La misura del vicino e del lontano – di Antonella Sbuelz

La misura del vicino e del lontano – di Antonella Sbuelz

Recensione di Lisa Molaro

 

sbuelz

 

Scrivere di poesia, che cosa difficilissima!

Orientarsi tra rime baciate, endecasillabi, sineddoche, figure metriche e retoriche, ermetismo o meno.

Scrivere di poesia può anche, però, essere facilissimo.

Titolo: La misura del vicino e del lontano.

Basta appoggiare il palmo della mano sulla copertina ruvida, di carta grezza.

Semplicità, essenza.

Basta donarle un iniziale sguardo, color azzurro carta da zucchero, una sfumatura vicina al ceruleo del cielo.

Libertà.

Il nome in copertina mi è familiare, ne conosco il volto: Antonella Sbuelz.

Parla quasi sottovoce, Antonella, con un timbro che teme di disturbare i pensieri degli altri.

Ha l’animo delicato, prerogativa dei poeti, certo!

Ho iniziato a leggere questa silloge, il giorno seguente della presentazione del libro, a cui avevo partecipato.

Nelle orecchie avevo quindi ancora il suono della sua voce e il rumore delle mani che applaudivano.

 Emozioni liberate in circolo.

I miei occhi, durante quell’incontro, più volte si sono velati (tre, per la precisione… ne ricordo i singoli momenti), il carico emotivo era grande.

Capita, quando le parole sono veritiere e le sensazioni realmente provate sulla pelle.

Era domenica, iniziai e portai a termine, in un pomeriggio, un viaggio speciale: quello dal lontano al vicino e poi dal vicino al lontano.

Le distanze si annullarono, io ero il mondo? Il mondo ero io?

Ero il bosco, la crepa, la goccia di pioggia, la terra che sanguina, la donna che genera vita in piazza?

O tutto questo, era me?

L’effetto butterfly, i sistemi reticolari, i nodi di Richter… le lettere che si legano insieme, le diverse mani che sorreggono lo stesso libro, i diversi occhi che lo guardano, le diverse anime che lo leggono.

Unione, azzeramento di tempo e spazio.

In questo libro, spesso ho riletto singole frasi, per imprimerle, figurarmele, bermele, vivermele.

E’ stato come sentirla, quella goccia di pioggia caduta dentro al barattolo di latta – barattolo posto sul davanzale – poi correre a guardarla dall’alto e vederla subito espandersi, creando dei cerchi sempre più grandi, sulla superficie dell’acqua che già vi si era raccolta.

Vicino e lontano, il ricordo forse di ieri e quello ingiallito dagli anni.

Una rosa  sboccia, la terra  trema, un fulmine scende… qualcuno piange.
Gocce nel barattolo, gocce sulla terra, gocce dal cielo… gocce di memoria, gocce nel cuore.

La Sbuelz ci fa dono, in poesia, dei ricordi della sua famiglia ma, anche, delle memorie della sua terra (che poi è anche la mia, Terra Friulana).

Quella sera in cui, tanto il suolo quanto l’aria, fu scosso da brividi cupi, io non c’ero, ancora non ero nata.

Non ho visto la terra sanguinare, allora, ma ho conosciuto il dolore di quella ferita attraverso le parole della gente.

Una cicatrice, un solco, ancora fresco.

Volevo riportare un pezzo di qualche poesia contenuta all’interno del libro, ma quale scegliere?

Come riuscire a farlo?

Tutte intensamente delicate, tutte sommessamente gridanti vita.

Così, di molte ho rubato  una o due frasi legandole fra loro.

Ho giocato un po’, concedetemelo con leggerezza.

Ogni verso è opera di Antonella Sbuelz:

E’ rimasto un vigneto: uno solo.

Ha lo sgomento dei sopravvissuti,

lo iato di una voce fuori coro.

Si fa presto a dire estate, mi dicevi.

Nella gracilità, la voce è forte.

Sulla latta la pioggia danzava

a un ritmo di tango figurato.

Nel tepore della soffitta eravamo soltanto noi due:

una bambina vecchia e un padre muto,

poeta di listelli e vinavil.

Per ridare a muri e tetto nuova forza

è servita la forza condivisa di uomini

con storie separate…

E poi di nuovo finalmente è cielo, e buio in dote

dentro l’aria aperta, e un fragile solletico

di ventura.

La luna rossa sopra la collina

è un’amarena acerba in fondo agli occhi:

sanguina appena, se la terra trema

La terra beveva la pioggia

di un maggio dal ventre sbagliato.

Altre orme nell’orma dei piedi.

Dai muri la pece d’abete mandava

memorie di boschi e la forza di una terra elementare.

Da dietro l’ala bianca delle tende

lo sguardo del vicino mi sorride

e poi si alza per pesare il cielo.

Io penso al coraggio del seme,

all’accoglienza della fenditura, al pazientare

morbido di aprile.

L’aria era d’aria e fiato le parole.

Sillabe come passeri sui fili.

E il varco può trovarsi in mezzo ai tarli: porta a vite

che la vita ara con cura.

Il buco dei cassetti, è un buco nero,

la prova che di certo un varco esiste

fra diverse dimensioni del creato.

Il buio dei cassetti è un buco nero:

finchè non lo riordini, è mistero.

Ogni singola parola, in questo libro magistralmente scritto, ha motivo di esistere al fianco dell’altra.

Tutti, nel male e nel bene, calpestiamo lo stesso suolo, navighiamo le stesse acque e ci lasciamo accarezzare la testa dagli stessi raggi di sole.

E i miei ricordi, possono diventare i tuoi e i tuoi diventare i suoi… allacciandosi alle lancette del tempo eterno, che mai conoscerà fine, se passato di mano in mano, di ricordo in ricordo, di cuore in cuore.

Ringrazio Antonella Sbuelz per avermi donato intensità nel – e del – tempo.

Titolo: La misura del vicino e del lontano
Autore: Antonella Sbuelz (prefazione di Davide Rondoni)
Casa editrice: Raffaelli Editore
Pagine: 76
Genere: silloge poetica

http://www.raffaellieditore.com/la_misura_del_vicino_e_del_lontano

Per maggiori informazioni:

https://www.facebook.com/Antonella-Sbuelz-50183338955/?fref=ts

Presentazione raccolta poetica ” La misura del vicino e del lontano” ( Raffaelli; 2016; Prefazione di Davide Rondoni ) Nell’ambito del Festival Vicinolontano

canne

 

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