“Un incontro lungo trent’anni” di Tommasina Soraci

“Un incontro lungo trent’anni” di Tommasina Soraci

Contest Amarcord

Più o meno trent’anni fa, in giugno. Lucia accompagna suo figlio e alcuni amici a Caorle per un torneo di scacchi.
Per due o tre giorni vaga per ogni angolo, dal Duomo col suo campanile cilindrico e pendente alla coloratissima piazzetta, dalla spiaggia alle caratteristiche viuzze, al Santuario della Madonna dell’Angelo che pare sorgere dal mare. Poi si spinge verso la laguna con i suoi canneti e i Casoni che le ricordano Hemingway, immersi nel silenzio, rotto solo da un leggero sciabordio.
Infine, una mattina, sale su una sorta di barcone vecchiotto con la vernice scrostata, paga un biglietto e arriva a Venezia. In mente una meta precisa: la Giudecca.
Aspetta pazientemente, i vaporetti non sono molto frequenti per una destinazione che non è proprio al centro degli itinerari turistici. Scende alle Zitelle e si tuffa nelle strette calli. E’ una giornata calda ma non afosa, ideale per passeggtiare, una leggera brezza porta l’odore del mare (cattivo? A lei è sempre parso buono perché la riporta alla sua infanzia): deserto, non incontra un’anima, sente solo il risuonare dei suoi passi sul selciato, persiane chiuse, fiori alle finestre, nessuno, Lucia si sente bene, le è sempre piaciuto vagare senza meta da sola, sensazioni di che? Non riesce a oggettivarle, in fondo non le interessa, le vengono in mente i versi foscoliani “vagar mi fai co’ miei pensieri su l’orme/ che vanno al nulla eterno”. Sorride, cosa si sono persi i ragazzi di oggi che non imparano più a memoria, a lei piace rintracciare suoni e parole in sintonia col suo stato d’animo.
Quando lo stomaco reclama, si siede su un gradino (in laguna ce ne sono tanti), mangia il panino che si è portato, poi si avvia verso la mondanità, l’Harry’s Bar, ancora una volta ricordi hemingwiani, pensa di prendersi un caffé, quanto costerà mai? Scatta qualche foto da lontano, le persone sedute ai tavoli sono tutte molto eleganti, o almeno le sembrano tali, rispetto a lei, conciata da turista della domenica. Ebbene sì, non è immune da un attacco piccolo-borghese.
Si allontana, anche perché si avvicina l’ora di tornare. Arriva all’imbarco delle Zitelle, che dondola sopra qualche onda, si accende una sigaretta e si dispone ad aspettare pazientemente.
Sente dei passi strascicati, si volta un po’ allarmata, si trova di fronte un, come definirlo, barbone, maglietta che non ricorda chissà da quanto la lavatrice ma neanche il bucato a mano, unghie delle mani orlate di nero, anche quelle dei piedi, se è per questo, infilati in un paio di sandali che chissà quanto prima, hanno conosciuto tempi migliori. In testa un cappellino ridotto come tutto il resto. E’ un uomo che dovrebbe essere ancora giovane, sui quaranta. Gli occhi sono vivi e espressivi. Lucia registra tutto in un soffio, si allontana dalla parte opposta della piattaforma, intimorita,il pensiero corre alla velocità della luce o forse più: se le chiederà denaro, è pronta a darglielo, se si mostrerà aggressivo, che fare? L'”intruso” le crea ansia, anche paura.
Come se le avesse letto in mente, l’uomo si avvicina, le sorride amichevole con la bocca dove si nota solo qualche dente, “attacca bottone”, le solite domande fra sconosciuti, lei risponde dapprima a monosillabi poi, senza accorgersene, si mette a chiacchierare, felice di sentire la sua voce e di scambiare brandelli di vita con uno sconosciuto. Le dice che è polacco, giunto a Venezia molti anni prima per sfuggire alla cortina di ferro e seguire un amore italiano, i minuti non sembrano più secoli ma attimi. Proprio mentre sta per attraccare il vaporetto le dice: “Sa, da giovane ero bello, non ero ridotto così” e tira fuori dalla tasca una vecchia foto sgualcita, quasi illeggibile, si vede appena un giovane con gli stessi occhi vivi e sorridenti, magro, ben vestito.
Lucia saluta, quasi le dispiace non poter continuare la conversazione ma non può permettersi di perdere il vaporetto, forse si può riprendere a bordo. L’uomo non sale, la saluta e si allontana.
Una lezione di fiducia nell’umanità.
Sono più o meno trent’anni, non l’ha più dimenticato.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *