“Leggende della Lapponia” a cura di Luciana Vagge Saccorotti

Recensione di Chiara Minutillo

Autore: Luciana Vagge Saccorotti

Titolo: Leggende della Lapponia

Editore: Arcana Edizioni

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Narra la leggenda che in tempi antichi i Lapponi tenevano presso di sé l’alce, un grosso animale sgraziato, lento e pesante. Esso stava sempre troppo vicino alle tende e le donne, che dovevano accudire alle faccende domestiche, erano disturbate dalla sua presenza. Un giorno, una di loro, stanca del bestione, pregò Jubmel, il dio supremo, di sostituirlo con un altro animale domestico un po’ meno invadente. Jubmel ascoltò la donna ed esaudì la sua preghiera mandando ai Lapponi la renna e permettendo all’alce di ritornare nel folto della foresta. Ma con la renna le cose non andarono molto meglio. Essa non sopportava i moscerini e le zanzare, che d’estate invadono la tundra, e si spostava continuamente in cerca di pascoli freschi. Così i Lapponi furono costretti a seguirla nelle sue lunghissime transumanze per potersi nutrire della sua carnee del suo latte e utilizzarne la pelle e le corna per vestirsi e per costruire abitazioni e utensili.

Un popolo nomade, appartenente a una delle razze più antiche tuttora esistenti. Un popolo che vive nelle estreme terre del Nord Europa, non in uno stato, ma in un territorio che va dalla Norvegia fino alla penisola di Kola, restando sotto le autorità norvegesi, svedesi, finlandesi e russe.

Un popolo pacifico, dedito alla caccia, ma talmente legato alla natura da avere una serie di rituali che iniziano prima della battuta e terminano alcuni giorni dopo la morte dell’animale catturato. Pur essendo per necessità, nessun lappone crede che il suo gesto possa mai essere totalmente giustificato. Cerimonie che prevedono la purificazione della propria anima e la riconciliazione con l’anima della vittima stessa ne sono la prova.

Un popolo il cui vincolo con la Madre Terra è così forte che tutta la loro vita è fondata sul ciclo delle stagioni, caratterizzate dalla lunga notte polare e dalla brevissima estate. In base alla stagione si spostano le renne. In base alle renne si spostano i lapponi. Il contatto con la natura li rende speciali, sensibili, attenti.

Hai mai sentito i lamenti del mare? O come cantano i ghiacci? Non li hai mai sentiti… ma cantano, sai, è vero che cantano, non è fantasia questa. Succede talvolta in primavera e nelle tenebre della lunga notte nordica. Ma non a tutti è dato di udire…

Non a tutti è dato di udire il canto dei ghiacci, ma nelle leggende lapponi si riescono a sentire tutti quei suoni, quelle voci, quelle eco lontane che risuonano tra laghi, foreste e distese bianche e trasparenti.

Tutto il loro mondo, le renne da cui ricavare cibo e vestiti, le aurore boreali che scorgono giorno dopo giorno nel cielo sopra le loro teste, gli spiriti malvagi, i demoni, che riempiono la terra e gli spiriti buoni, gli sciamani, che confortano e aiutano, è racchiuso in una sfera di magia, superstizione e fede.

Leggende lapponi tramandate oralmente, scelte e tradotte da Luciana Vagge Saccorotti tra le raccolte dei russi V. V. Čarnoluskij e N. Charuzin. Leggende nate per spiegare. Spiegare il mondo, la sua nascita, i suoi fenomeni, l’esistenza dei popoli, Saamy stessi compresi e delle renne, l’animale sacro per eccellenza. Racconti che includono dèi e semidei, animali che prendono sembianze umane e umani che prendono sembianze animali. Miti che raccontano un’epoca lontana, che ancora vive in quelle terre lontane, dove persino il Sole osava mescolarsi agli uomini e la Luna dava sua figlia alle genti che la veneravano, affinché la crescessero.

Favole in cui cadere e precipitare, affogare come dopo la rottura di quel sottile strato di ghiaccio che ancora, in primavera, ricopre i laghi lapponi. Tutto, per ritrovare la genuinità di chi ancora vive di tradizioni e cerimoniali che sembrano ormai antiquati, ma che non possono essere abbandonati.

Quando sulla tundra i venti soffiavano a velocità incredibili, quando sui laghi e sui fiumi il ghiaccio si spaccava con fragore assordante, quando di notte la rossa sfera del sole si dondolava pigra sulla linea dell’orizzonte, quando l’aurora boreale “stillava sangue” sulla terra o il mite vento della primavera faceva rifiorire le bianche betulle, i Lapponi pensavano che gli dèi stessero combattendo insieme a loro la dura battaglia dell’esistenza. Essi credevano che in ogni minima particella della natura, dal grande lago al più piccolo degli insetti, risiedesse un’anima, uno spirito. Alcuni di questi spiriti venivano divinizzati e a loro i Lapponi si rivolgevano quando da soli non riuscivano a superare le difficoltà di una vita al limite delle umane possibilità.

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