“Poesie inedite 1968-1969” di Gian Giacomo Menon

Recensione di Mirella Morelli

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Nome libro: Poesie inedite 1968-1969

Autore: Gian Giacomo Menon

Genere: Poesia

Editore: Nino Aragno 2013, pag. 156

No, questa non sarà – o non solo – una recensione: voglio raccontarvi una storia.

La storia di un poeta ai più sconosciuto, quella di Gian Giacomo Menon, classe 1910, spentosi nel 2000. Sicché, praticamente, un artista che ha cavalcato l’intero Novecento.

E poi voglio raccontarvi di come può nascere la conoscenza di un poeta, di come ci si lascia intrigare dalla sua esistenza per riuscire a scoprire e capirne le poesie…E Gian Giacomo ne ha scritte, oh se ne ha scritte! Per sua ammissione, più di centomila: oltre un milione di versi.

E pur tuttavia non ha pubblicato quasi nulla.

Ma, allora?…

Accade che un giorno un suo ex alunno, Cesare Sartori, a seguito di una rimpatriata di classe come tante – di quelle in cui si rievocano aneddoti succosi, scherzi e pagliacciate giovanili, ma soprattutto si ricordano spietatamente le figure degli insegnanti più amati e più odiati – d’un tratto abbia un pensiero. Un’intuizione. Un bisogno retroattivo, o come ancora vogliamo definirlo. E quindi si chieda perché quel professore poeta – che per sua scelta di vita non ha mai cercato la pubblicazione se non con un malriuscito esperimento giovanile- debba rimanere sconosciuto al mondo.

Ha inizio così una vera e propria ossessione di ricerca, di studio, di analisi che porterà alla pubblicazione di “Poesie inedite 1968-1969” da parte di Aragno editore: è solo una goccia nel mare, ma dà l’avvio a un processo di scoperta poetica tuttora in corso, anche grazie alla nascita della Fondazione Menon che ne sta catalogando minuziosamente ogni scritto, così come la Biblioteca Civica Joppi di Udine.

L’ex alunno Sartori a un certo punto della sua vita sente l’urgenza di raccontarne, di rendere conosciuto al mondo e non più relegato ai ricordi scolastici di alcuni di loro quel “professore maledetto”.

E diamo a Cesare quel che è di Cesare, dunque: senza Sartori ci sarebbe un poeta – l’ennesimo poeta – nel dimenticatoio, come accade a tanti altri:

“Chi si cura di quelli scomparsi insieme alla fine della loro vita, inascoltati e perduti nello scorrere degli anni?
Bisogna avere passione, tenacia, un po’ di testardaggine e caparbietà, essere convinti che si sta affrontando un’opera impossibile, ma che val la pensa di tentare, oltre a qualche dote investigativa, per riuscire a far riemergere dal nulla, dalla frantumazione dei ricordi, chi era già stato cancellato dal tempo. Può capitare così, quasi per caso, che uno di questi poeti evanescenti per l’inconsistenza dei loro segni tra di noi, torni far sentire la sua voce. Ma ci vuole qualcuno che se ne prenda cura, incondizionatamente, senza attendersi niente in cambio”

(Cristina Previtera, tratto dall’articolo sul sito ufficiale del poeta)

Ma chi era dunque Gian Giacomo Menon?

Ufficialmente, soltanto uno dei tanti professori del liceo classico Stellini di Udine, dove ha insegnato filosofia e storia a più generazioni di studenti ininterrottamente per oltre 30 anni.

Nella realtà, un prof divenuto leggendario perchè un vero e proprio teatrante: istrionico, narcisista, provocatore, stravagante.

Le sue lezioni erano sempre al limite del lecito, ma senza dubbio intriganti così come lui suggestivo, affascinante, un sicuro seduttore della parola: insomma, irresistibile.

Avete presente il moderno “L’attimo fuggente” con il suo “Capitano, mio capitano!”?

Menon non era così affabile, al contrario: caustico, spesso sarcastico e determinato, talvolta arrogante…ma irrimediabilmente trascinante.

In una scuola ingessata, ecco un personaggio assolutamente borderline.

Gli studenti lo amavano e odiavano al contempo per quel suo dire sempre fuori dal coro (“Se fate figli, vi tolgo il saluto per sempre!”) ma sentivano la grandezza dell’uomo unitamente alla sua originalità, ne captavano l’enorme cultura, si rendevano conto di essere al cospetto di qualcosa di straordinario.

Lui, Menon, arrivava a lezione sempre avvolto in un cappottone anche col caldo, come oggi farebbe un artista con il capo da palcoscenico.

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Piccolo e bruttino, ma carismatico.

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Le sue lezioni erano ipnotizzanti: impossibile per gli studenti del liceo classico Stellini di Udine – diciottenni subito prima o subito dopo il Sessantotto – restare indifferenti, poiché lo si sentiva anticipatore rispetto all’ambiente bigotto, ancor retrivo e conformista quale quello di una piccola provincia.

Anche a distanza di decenni gli stessi studenti ricorderanno gli atteggiamenti provocatori, come quando faceva lezione a stretto contatto nel banco con qualche studentessa, o accendeva e spegneva la luce dell’aula con i piedi, sputacchiava le sue liquirizie sui quaderni al primo banco e indossava due paia di occhiali l’uno sull’altro.

Ma erano gli anni Sessanta, e poi i Settanta: anni leggeri e poi duri. Anni comunque di cambiamenti epocali nella società, nella scuola in primis e “Questo è il professore Menon, baby!”, che voleva attrarre attenzione a tutti i costi… riuscendoci appieno.

Menon, quel piccolo e bruttino Menon che però aveva una moglie bellissima, non a caso una sua ex studentessa.

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Menon, quel piccolo e originale Menon che appariva quasi molesto verso le sue alunne: ma al contrario, erano semplicemente muse ispiratrici, il tramite per raggiungere la Poesia, quell’Arte di cui nessuno – o solo pochi – sapevano essere la sua vera ossessione.

A loro regalava i suoi versi.

Poi, a 47 anni, la scelta: di non avere più alcun contatto col mondo – lui, proprio lui che era un brillante conversatore, un frequentatore continuo di salotti e circoli culturali, come ci scrive Sartori – proprio lui dal 1957 abbandonerà ogni mondanità per una decisione di assenza”, come la definirà, che poi perseguirà con ferma determinazione trascorrendo oltre metà della vita nascosto in casa, evitando ogni contatto pubblico che non fosse l’insegnamento o l’ossessione dell’amore di turno.

Nascosto in casa a scrivere poesie, continuamente, instancabilmente, ossessivamente.

Quale poesia viene fuori dall’amalgama di siffatta isolata esistenza e da siffatto ossessivo carattere?

Affidiamoci ancora a Cesare Sartori, il suo ex studente divenuto il suo più importante studioso, per capire cos’era la poesia per Menon:

Per lui la poesia fu “ferita e farmaco insieme”, baluardo e sollievo dal mondo; eppure, alla fine, scacco e impotenza.”

Un secolo di vita è lungo: inizialmente aderirà al futurismo – da cui prese la più assoluta libertà da ogni schema e da ogni regola, l’abolizione del periodo attraverso l’abolizione dei nessi sintattici, degli aggettivi qualificativi e degli avverbi, della punteggiatura…

Al contempo, la sua formazione umanistica (doppia laurea: in Filosofia e Storia, e in Giurisprudenza) si sente con l’ispirazione di Epicuro e del suo monito “Vivi nascosto”; ma, più di Pascal, Schopenhauer e Leopardi, poterono per sua stessa ammissione altri (in un appunto dell’agosto 1996 scrive: «Io non ho avuto idoli, forse due: Rensi e Baudelaire e forse Rimbaud»), fino a rinnegarli orgogliosamente tutti («Non mi occorrono maestri, io ho quello che mi occorre. Ogni uomo è sé, nessun paragone fra uomini, solitudine essenziale»), tanto da essere definito un solipsista.

In realtà negli anni era diventato un fermo sostenitore della teoria filosofica del caso («Il caso, sì il caso, nessuna legge né di natura né di spirito, né bassa né alta»).

Infine, come non definirlo un ermetico? Di certo la sua poesia non è semplice e non è facile, talvolta è un rompicapo pieno di simboli, parole cose animali che si ripetono in versi sparsi come in una storia a puntate, cambiando man mano di significato.

Ma in mezzo a questi rompicapo, che si pensano comprensibili solo ai “tecnici” o ai critici letterari che dir si voglia, all’improvviso chiunque di noi trova piccoli gioielli la cui comprensione rincuora, e ne fa ricominciare da capo la lettura con un soddisfatto sorriso. Perchè la poesia in lettura è come quella in scrittura: intuito, ed empatia!

La silloge da me letta è “Poesie inedite 1968-1969”, raccolta di versi e di tre lettere d’amore, tutte ispirate da una sua studentessa ventenne – lui, ultrasessantenne – regalate poi dalla stessa donna alla Fondazione ed allo studioso Sartori.

Altre -pochissime, finora- raccolte pubblicate sono:

“Il Nottivago” (il solo autopubblicato, nel 1930, poi rinnegato),

“I Binari del Gallo” (Campanotti editore, 1998)

“Qui per me ora blu” (KappaVu edizioni 2013)

Per chi voglia saperne di più, il link al sito ufficiale:

http://www.giangiacomomenon.it/

Per chi invece vuole un accenno al suo stile, alcuni componimenti tratti da “Poesie inedite…”:

Solitudini dimenticate dal tempo

oggetti di fredda forma

ritagliati nel niente

e l’uomo si dissolve puro di trascendenze

un cuore sotto vetro

tu a percuotermi in foglia

inesatto di linfe

restituito alla terra

dove appari imprevista

casuale di labbra e di mani”

Non si piange il dio perduto

dio non si perde

tenebra e sangue

questa pena dell’essere

e tu sola dentro di me”

Senso delle parole di te

un lungo delirio

mia pioggia mio buio mio vento

accettami dentro la pena

io ti accetto perduta”

Tu sola nel fondo

i solstizi scavati

l’intralcio dei meridiani

mia pioggia mio buio mio vento

le altre parole a compasso nei lini

le mani spinte sotto il cuscino

e non trovarti”

Di sicuro è un grande poeta del nostro Novecento di cui si sentirà sempre più parlare nel corso del tempo, e che le future generazioni probabilmente troveranno nelle antologie scolastiche.

Dalla quarta di copertina:

Un canzoniere d’amore dimenticato e ritrovato, non per caso, dopo oltre quarant’anni, versi di enigmatico splendore, scritto da uno dei “migliori fabbri”, pazzamente innamorato della “vita incandescente delle parole”

Link all’acquisto:

http://www.ninoaragnoeditore.it/?mod=COLLANE&id_collana=49&op=visualizza_libro&id_opera=604

 

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