“Mi chiamo Beba” di Palma Lavecchia

“Mi chiamo Beba” di Palma Lavecchia

Recensione di Francesca Gnemmi

copertina mi chiamo beba

L’unico modo per riemergere è toccare il fondo.

Solo così si può decidere in modo consapevole di ricominciare. Benedetta lo deve a se stessa ma, soprattutto, a suo figlio Mattia.

I bambini non hanno colpe e hanno il diritto di essere felici.

Anche le madri non hanno colpe o, almeno, sono innocenti quando è il loro uomo, compagno o marito, a imprigionarle nella paura, a tenerle in pugno con il ricatto, togliendo loro anche la briciola più insignificante di dignità.

“Afferrò tra la manine il volto di sua madre e affondò le sua labbra dentro la guancia di lei. Lei gli sorrise, promettendo a se stessa che quella creatura non avrebbe patito più nella del male che le aveva fatto fino a quel momento.”

Una famiglia particolare quella di Benedetta, una di quelle dalle quali si viene nutriti a fatica, perché l’amore è stato rinchiuso da qualche parte, messo sottochiave senza che nessuno conosca la combinazione per aprire lo scrigno anelato.

Attraverso una penna delicata ma incisiva l’autrice ci conduce nel profondo dell’animo femminile, alla scoperta delle debolezze umane, della violenza morale troppo spesso celata tra le mura domestiche e della possibilità di riscatto tramite una sincera richiesta d’aiuto.

Ammettere di aver oltrepassato il limite è il primo passo verso la luce, quello che ogni donna dovrebbe avere il coraggio di compiere.

I personaggi prendono vita tra le parole, vogliono essere scossi, compresi e, a volte, incoraggiati. Un quadro familiare attuale e tristemente diffuso che non deve rimanere immagine fissa a una parete ma divenire inno alla redenzione, alla metamorfosi.

 “Anni fa non l’avrei capito, che quella velatura di serenità che mia madre ostenta da una vita è la maschera migliore che abbia saputo incalzare per interpretare un personaggio che non dev’essere piaciuto molto neppure a lei.”

Mi chiamo Beba: un nome nuovo per un nuovo inizio.

Colpe che si confondono con atti d’amore, parole non dette, segreti divenuti ingombranti. Oltre ciò solo il semplice desiderio di normalità.

Autore: Palma Lavecchia
Editore: Infinito editore
Genere: narrativa di formazione
Anno pubblicazione: 2015
Pagine: 82

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Sinossi

La violenza contro le donne è una terribile piaga sociale che assume forme che vanno dall’estremo del femminicidio allo stalking e alle tante declinazioni di violenze quotidiane e famigliari, fisiche e psicologiche.

Beba, diminutivo di Benedetta, la protagonista di questo libro, è vittima di violenza da parte del compagno.

La sua è una storia di persecuzione, resistenza e rinascita che rappresenta il paradigma dei pericoli a cui vanno incontro le donne in un Paese maschilista e ipocrita qual è l’Italia.

La storia di Beba e della sua lotta per amore del figlio Mattia e della vita insegna a resistere e a non darsi mai per vinte. Ma soprattutto spiega, una volta per tutte, che se un uomo picchia una donna non lo fa per amore, ma solo per un senso distorto e malato di possesso.

Quell’uomo non va protetto e le vittime non possono pensare di cambiarlo immolando la loro vita, ma va denunciato e fatto curare. È l’unico modo per farla finita col femminicidio e per avere una società migliore.

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