AI CANCELLI di Paola Caramadre

AMARCORD
DI PAOLA CARAMADRE

Ai cancelli
La fabbrica invisibile. Non l’ho mai vista. Vedo solo gli ingressi. I varchi con i tornelli, le postazioni dei vigilanti, le lunghe cancellate di recinzione, i muri alti, i vialetti, i parcheggi. La fabbrica non l’ho mai vista. Non ci sono mai entrata dentro, ma la conosco bene. Ne conosco l’odore, il sudore, quelli che restavano addosso a mio padre quando rientrava la sera tardi e lo aspettavo sveglia anche quando ero una bambina. Della fabbrica conosco l’innaturale succedersi dei turni che spezzano la vita, che minacciano la felicità. Della fabbrica conosco la modesta rassegnazione di molti e la coriacea solidarietà di pochi. Lì dentro ci sono gli uomini e le donne che ci lavorano. Li aspetto fuori, qui ai cancelli, qui dove aspettavo mio padre, li aspetto per intervistare gli operai. Alcuni mi conoscono, provo a fare domande, ma sono di parte, non sono corretta. Lì dentro c’è la vita di mio padre, quella parte di vita che non ha trascorso con me. Adesso dovrei togliermi di dosso tutto questo. Adesso non sono solo la figlia di un operaio, sono una giornalista e dovrei raccontare senza pregiudizi. Penso a questo quando sento un odore familiare. È l’odore del cuoio, dei giubbotti di pelle. C’è un ragazzo alto, magro, barba e occhiali che scatta le foto. È il fotografo del giornale. Mi viene spontaneo sorridergli. So che può capirmi. Anche se suo padre non ha mai conosciuto la fabbrica.

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