sfrontata nelle scelte fatte e aggiravo l’ostacolo-matematica andando incontro ai miei giorni con la magica convinzione che il futuro fosse mio, comunque!
Avevo un compagno di classe genialoide, proprio di quelli classicamente scientificissimi il quale, invece di insultarmi in quanto capra, mi elogiava stupito che “del Leopardi ne sapessi più del Leopardi”. E tanto bastava perchè divenissi per lui “la Mia Stimata”
A quindici anni queste cose non stupiscono, tutt’altro: sembrano dovute.

 

Accade che in terza liceo il mio compagno debba cambiare sezione e me lo perdo nei meandri di corridoi, altre interrogazioni, altri prof , altre scale e altri vicini di banco.

Rimango in balìa esclusiva della mia capraggine.
Per lunghi, interminabili anni di liceo scientifico ho temuto e disprezzato ogni compito di matematica: coerentemente, per cinque interminabili anni.

E per contro e per compenso ho svolto sempre doppio e triplo compito di italiano lasciando che una compagna di classe mi ripagasse, passandomi qualche formula e qualche esercizio.

Poi finalmente i cinque interminabili anni terminano con l’esame di maturità: L’INCUBO PERFETTO!

Che arriva, con i temutissimi scritti.

Il patto d’acciaio con la compagna di banco C’E’, ed è siglato con lacrime e sangue prima di entrare in aula: oh, speranza!, io avrei svolto per entrambe lo scritto di italiano, l’altra naturalmente quello di matematica.

Peccato che si iniziasse con la prova di italiano, però…

E’ il primo giorno d’esame e diligentemente svolgo due splendidi compiti per due tracce diverse: uno per me e l’altro, forse il migliore, per la mia compagna. Sono soddisfatta, soddisfatta e gioiosa!

Poi, il secondo giorno: eccolo, L’INCUBO-PROVA DI MATEMATICA.

Il tempo scorre lento e insieme veloce. Io aspetto, aspetto ma sollecito la medesima compagna affinchè mi passi i problemi…invano.

Con l’urlo di Munch paralizzato sul volto vedo inesorabilmente scorrere il tempo.

Sono basita nella mente, ma più ancora nel cuore.

Quando ecco, verso la fine delle ore a disposizione, dal lato opposto e lontanissimo dell’aula di esame si avvia il silenzioso passamano di un bigliettino per me, proprio per me!, contenente buona parte degli esercizi d’esame: da parte di un ex compagno di classe. QUEL compagno di classe. Che io neanche avevo visto dove fosse seduto.

Quel biglietto, PER LA SUA STIMATA”.

L’urlo di Munch assume i connotati un po’ ebeti dello stupore ma poi si spiana in un sorriso, credo uno dei più bei sorrisi della mia vita.

Di quelli liberatori, coi lucciconi.

All’uscita neanche l’ho cercato, ma non per noncuranza, o ingratitudine:  perchè a quindici anni le cose vanno così, e basta.

Chissà se il mio meraviglioso compagno se ne ricorda!
Probabilmente no, le persone generose fanno tutto d’istinto, REGALANO BENESSERE SENZA NEANCHE ACCORGERSENE.

Adesso che un social network ci ha permesso un timido e adulto ritrovarsi, da lontano nel tempo e nello spazio – che forse è il ritrovarsi migliore…
adesso devo fargli capire, e raccontare senza reticenza alcuna il perché del mio odierno sorriso, del mio ottimismo, del mio carattere fiducioso, dell’aspettarmi sempre il meglio…

Del perchè ogni volta che mi arriva una coltellata alle spalle io mi guado intorno, per capire da quale punto stia già arrivando un bigliettino.

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