“Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini

Recensione di Chiara Minutillo

Autore: Margaret Mazzantini

Titolo: Venuto al mondo

Editore: Mondadori

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Ha fotografato pozzanghere, non sa bene per quale ragione, probabilmente perché è nato in una città di mare e di pioggia, di buche che si riempiono e si svuotano. È sempre stato attratto da quei fossi dove l’acqua sonnecchia un po’, torva e luccicante, inghiottendo gli umori della luce, dei passaggi. Gonfiandosi da dentro come un cuore liquido. Si è chinato, attratto da questi occhi che lo hanno guardato e che lui ha guardato. Non veri pozzi, piuttosto coperchi liquidi di pochi centimetri. Pianeti di terra, sfilacciature di acqua. Le pozzanghere gli hanno insegnato. Sono state una lavagna, come un cielo notturno imbevuto di antiche luminescenze.

Fotografie di piedi in attesa. Mani, gambe, teste ritratte da un obiettivo, adagiate su carta fotografica. Ritratti di pozzanghere, del mondo che nascondono. Quei bagliori e quei riflessi, leggermente sfocati dal movimento del vento dopo un temporale.

Pozzanghere che contengono tutto, il bene e il male, il lurido e il pulito. E quando non ci sono le pozzanghere c’è il mare. Cristallino, limpido, incontaminato. Mare che unisce due lembi di terra, apparentemente così distanti, ma visibili, perfettamente visibili. Una costa guarda l’altra, in mezzo a quel mare che bagna, sfiora. Pulisce.

Gemma e Diego, conosciuti a Sarajevo. Lei già grande, matura. Lui adulto, ma ancora ragazzino. Innamorato di un amore puro, genuino, giovane. Adolescenziale. Gemma finirà per sceglierlo, per cadere tra quelle braccia rachitiche, alla ricerca di un legame forte. Forte come la guerra di cui quell’amore sarà testimone. Forte come quel bambino, Pietro, che in mezzo alla guerra è venuto al mondo e sedici anni dopo, assieme a Gemma e a un viaggio di verità e pace, scoprirà la realtà che gli appartiene.

Venuto al mondo” è un romanzo profondo, tagliente, come alcune di quelle frasi che lo compongono, brevi, concise, che feriscono con le loro metafore. Lacerano l’anima come granate. Temi importanti, decisioni difficili, angoscianti. Il timore dell’ignoto, di quel viaggio, l’ultimo per tutti, che non si sa quando e come e se sia stato programmato. La paura, le orecchie tappate come bambini nascosti mentre i genitori gridano.

Ogni parola è una piccola stilettata, una fitta di dolore subito anestetizzata dallo shock di quell’orrore compiuto dall’altra parte del nostro mare. Ma l’anestesia non addormenta, non ferma il sangue, che continua a scorrere, macchiando le pagine, bianche come la neve che scendeva in inverno a Sarajevo. Pagine bianche punteggiate di segni neri, orme, impronte di sniper, bossoli di proiettili che hanno fatto ciò per cui sono stati creati, centrare il bersaglio.

Segni neri come il sangue rappreso degli innocenti, caduti mentre aspettavano in fila il pane; come il sangue che cola dalle gambe delle donne stuprate, per gioco, per noia, come un rituale che ormai deve essere compiuto; come il sangue di tutti i figli della guerra che non hanno visto la luce.

Segni neri come le macerie del ponte di Mostar; segni neri come l’odio che ha devastato e saccheggiato; segni neri come la macchia indelebile che segna l’umanità.

La città è questo ponte, lo chiamavano il vecchio, e intendevano un vecchio amico, un dorso di pietra chiara che univa le due parti della città, quella cristiana e quella musulmana. Il vecchio è vissuto quasi cinque secoli, poi è stato tirato giù in pochi minuti.[…] Questo ponte è un capolavoro delle ricostruzioni Unesco, rifatto con la stessa campata unica, e le stesse pietre del vecchio. Ma senza la stessa intenzione. I ponti uniscono i passi degli uomini, i loro pensieri, i fidanzati che si incontrano a metà. Invece il nuovo ponte è attraversato solo da turisti. Loro, i cittadini di questa città divisa, restano ciascuno dalla sua parte. Il ponte è lo scheletro bianco di un’illusione di pace.

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SINOSSI

Premio Campiello 2009. Una mattina Gemma sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico, fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere. Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una guerra che mentre uccide procrea. L’avventura di Gemma e Diego è anche la storia di tutti noi, perché questo è un romanzo contemporaneo. Di pace e di guerra. La pace è l’aridità fumosa di un Occidente flaccido di egoismi, perso nella salamoia del benessere. La guerra è quella di una donna che ingaggia contro la natura una battaglia estrema e oltraggiosa. L’assedio di Sarajevo diventa l’assedio di ogni personaggio di questa vicenda di non eroi scaraventati dalla storia in un destino che sembra in attesa di loro come un tiratore scelto. Un romanzo-mondo, di forte impegno etico, spiazzante come un thriller, emblematico come una parabola.

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