“Il profumo dell’erba tagliata” di Carolina Colombi

“Il profumo dell’erba tagliata”

di Carolina Colombi

Contest Amarcord

il profumo dell'erba tagliata

È Il profumo dell’erba tagliata a riportarmi indietro nel tempo. Anche se quello che respiravo da bambina, con una sorta di raccapriccio, era un profumo d’altri tempi. Acre, quasi pungente. Oggi, invece, l’odore dell’erba appena tagliata non ha il primitivo effluvio di allora.

 E così, come sono cambiati gli odori della mia fanciullezza, è cambiato anche il paesaggio che mi sta attorno.

 Non più le colline ondulate delle Langhe, i suoi prati sconfinati, i vigneti che si estendono a perdita d’occhio.

 Perché di quei luoghi familiari mi è rimasto soltanto un ricordo un po’ sbiadito dal tempo.

 Il profumo dell’erba tagliata che raggiunge le mie narici di vecchia, provocandomi un’interminabile serie di starnuti, non fa parte dei miei trascorsi contadini.

 È solo un misero fazzoletto di erba, il quale pretende di essere chiamato parco pubblico.

 Da molti anni la mia vita è cittadina, radicata nel quartiere dove vivo, dove conosco tutti, e tutti, o quasi, conoscono me.

 E di ciò ne sono compiaciuta, perché sentirmi salutare per strada rende la mia solitudine un po’ più sopportabile.

 Per ambientarmi fra grandi casermoni di cemento e sporadici ciuffi d’erba ho impiegato un bel po’ di tempo.

 D’altra parte, questo è il luogo che il destino mi ha assegnato, e per tornare indietro è ormai troppo tardi.

 

 Ogni giorno, dopo aver sbrigato in fretta le faccende di casa, esco.

 E con passi misurati e attenti raggiungo i pochi metri quadrati di terra, poco distanti dalla mia abitazione.

 Esco, perché il silenzio del mio appartamento, assordante, mi procura cattivi pensieri.
E per evitare che prendano concretezza cerco di stare in mezzo alla gente.

 A diverse ore del giorno mi spingo fino al giardinetto pubblico dall’erba gialla e stopposa.

 E lì, ad accogliermi, trovo una panchina un po’ sgangherata: da anni sempre la solita.

 Mi siedo e mi lascio andare ai ricordi, che seppur fragili mi portano ai giorni lontani in cui della solitudine non conoscevo neppure il sapore.

 Immagino i figli che avrei voluto e non sono mai arrivati.

 Per colpa mia o di mio marito non so, e non ho mai voluto saperlo.

 Quello che so con certezza, invece, è che sono un’anima senza pace, inghiottita in un mucchio di rimpianto.

 Osservo i bambini giocare fra il profumo dell’erba tagliata, i loro versi infantili, e sul mio cuore di vecchia si appoggia una pesante sensazione di rammarico.

 

 Rammarico però, pronto a sparire quando a sera torno a casa e riconosco la familiarità delle mie cose. Ed è allora che trovo una parvenza di serenità.

 Guardo la mia allegra cucina, tappezzata dalle numerose fotografie di mio marito, e in quei momenti mi sembra di rintracciare i nostri passi cadenzati, oltre che i fremiti che solo lui mi faceva provare.

 Basta però un attimo per ripiombare nella malinconia.

 

 A volte è solo l’ombra di un pensiero più impertinente degli altri che mi si affaccia dentro, a provocarmi uno struggimento che mi lascia senza fiato.

 E per sfuggire al mio vuoto interno accendo la tv, mentre le voci stridule dei personaggi che affollano il piccolo schermo mi accompagnano fino a quando, stremata, prendo sonno.

 Così è la mia vita, un rituale che si ripete di giorno in giorno, uno uguale all’altro: sonno, risveglio, pulizie, e poi via, a scappare veloce da casa per non dare spazio alla tristezza di fagocitarmi nelle sue spire.

 Questa sera però ho deciso e ho detto basta. Domani sarà un giorno diverso.

 Perché di me non resterà nulla, nulla se non un misero ricordo nei pochi che mi hanno voluto bene.

 Così, in silenzio e con poche righe scritte su un pezzo di carta straccia, senza disturbare nessuno, si concluderà la mia esistenza di vecchia inutile e randagia.

Cultura al femminile

 

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