“La fama e il silenzio. Scrittrici dimenticate del primo Novecento”

“La fama e il silenzio. Scrittrici dimenticate del primo Novecento” a cura di Francesco De Nicola e Pier Antonio Zannoni

Recensione di Ilaria Biondi

scrittrici dimenticate

Scrittori e scrittrici dimenticate; come si possano lasciar cadere nomi e libri che hanno destato interesse e si sono affacciati alla Storia; come possa scendere il silenzio dove era stata vita e si erano accesi interesse e curiosità.La nostra attenzione è debole e sollecitata da mille stimoli.Anche la più alta poesia e la migliore letteratura possono offuscarsi e cedere al panorama circostante, agli umori del momento, alle ventate di una falsa celebrità.Basta un nulla e subito è il silenzio, che poi si trasforma in una pietra tombale.La vita dell’editoria letteraria vive su questi marosi e su queste bonacce.

Un piccolo ma densissimo volume che raccoglie gli interventi presentati al convegno di studi “Scrittrici dimenticate del primo Novecento” (svoltosi a Genova il 22 giugno 2001).

Un tentativo coraggioso di indagare sulle ragioni che hanno sprofondato nell’oblio otto voci femminili italiane.

Voci che appartengono tutte a quella schiera di autori di romanzi e novelle del gentil sesso che fanno la loro apparizione tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento.

Quelle che Benedetto Croce chiama sprezzantemente “romanzatrici”.

Il primo intervento sulle scrittrici dimenticate è dedicato ad Annie Vivanti.

Un’autrice che, in virtù del carattere intraprendente e dell’educazione cosmopolita ricevuta, si avvicina al modello femminile “trasgressivo” affermatosi nel nord Europa e oltreoceano, rappresentato da scrittrici alla ricerca della propria identità e capaci di sottrarsi alla soggezione familiare.

Donne viaggiatrici.

Avventuriere.

Gentildonne colte e mondane, che animano salotti letterari e circoli intellettuali.

Modello che si contrappone a quello “recessivo” predominante in Italia, che identifica la donna con il suo ruolo femminile tradizionale di sposa e madre non lavoratrice.

I romanzi della Vivanti contengono i “giusti” ingredienti per garantirsi un pubblico femminile folto e appassionato.

La raffinata ambientazione internazionale.

La problematica femminile del conflitto lavoro-famiglia.

La divulgazione di un nuovo determinismo biologico e naturale, che vede nella condizione della donna i segni di un fatale destino.

Complice il suo silenzio ventennale (durante il quale la scrittrice si dedica interamente alla maternità) e soprattutto i suoi “peccati di gioventù”, che per tanta critica risultano di gran lunga più interessanti rispetto al valore intrinseco della sua opera (viene in particolare impugnato il suo chiacchierato rapporto d’amicizia con il Carducci), la Vivanti scompare lentamente dalla scena pubblica.

Muore  nel ’42 in piena guerra mondiale, in estrema povertà.

Condizione questa non provocata, come alcuni critici velenosamente affermarono, alla sua sventatezza da “cicala”, bensì alla tragica realtà delle leggi razziali di cui ella cadde impietosamente vittima.

Altre scrittrici dimenticate sono Willy Dias e Flavia Steno, il cui nome è forse oggi sconosciuto ai più.

Nell’ultimo quarto del Novecento rappresentano con Liala e Delly (pseudonimo degli scrittori francesi Marie e Frédéric Petitejean de la Rosière) la linea “rosa” dell’editore Cappelli di Bologna.

Prima però di approdare al romanzo si dedicano per anni ad un’intensa attività giornalistica presso diversi quotidiani a Genova, dove fondano il settimanale femminile “La Chiosa”.

Questo loro appassionato impegno sociale le porta a interpretare in maniera molto personale la narrativa rosa.

Essa diventa infatti il tramite per raccontare, con originalità d’accento e con voce critica sincera e agguerrita, le sacche di ingiustizia di una società travagliata dai drammi dell’emigrazione e della guerra.

Il nome di Paola Drigo ricorre oggi in maniera alquanto parca in enciclopedie, dizionari e studi relativi alla storia letteraria.

La si definisce erede dei grandi maestri del verismo, del racconto “campagnolo” della Percoto, del naturalismo e del De Amicis di Cuore.

Scrittrice che mostra una sensibilità profonda alla questione sociale, in particolare alla causa femminile e alla dolente miseria del mondo subalterno contadino, al quale appartengono molti suoi personaggi.

Le descrizioni intense e limpide dei paesaggi naturali, degli ambienti e delle atmosfere, condotte con stile asciutto ed essenziale, conferiscono alle storie una drammaticità vibrante e sincera.

“Signorina” (definizione che si deve a Gozzano).

“Vamp”.

“Vergine folle”.

“Femminista”.

La storia personale di Amalia Guglielminetti è un susseguirsi di maschere imposte (dagli altri).

Maschere che trasmettono un ritratto distorto e riduttivo tanto della donna quanto della scrittrice.

Una voce fremente e autentica, prima come poetessa poi come narratrice.

La Guglielminetti paga però lo scotto di essersi sottratta (l’unica scrittrice torinese di inizio Novecento che osi farlo) alla tutela di Gozzano.

Ella rifiuta infatti tenacemente certa visione negativa suggerita da non pochi autori e critici del tempo (come Boine) nei confronti della donna come personaggio letterario e come “femmina che scrive”.

Non da ultimo, la sua parabola declinante è da ascriversi in parte anche alla relazione con Pitigrilli e alle non troppo velate accuse di collaborazionismo con il Fascismo.

Sia detto en passant, ad un vaglio accurato non è stato tuttavia possibile rintracciare il suo nome negli elenchi dei favoriti del regime.

Oblio e cancellazione dalla memoria letteraria è la trista sorte che tocca, come forse a poche altre, anche a Marise Ferro, per ragioni presumibilmente opposte a quelle della Guglieminetti.

Non per troppa “scandalosa” sovraesposizione, bensì per convinta ritrosia e recisa resistenza alla mondanità e al mondo letterario ufficiale.

Autrice prolifica ed eclettica, la Ferro si cimenta brillantemente in ambiti differenti:

  • narrativa
  • giornalismo
  • traduzione
  • saggistica
  • rievocazione storica.

Mostra forte predilezione per la vita civile e sociale, un’attenzione particolare al ruolo della donna – alla quale conferisce grande autonomia – e un viscerale legame con il mondo naturale.

Scrittrice chiaroscurale dallo stile disadorno, privo di artifici e limpidamente lirico, che risente dell’influenza della narrativa francese dell’Otto e Novecento, di George Sand e Colette in modo particolare.

Nella scrittura di Paola Masino si ravvisano l’impronta del realismo magico di Bontempelli (suo compagno di vita) o forse, più generalmente, del surrealismo.

Una voce che mostra tendenze di forte originalità, un’aristocrazia della parola e dello stile che risulta anomala rispetto alle tendenze più in voga all’epoca.

Tale caratteristica viene additata come causa della sua fama prima, e del successivo disinteresse da parte dei lettori.

Questo non mette tuttavia in discussione l’innegabile valore letterario dei suoi scritti.

Al centro della sua opera narrativa sta la lotta per il riscatto della donna.

Questo tema trova spazio anche nella sua produzione poetica e nella sua attività di giornalista e traduttrice.

Nel novero delle scrittrici dimenticate viene inserita anche Irene Brin, giornalista stimata e apprezzata.

La prima donna a entrare nella redazione del “Corriere della Sera”.

Per un ventennio Italian Editor della prestigiosa rivista di arte e moda “Harper’s Bazaar.

È colta ed eccentrica animatrice di salotti.

È curatrice, insieme al marito, di importanti mostre d’arte internazionali.

È la raffinata cronista della società borghese tra le due guerre, dalla penna ironicamente garbata ma pungente.

È autrice di racconti aventi come protagoniste figure femminili confrontate al dramma collettivo della guerra e a quello tutto privato della disillusione e della solitudine.

Elegante e disinvolta, si muove a lungo e con il medesimo rigore, fra cinema e cucina, arte e moda, costume e letteratura.

Donna e scrittrice capace di suscitare alterni e discontinui consensi

per il suo essersi collocata ai margini della letteratura “alta”.

Da sempre curiosa esploratrice di figure femminili nascoste nell’ombra, ho letto con sincero interesse questi brevi ma efficaci ritratti.

Camei intensi che restituiscono i punti salienti della biografia e dell’opera di queste otto scrittrici, il cui nome è rinchiuso da tempo in un cassetto polveroso.

Un’opera che cerca di colmare un vuoto gettando un po’ di luce su una parte della nostra storia letteraria al femminile che ingiustamente soffre di indifferenza e distrazione.

Da parte del pubblico di lettori e di buona parte della critica.

Un volume agile e ricco di spunti, che potrebbe costituire il punto di partenza per nuove, stimolanti scoperte.

Un piccolo ma importante elenco di nomi, che potremmo “divertirci” a completare e integrare, ché la lista è lunga…

Autore: Francesco De Nicola e Pier Antonio Zannoni (a cura di)
Titolo: La fama e il silenzio. Scrittrici dimenticate del primo Novecento
Genere: Critica letteraria
Editore: Marsilio
Anno edizione: 2002

 

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Sinossi:

Le otto scrittrici in questo volume – Annie Vivanti, Willy Dias, Flavia Steno, Paola Drigo, Amalia Guglielminetti, Marise Ferro, Paola Masino e Irene Brin rappresentano pur nella diversità degli esiti e dei temi delle rispettive opere, alcuni dei casi più clamorosi di oblio caduto su autrici di romanzi di successo pubblicati in Italia nella prima metà del Novecento.

Quali ragioni determinano questo fenomeno e quanto sia conseguente alle effettive qualità delle opere e non piuttosto alle differenti e successive mode che creano o distruggono il successo letterario sono gli interrogativi ai quali offrono risposte le ricerche condotte dagli autori degli otto saggi qui raccolti.

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