“Ragionevole dubbio” di Carolina Colombi

“Ragionevole dubbio”

di Carolina Colombi

Contest Amarcord

ragionevole dubbio

incomprensione fra genitori e figli

 La salutai, cercando di essere il più naturale possibile, anche se già avevo saputo.

 Da Ornella, la più informata e curiosa del nostro gruppo.

 Lei mi osservò, e accennando un sorriso un po’ forzato, nei suoi occhi lessi un ragionevole dubbio.

 Nel suo sguardo, limpido come sempre, trovai un’espressione malinconica, addirittura triste.

  Da cattolici osservanti, Ombretta e Giuliano si trovavano spiazzati di fronte alla “cantonata” che il figlio aveva preso.

 Così, senza troppi convenevoli, Ombretta definì la “trappola” in cui il figlio diciassettenne era caduto.

 L’approccio con lei non mi risultava dei più facili, anzi, avevo un po’ di imbarazzo.

 Perché fingere di non sapere mi costava un certo sforzo.

 Ma fu la consueta spontaneità della mia amica a facilitarmi il compito.

 E, seppur con fatica e incespicando più volte sulle parole, come sempre le accadeva quando era in tensione, cominciò ad aprirsi.

“Giuliano e io abbiamo già organizzato tutto…”

 Esordì, mentre in silenzio le permettevo di proseguire nel suo raccontare.

“Per i primi tempi abiteranno con noi, così possono finire gli studi, prendere il diploma, e poi… se vogliono l’università.”

 Tacqui, ancora, per darle modo di spalancarmi le porte del suo cuore gravido di sofferenza.

“Non ci voleva, proprio non ci voleva, sono troppo giovani… Marco ha 17 anni e Ludovica solo 16. Capisci? Come si può essere genitori a quell’età. Già è difficile alla nostra. Figurati! Sono ancora dei bambini!”

 E mentre Ombretta continuava nell’esternare il suo ragionevole dubbio, cercai di frugare nella mia mente alla ricerca delle parole per rassicurarla.

  Avrei voluto dirle che alla fine tutto sarebbe andato bene, che la coppia avrebbe trovato la giusta armonia per formare la loro giovane famiglia.

 Ma in quel momento le parole non mi sovvennero.

 Anche perché era davvero difficile dare contezza della maturità dei due, poco più che adolescenti.

  Inoltre, non volevo buttare lì parole vuote, tanto più che neppure io avevo certezze.

 Lasciai quindi che Ombretta continuasse a tirar fuori il dolore che covava in lei, facendole un male dell’anima.

 La sua voce però, rotta dall’emozione, non pareva essere in grado di contenere quell’abbondanza di parole, convulse e balbettanti, che parevano raffiche piene di amarezza.

 E fu allora che il suo sguardo rivelò un’angoscia profonda, maggiore di quella che avevo immaginato, era l’ansia, un ragionevole dubbio, di una madre gettata d’improvviso in una realtà sconosciuta.

  Cercai quindi di identificarmi con la sua morale di vita, per capire quanto fosse grande il suo dramma: solo così le sarei stata d’aiuto.

“Di aborto, neanche a parlarne, la vita innanzitutto…”

 Aggiunse Ombretta quasi a leggermi nel pensiero.

 E osservandomi con i suoi occhi cerulei, si aspettava da me una risposta che non potevo e sapevo darle.

 Certo, la vita innanzitutto, e io ero d’accordo con lei. Però…

 Da una parte c’era il rischio di far sposare due ragazzi giovanissimi, che non potevano dare garanzia di un amore duraturo.

 Dall’altra, c’era una vita da difendere, vita già esistente, antico ed eterno dilemma, su cui la ragione crollava per lasciare posto al sentimento.

  Dilemma che da sempre metteva in discussione il loro credo della gente di fede.

 A venirmi in soccorso, fu un ricordo.

 Un ricordo di una campagna di pubblicità progresso, trasmessa in televisione parecchio tempo prima.

“Fallo vivere, crescerà.”

 Si proclamava con voce greve, nello spot in difesa della vita.

  All’epoca, quella frase mi aveva un po’ inquietato, pur facendomi ulteriormente riflettere se fosse giusto o no, dare la vita. A tutti i costi.

 Certo, l’interrogativo era di quelli di fondamentale importanza, umana e morale; purtroppo però in quel momento non ero stata in grado di darmi una risposta esaustiva.

  Anche perché non ero mai stata toccata da vicino da tale dilemma, e mai ero stata costretta a scegliere.

 Scelta, indubbiamente dolorosa e portatrice di un ragionevole dubbio.

 Avevo una figlia, desiderata e accettata in tutta la sua interezza.

 Infine, a intervenire nella confusione dei miei pensieri spuntò una banalissima considerazione, quella sul ruolo educativo dei genitori.

 Dovevano considerarsi dei falliti Ombretta e Giuliano che non avevano saputo educare il figlio al rispetto del proprio e altrui corpo?

 Anche se con l’evolversi dei costumi era ormai cosa normale avere rapporti prematrimoniali.

 Infine, mi dissi ancora, che il conflitto fra genitori e figli è cosa inevitabile.

 Ma cosa era accaduto in questa famiglia, da molti presa a modello di nucleo familiare? Ma neppure questa volta seppi rispondere.

 Mi trovai a disagio nell’affrontare un problema di così vasta entità.

 D’accordo, che sono i genitori a dover andare incontro alle necessità dei figli.

  Ma anche padre e madre sono esseri umani che si dibattono tra dubbi e incertezze, alla ricerca della più consona delle soluzioni da adeguare a ogni circostanza.

 L’unica cosa che mi diede un po’ di luce fu un concetto, suggeritomi da un pedagogo, e che immediatamente feci mio: i genitori hanno ben poca colpa sulle scelte avventate dei figli.

 In quanto, anch’essi vengono gettati, ignari e spesso impreparati a sostenere il loro ruolo, in quest’avventura che è la vita.

 Perché è risaputo, che genitori non si nasce, ma si diventa.

Cultura al femminile

 

Un commento:

  1. Bello il racconto. No, genitori non si nasce ma si diventa. Col tempo, molto tempo!

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