“Viaggio in seconda classe” di Elvira Rossi.

“Viaggio in seconda classe” di Elvira Rossi.

Era il mercoledì della settimana Santa e per molti iniziavano le vacanze pasquali. Pur essendo il mese di marzo, per la temperatura rigida sembrava di essere immersi nel pieno dell’inverno.

Quella sera Ada, una donna che non aveva abbandonato totalmente le linee fresche dell’adolescenza, scese dal taxi e si diresse all’interno della stazione di Milano Centrale. Avrebbe preso il direttissimo delle ventuno e quaranta, per Palermo. Aveva in tasca un biglietto per la seconda classe, le prenotazioni erano state esaurite da tempo e il viaggio si sarebbe prolungato oltre l’intera nottata, tuttavia era rassegnata al rischio di non trovare posto.

Con una pesante valigia, in cui aveva racchiuso i doni per la numerosa famiglia, avanzava a fatica, aprendosi un varco tra un confuso ammassamento di bagagli e l’eccitazione di frenetici viaggiatori. Più si avvicinava al binario 7, da dove era prevista la partenza del treno e più avvertiva una sensazione di smarrimento in quel formicolio umano sempre più convulso.

Ad attendere quel treno c’era un’incredibile e pittoresca massa di genti. Era il popolo degli emigranti, che negli anni Settanta si erano trasferiti dal Sud verso il Nord. Erano giovani e meno giovani, con la famiglia e senza famiglia, che avevano lasciato terre soleggiate e pittoresche, talvolta ingenerose per l’avarizia di un padrone. Gli uomini in particolare, deposti arnesi da lavoro e vanghe, avevano indossato gli abiti della festa e preso una valigia, dove all’interno sarebbe stato nascosto un sapore del proprio paese. Le donne di casa, nonna, mamma, moglie, non li avrebbero lasciati partire, senza infilare tra la biancheria pulita un pezzo di formaggio che sapeva di latte caprino e di pascoli verdi, o un pane che non aveva abbandonato l’aroma della legna bruciata, o un dolce di marzapane: pezzi di cibo prelibato salvato dalla razzia quotidiana e gelosamente custodito, per solennizzare il distacco. Squisitezze destinate a essere consumate da qualcuno, che si sarebbe trovato chissà dove, in una stanzetta solitaria, accanto a una mensa spoglia, a fantasticare, figurandosi nella mente il focolare di casa, profumi caldi ed esuberanti, trastulli gioiosi di bambini, cadenze talora aspre e altre volte armoniose delle parlate dialettali, che nell’immaginario lo avrebbero avvolto come in un abbraccio consolante.

Tirata fuori dalla valigia, quella preziosità sarebbe stata centellinata per espandere l’incantesimo: gli occhi sarebbero stati socchiusi, per inebriarsi nel sentore acre degli oleandri dall’altra parte del mondo e riascoltare a distanza la cantilena delle voci familiari, confuse con il frastuono sommesso proveniente da un cortile che ti aveva visto crescere.

Era questo il popolo in attesa sul binario e che quella sera compisse il percorso a ritroso, lo si sarebbe intuito dai volti scossi dall’eccitazione. Chi si disponeva a partire, già sentiva il profumo del mare e degli agrumi, già vedeva pini marini e distese di olivi, e soprattutto tra le braccia stava già stringendo un bimbo, che avrebbe trovato più alto e una madre con i capelli sempre più bianchi.

Il treno, trascinato da una vecchia locomotiva, appariva in lontananza e nell’aria offuscata dai vapori e dalla nebbia, avanzava lentamente, snodandosi sulle rotaie come una lunga e mostruosa biscia dagli occhi lucenti, mentre i segni d’impazienza di chi aspettava erano sempre più evidenti in uno stato di concitazione generale. Le donne e i bambini restavano indietro a custodia dei bagagli, intanto che gli uomini partivano all’assalto, pirati disarmati all’arrembaggio di vecchi vascelli, che nelle diverse pause dei porti avrebbero rilasciato dei prigionieri, catturandone altri in uno scambio continuo di umanità.

A riportare la vittoria in questa stravagante lotta priva di violenza, erano i guerrieri più prodi, che aggrappandosi a una porta si catapultavano nel treno prima che si fosse fermato del tutto. Tra i temerari c’era anche chi osava di più e lasciandosi spingere dai complici terrestri, riusciva a passare attraverso un finestrino lasciato aperto per sbaglio.

Una mente lucida e distante, capace di ragionare freddamente, sarebbe inorridita di fronte a tali gesta incoscienti e poco edificanti, tuttavia se avesse inteso che tanta spregiudicatezza velava il bisogno di proteggere le creature più deboli assegnate in sorte dalla vita, avrebbe provato un sentimento di indulgente benevolenza.

Si combatteva per conquistare una logora e maleodorante poltrona all’interno di una carovana, priva di ogni agiatezza. Gli ultimi, sicuramente non poche anime, sarebbero rimasti in piedi per tutta la notte e quando fossero stati stremati, avrebbero steso per terra le pagine di un quotidiano, si sarebbero seduti e avrebbero cercato di dormicchiare, come può succedere solo a chi è troppo stremato e in pace con se stesso.

L’atmosfera mossa dai venti agitati si dissolveva in fretta, diffondendo uno stato di calma e presto veniva decretata una condizione di pace tra gli avversari, a cui si rivolgevano un sorriso e una prima domanda, sempre la stessa: “Noi scendiamo a Palermo e voi dove andate?”

Finita la battaglia, scattava il piano Marshall per chi un attimo prima era stato un rivale nella lotta per la sopravvivenza. La memoria storica ingessata nella retorica stereotipata di una probabile verità vorrebbe che quegli scompartimenti fossero sempre affollati da gente sporca e puzzolente. La memoria involontaria di Ada e di altri, chissà se offuscata o rischiarata dal tempo, lascia riemergere alla coscienza scene dipinte con i colori della fratellanza.

Deposte le asce, c’era chi si spostava su uno strapuntino, per cedere il posto a un perdente dall’aria malandata. Non era raro vedere un bambino placidamente steso, che dormiva con la testina reclinata in seno alla propria madre e le gambette dall’altra parte, in grembo a un viaggiatrice occasionale, che regalava sguardi amorevoli a una creatura sconosciuta.

Come in un accampamento notturno di una tribù sapientemente primitiva, bambini e genitori anziani in treno smettevano il proprio senso di appartenenza e diventavano patrimonio comune della collettività, per essere restituiti ai legittimi proprietari solo a destinazione. All’interno dei polverosi scompartimenti ci si stringeva fino all’impossibile, per inventarsi un posticino per qualcuno, che dal corridoio, dove sostava, di tanto in tanto indirizzava sguardi furtivi e nostalgici a chi era seduto. Quegli sguardi imploranti non lasciavano indifferenti, ci si stringeva all’inverosimile oppure ci si alternava.

Una volta, in cui il viaggio ebbe una durata superiore alle più pessimistiche previsioni, ai viaggiatori meno esperti incominciò a mancare l’acqua e la sete a farsi sentire. Come per magia un ragazzo, che faceva parte della ciurma in corridoio, estrasse dallo zaino un’arancia. La sbucciò diligentemente con le mani e a ciascuno distribuì tutti gli spicchi, uno a testa. Quando gli spicchi furono finiti, il ragazzo che a sé aveva riservato solo le bucce da buttare, si scusò, sembrò mortificato, per non aver più nulla da offrire. Ogni spicchio di quell’arancia celava sentimenti di storie vere da narrare: la fatica del lavoro, la sofferenza della distanza, il patimento di umiliazioni subite, la fierezza di chi in virtù dei sacrifici aveva restituito dignità a sé e alla famiglia, la sensibilità di chi sa riconosce nell’altro il disagio. Il profumo diffuso da quell’arancia diventa elemento dominante ed esclusivo che invade totalmente la memoria, soffocando e relegando sul fondo sentori stanchi di quel drappello umano.

Riemergendo dalla calca, Ada faticosamente riuscì a salire in una carrozza scelta a caso. Si era appena inoltrata in corridoio, quando da uno scompartimento un signore anziano con la mano le indicò un posto libero. Alla ragazza sembrò il dispiegarsi di un evento prodigioso. Entrò, sistemò la valigia sulla reticella apposita, si accomodò in quell’unico posto accanto all’uscita. Seduto di fianco a lei un giovane in uniforme, chiuso nei propri pensieri appariva affaticato, assente, indifferente a quanto accadeva Non aveva dato segni di vita neppure quando l’ambiente si era vivacizzato per la nuova presenza.

Ada, che inizialmente aveva provato una sensazione di disagio, si sentì rassicurata dalla compostezza di quella statua umana e l’inevitabile contatto fisico con un gomito estraneo le sembrò più tollerabile. La ragazza aveva poca familiarità con l’universo maschile e ripercorreva ancora le orme di un’educazione severa, che chiedeva alle donne di assumere atteggiamenti riservati e intransigenti nei confronti del sesso opposto.

Il treno trasse energia dalle tenebre notturne e prese un’andatura più celere. Nello scompartimento le luci furono abbassate, per favorire un abbandono che richiamasse il sonno e ognuno cercò di adattare il proprio corpo all’angustia dello spazio. Il militare, che fino allora era apparso più inerte del soldatino di stagno di Andersen, incominciò a dare segni di vita: con movimenti calmi e accurati dispose sulle proprie gambe piegato in quattro il pesante pastrano di lana, come se avesse voluto proteggere dal freddo solo una parte del corpo.

Ada, che aveva osservato con curiosità ogni movenza, si sentì più tranquilla, quando il giovane ebbe riacquistato la staticità interrotta da quei gesti, poco comprensibili a chi invece per il freddo cercava di racchiudere tutta la persona nel cappotto. L’immobilità ebbe breve vita, il soldatino di stagno si ravvivò presto e si mosse con estrema cautela come gli era imposto dal suo rango: un unico gesto solitario. Con delicatezza la sua mano raggiunse la mano infreddolita di Ada e cercò di trattenerla nella sua più calda e robusta. Ada lestamente si girò di scatto e liberò la mano da quella stretta, che la lasciò andare senza trattenerla. A quel tocco indiscreto e gentile aveva avvertito una sensazione di calore, che si era diffuso per tutto il corpo. Incominciò a turbarsi, senza darlo a vedere, temeva di attirare l’attenzione degli altri viaggiatori, cercò di farsi piccina e di rincantucciarsi il più possibile con le mani strette in grembo.

Erano trascorsi solo cinque minuti e il soldatino tornò ad animarsi: con una mossa furtiva riconquistò la mano di Ada, che sempre più allarmata la ritirò di nuovo. Questa scena sommessamente si ripeté ancora una terza volta nel silenzio notturno, rispettando con precisione le didascalie di un copione già recitato, mentre gli altri viaggiatori avevano ceduto al torpore della sonnolenza.

Il soldatino conservò l’abituale rigidità, la sua uniforme gli imponeva controllo e freddezza nelle azioni e nelle parole. In compenso era tenace e non disposto alla resa come era giusto che fosse un valoroso militare. Il fantastico personaggio di Andersen non aveva mai sospeso il sogno di conquistare la sua ballerina e non aveva invocato aiuto, neppure quando sulla barchetta di carta stava per affondare. Un soldatino, che respira e viaggia protetto da un vagone impermeabile all’acqua, come si sarebbe potuto mostrare meno coraggioso e perseverante rispetto a una creatura pieghevole? In caso di sconfitta, quale mortificazione avrebbe dovuto tollerare nel confronto con un soldatino storpio e dal cuore di stagno?

Un troll malefico, che pregustava il piacere di assistere all’ennesimo rifiuto e alla disfatta definitiva, incalzava la giovane recluta suggerendogli di riprovarci . Per potersi raffrontare onorevolmente con l’eroe fiabesco, l’ardito sognatore decise di non capitolare e mutò la propria strategia. Girò il volto verso la donna e a bassa voce e con pacatezza le sussurrò : “Non temere, voglio solo tenerti per mano”. In quella richiesta non c’era niente di ragionevole, ma le parole apparentemente illogiche e senza senso hanno il potere di metterci in relazione con la parte più profonda ed enigmatica del nostro essere. Il matematico più prestigioso in una formula perfetta non saprebbe esprimere la perfetta imperfezione dei sentimenti. Alla conoscenza approssimativa dell’uomo si potrebbe essere guidati soltanto dalle strade impervie e opache dell’irrazionalità e sicuramente non dalle rotte sfolgoranti della ragione.

Ada non saprà mai spiegarsi il motivo della propria resa: lasciò che la sua mano piccola e morbida fosse chiusa nel pugno grande e un po’ ruvido dell’ignoto compagno di viaggio. Una mano nella mano poggiata con discreta delicatezza sopra quel pesante soprabito, che prima il ragazzo aveva ripiegato meticolosamente sulle gambe e che ora isolava le mani dal contagio del corpo, come per sancire l’innocenza di un gesto, Ada tentò di acquietarsi, ma era inondata dall’apprensione. Temeva che quel ragazzo potesse osare di più e azzardare un gesto capace di offendere la sua sensibilità ancora intatta. Rimase vigile e tentò ancora una volta di sfuggire a quella stretta, ma ogni volta la pressione leggera della mano diventava più ferma. Alla fine capitolò. Più fiduciosa incominciò ad abbandonarsi, ogni tanto riapriva gli occhi per sbirciare: la mano era sempre lì, imprigionata, trattenuta con maschia gentilezza.

Le luci erano soffuse, si sentiva il respiro pesante di un viaggiatore, di tanto in tanto qualche voce smorzata proveniva dal corridoio, talvolta il movimento ondeggiante e disomogeneo impresso ai vagoni dal contatto con le rotaie, ora dritte ora curve, scuoteva i corpi indolenti dei passeggeri.

Il nostro eroe con gli occhi chiusi sembrava dormire o fingeva, non è possibile indovinarlo. All’alba il treno si arrestò alla stazione di Roma Termini. Solo allora lo sconosciuto si riscosse, con movimenti flemmatici distese le dita della propria mano, restituendo la libertà alla ragazza, indugiò ancora un attimo come se avesse voluto prolungare l’emozione di quel contatto. Si alzò, prese lo zaino, indossò il cappotto, lasciò scorrere la porta per aprirsi il passaggio. Prima di uscire, si pose di fronte alla giovane, la guardò intensamente, le rivolse uno sguardo carezzevole e con tono riconoscente sussurrò : grazie! Poi imboccò l’uscita confondendosi tra gli altri viaggiatori, che si apprestavano a scendere. Ada frastornata, in silenzio, lo seguì con lo sguardo, fino a quando non fu scomparso totalmente.

Non si saprà mai quali siano stati i pensieri e i sentimenti di quel ragazzo. Nessuno potrà parlarci di lui, la sua voglia di tenerezza resterà un mistero inesplorato. La ragazza per sempre in quell’intreccio di mani continuerà a sentire il bisbiglio di tacite parole, desiderose di rompere il silenzio della solitudine.

Per la giovane Ada viaggiare in seconda classe era stata sempre una scelta, suggerita dalla sua indole curiosa di esploratrice e a ogni viaggio si opponeva alla madre, che avrebbe voluto regalarle un biglietto di prima classe. Da “grande”, quando viaggerà nella Freccia Rossa, lasciandosi coccolare dalle hostess in divisa, ripenserà sempre a quei viaggi lunghi, faticosi, ma ineguagliabili e imprevedibili per la ricchezza degli incontri e il fascino dell’ignoto.

Oggi nonna Ada qualche volta tenta di raccontare brandelli di quei viaggi ai nipoti adolescenti, alla fine si scoraggia, le sembra di non saper trovare le parole giuste per farsi comprendere da una generazione, che trascorre il tempo del viaggio tra tablet e iPhone. Da quando sua nipote Bianca ridendo le ha confessato che non crede a quei romanticismi da libro “Cuore”, Ada ha preferito chiudere a chiave lo scrigno dei ricordi. Nei momenti di solitudine, quando nessuno può deriderla o dubitare delle sue parole, apre la preziosa teca e si affida al sogno e nell’evanescenza delle ombre legge pagine di storia scritta da eroi comuni, guarda romantici fotogrammi in bianco e nero, ascolta musiche che incantano, ammira tele antiche dipinte con rara maestria, riconosce sulla pelle il palpito intimo di una mano priva di malizia.

 

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *