Intervista a Giulia La Face, autrice di “Social Mum”

Intervista a Giulia La Face, autrice di “Social Mum”

di Emma Fenu

Social Mum

Oggi è ospite del nostro salotto Giulia La Face, autrice del libro “Social Mum. Diario semiserio di una madre d’oggi“, edito da Graphofeel nel 2016. Scopriamola insieme!

Sinossi:

“Apro la porta della sua camera. Gravissimo errore.

Non ho bussato e vengo respinta senza tanti complimenti al di là dell’uscio. Le mie antenate ruggiscono dentro me facendomi sentire più inetta che mai.

Respiro profondo, busso, riapro e il Caos, il Brodo Primordiale si propone ai miei occhi: tra mucchi di abiti, scarpe, libri, cartacce, album spiegazzati, tazze di improbabili colazioni sparse sul pavimento, calzini, unghie finte, monili, spartiti di pianoforte, emerge l’Adolescente”.

Il diario semiserio di una madre di oggi alle prese con una figlia adolescente.

Tra infatuazioni improbabili, rave apocalittici, selfie spregiudicati e ribellioni viscerali emerge potente il confronto scontro tra due generazione, tra due donne uguali e diverse alle prese con le gioie e le difficoltà di vivere in cui mondo iperconnesso e virtualizzato.

Ciao Giulia, benvenuta nel salotto di Cultura al Femminile.

Chi eri? Chi sei? Chi pensi sarai?

Innanzitutto grazie Emma per avermi accolta nel Salotto di CaF, ne sono onorata e sono anche emozionata!

Domande molto amletiche cara Emma: rispondere a chi ero, chi sono e chi sarò per me implica una premessa.

Faccio sempre distinzione fra ciò che sono per me stessa e ciò che sono o penso di essere e voler essere per il mondo.

In questo senso  posso risponderti: per me stessa ero ciò che ancora oggi sono, una coscienza pensante, con gli occhi sbarrati sulla vita. Né donna né bambina, senza radici certe e senza necessità di averle.

Solitaria per necessità di restare in contatto con una parte molto intima e lontana dalla quotidianità e dallo scorrere del tempo contingente.

Credo che la pratica della meditazione abbia accentuato e chiarito meglio a me stessa questo aspetto.

Nella relazione con il mondo ho avuto vari stadi: ero una ragazza fintamente socievole ma in realtà introversa e timida, una idealista con scarsa propensione alla concretezza.

Per questo l’esistenza mi ha “regalato” esperienze che mi hanno “costretto” a diventare più concreta, occupandomi degli altri, come educatrice, come figlia, come moglie, come madre… insomma pienamente incarnata nell’esistenza!

Oggi sono in una fase di transizione, ho recuperato passioni che ho dovuto mettere da parte in passato, come la scrittura ad esempio, e il canto. Chi sarò?

Ah, qui apro il Libro delle Speranze: spero di potermi dedicare un giorno, svincolata da necessità materiali e bisogni esterni a me, a tutto ciò che amo: leggere, scrivere e viaggiare.

Se potrò farlo per buona parte del tempo forse sarò finalmente una persona pacificata con se stessa.

Cosa pensi in merito ai “social”?

Nel comunicare tramite essi un adulto e un adolescente si servono di modalità peculiari e distinte: prova a descrivercele entrambi, sulla base della tua esperienza di blogger e di mamma.

La tematica dei Social è attualissima e performa ormai la vita di tutti. Impossibile prescinderne, se non altro per comprendere il mondo intorno.

Decisamente i Social sono stati il terreno su cui i nostri figli, le giovani generazioni, hanno segnato un territorio nuovo in cui esprimersi rispetto a generazioni precedenti.

I primi ad utilizzarli in modo massiccio, a creare stili, linguaggi, mode.

I primi anche ad insegnare a molti genitori come usarli. Facebook è stata la prima piattaforma su cui si sono inizialmente esercitati, scambiandosi foto, collezionando amicizie via via sempre meno corrispondenti ad amicizie reali e sempre più virtuali, fittizie, al limite della collezione del maggior numero di contatti tout court.

Quando siamo entrati noi adulti, pian piano c’è stato un esodo di massa verso Social meno fruibili e accessibili per noi,  ad esempio Ask, Snapchat e ovviamente il sistema di messaggeria istantanea più nota al mondo, Whatsapp.

Facebook noi adulti l’abbiamo trasformato in una “dependance” del nostro sistema di vita, una sorta di famiglia allargata in cui riprodurre le medesime “strutture”, rituali, rapporti.

Usiamo Facebook per raccontare tranche de vie, postare foto dei nostri momenti di vita significativi (matrimoni, comunioni, compleanni); abbiamo anche l’album delle memorie, per cui Facebook ci ricorda momenti passati da ripostare e ricondividere.

Su Facebook parliamo, in modo spesso un po’ superficiale, di fatti di cronaca, di tematiche che ci coinvolgono. Diciamo pure che scriviamo molto ma leggiamo poco gli altri.

Con Facebook lavoriamo anche, le nostre attività, aziende, acquistano visibilità, vi condividiamo prodotti di qualsiasi tipo.

E loro? I nostri adolescenti?

Loro costruiscono universi, talvolta molto asfittici, fatti di poche ed inesorabili regole che attengono al linguaggio, spesso basico, e all’immagine, altrettanto standardizzata in due tre modelli cui appartenere ed uniformarsi.

Si raccontano la vita in poche battute, sanno essere anche estremamente ironici, talvolta violenti.

Il mondo adulto non c’è quasi mai, questi sono luoghi chiusi, non comunicano con noi, sebbene lo sappiano fare meglio poi all’esterno.

L’utilizzo  che ne fanno è quotidiano e copre molte ore della loro giornata, ogni informazione, ogni necessità viene immediatamente veicolata, condivisa, trasmessa, sui social di riferimento.

I Social consentono di creare appartenenze a gruppi e mode, anche a seconda degli interessi,  per cui i nostri figli hanno contatti virtuali potenziali con migliaia di persone ogni giorno, spesso non conosciute nella vita reale.

Con i Social colmano un vuoto pazzesco, la mancanza di luoghi di incontro fisici, anche l’incapacità di accettare la frustrazione che comporta il doversi mettere in gioco con tutto se stessi: restare dietro una tastiera è una garanzia di non coinvolgimento, di scarso rischio… ma anche di una vita sospesa.

Si parla molto di “educazione sentimentale” come strada per superare grandi disagi della nostra società, come il bullismo; grandi orrori, come il femminicidio; grandi limiti, come la mancanza di comunicazione costruttiva e di capacità di relazione affettiva serena.

Cosa ne pensi in merito? Qual è il decalogo dell’educazione sentimentale che ti senti di proporre a genitori e a insegnanti?

Tematica attualissima.

La voragine educativa, a mio avviso, si evidenzia proprio in questa assenza di un “discorso amoroso”, di una vera educazione sentimentale.

In decenni più caldi “ideologicamente” abbiamo pensato che la necessità per noi fosse quella di ricevere a scuola una mera  “educazione sessuale”, al limite della ginecologia, molto asettica, in nome di una libertà malintesa. Che non ha formato cuori e coscienze.

L’”educazione sentimentale” cui alludo è qualcosa di più complesso e ampio: un parlare di uomini e donne, di sentimenti, di emozioni, ritrovare le parole per esprimere se stessi agli altri e per conoscere l’Altro.

La domanda più frequente oggi a un giovane ( ma non solo) è : “Cosa fai? Cosa hai fatto oggi?” e non : “Come stai?”.

Questo compito spetta a noi adulti ed educatori: aiutarli ad entrare in contatto con se stessi e con l’Altro sin da piccoli. Privilegiando il contatto, il guardarsi negli occhi, il gioco in comune non competitivo ma aggregante e collaborativo.

Imparare a contattare, scrivendo, parlando, dipingendo, ascoltando, le emozioni proprie ed altrui.

Se non si sentono oggetti, e oggetto di attenzioni dedicate solo al lato performativo della loro esistenza, non possono entrare a gamba tesa nella vita non occupandosi delle emozioni e degli altrui sentimenti.

Sapere che una donna quando dice no e piange sta dicendo che non è felice, non è una banalità, in un mondo in cui i ragazzi hanno come primo e spesso unico “insegnante sentimentale “ il libero accesso a You Porn.

Mi è stato raccontato da varie fonti di giovani ragazzi che a un primo incontro con una ragazza, in totale serenità, senza aspettare un secondo incontro 8 ma anche di più, perché no) chiedono un rapporto orale, perché così hanno appreso nella overdose di pornografia dilagante.

Ma nessuno ha mai parlato loro che esiste una differenza, che l’amore è altro, che l’affettività, l’avvicinarsi sono cose differenti.

Non è un decalogo certo, posso solo affermare che c’è la necessità viva e profonda di riprendere in mano l’educazione (nella sua meravigliosa accezione etimologica) dei nostri figli, aiutandoli a esprimere emozioni e sentimenti, a stare di più con gli altri e a valorizzare la diversità di ognuno. Un cammino che pervade ogni momento della vita.

Potrei continuare, è un argomento assai coinvolgente !

Lo è, soprattutto raccontato da te! Definisci in tre parole l’adolescenza per un genitore.

Un tunnel degli orrori, l’invasione degli ultracorpi, una rivoluzione.

E ora estrai dal cilindro tre parole, in pieno gergo giovanile, che userebbe un adolescente per rispondere alla medesima domanda.

Gli adolescenti potrebbero dire che l’adolescenza è un “Essere perennemente presi male” (traduzione: non essere mai sereni, mai a posto con se stessi e con gli altri, sempre un po’ arrabbiati, non accettare bene nessuna cosa).

Oppure definire la loro fase di vita un periodo che oscilla fra “La friendzone e l’impezzo” (traduzione per i non addetti: la friendzone è quel luogo immaginario dove si collocano tutti coloro che non sono ricambiati nell’amore.

Finiscono su una sorta di pianeta, la friendzone, in quanto “friendzonati” appunto, che a detta loro è difficilissimo abbandonare una volta esserci finiti. Su questa friendzone sono stati creati gruppi, “meme” esilaranti, racconti estremamente divertenti.

L’impezzo, lo descrivo nel mio libro come un esperimento, non è un fidanzamento non una amicizia… Una via di mezzo, quello che forse noi chiamavamo flirt).

In ultimo : cos’è l’adolescenza per loro?

Mai’nagioia” (Pagina di Instagram con oltre 14mila followers, liberamente e ironicamente ispirata a Giacomo Leopardi… ogni cosa è “mainagioia”).

Come vivono la femminilità le donne di domani?

Credo abbiano un rapporto molto complesso con se stesse: pur affermando prepotentemente, anche in modo per noi adulti esageratamente provocatorio, la libertà di usare il proprio corpo, non sembrano averne una idea autonoma né modelli di riferimento cui poter attingere.

Oscillano tra  l’omologarsi al maschio, di fatto annullando le distanze di genere nei comportamenti e nelle apparenze  e una ricerca spasmodica di qualcosa che le riconduca a se stesse.

Questo è evidentissimo nelle centinaia di migliaia di foto che quotidianamente inondano i social più noti, a partire da Ask e Snapchat, in cui le ragazze si fanno selfie in modo ossessivo e ripetitivo, interpretando due o tre pose, alle quali evidentemente si adattano per raggiungere il modello supremo di femminilità che, non so né dove né quando, hanno introiettato (quando è accaduto tutto ciò?).

Quindi le foto sono quasi invariabilmente, a partire dagli undici, dodici anni, effettuate secondo alcuni criteri che ho rintracciato: essere in mutande, calzoncino ascellare, fino a tanga e perizoma. Seno esposto il più possibile senza denudarlo del tutto.

Fondoschiena ben evidenziato da posa procace, labbra a boccuccia di rosa oppure lingua di fuori. I commenti, quasi tutti entusiastici, a corredo di queste foto, sono tutti un: “Amore sei meravigliosa, sei stupenda, sei unica, sei illegale…”, con poche altre varianti.

Questo unanime riconoscimento dal loro mondo web rinforza questa immagine di femminilità malintesa, creando nel tempo profonde fratture interne, per cui nelle più grandi si leggono poi post e confessioni dai toni depressivi, fatti di mancanza di autostima, di solitudine, di non riconoscimento di sé.

Cosa ti piace della generazione di tua figlia? Per cosa li ammiri? Credi che cambieranno in meglio il mondo?

Mia figlia ha quindici anni.

Intorno a lei si muove un mondo che copre un arco generazionale dai tredici ai venti. Sono uno spaccato vivente incredibile di questi nostri tempi.

Certo che ci sono anche cose che mi piacciono molto. Soprattutto che non li rende poi così tutti simili.

Mi piace la loro creatività.

Sono sperimentatori, manovrano i nuovi linguaggi in modo eccellente e sono più disponibili a comunicare, se gli si offre spazio, di quanto potessimo fare noi.

Ammiro la loro bellezza. Molto. Sono dannatamente, decisamente belli, come se nell’arco di un paio di generazioni fosse avvenuta una mutazione genetica.

E la Bellezza la sanno portare in giro con disinvoltura, appartiene loro, per questo non ne fanno vanto, o meglio sembrano viverla con naturalezza, come qualcosa che spetti loro per diritto acquisito (insomma non stanno a ringraziare Madre Natura), questo in generale.

Sanno fare molte cose, affrontano spesso percorsi di studi pazzeschi, dove si richiede loro un alto livello di performance, in più coltivano altri mille impegni. Ovvio, una parte di loro.

Non lo so se il mondo si farà cambiare da queste ragazze e questi ragazzi.

So che a loro questo nostro mondo non piace ed è il più grande rimprovero che ci viene rivolto. Un fardello, pesante, con cui dovremmo fare i conti il prima possibile per non impedire loro di fare meglio di quanto noi si sia  stati in grado di fare.

Cara Emma sono stata benissimo qui con te, Caf è un luogo magico e accogliente di amiche splendide e di bravissime scrittrici. Esattamente tutto ciò che tu sei. Grazie moltissimo per questo spazio!

Link d’acquisto:

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Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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