Vita e Pensiero di Grazia Deledda

Vita e Pensiero di Grazia Deledda

a cura di

Carolina Colombi – Valentina Dragoni – Maria Lucia Ferlisi  E Giulia La Face

 

Eccoci giunte  all’ultimo appuntamento con  Grazia Deledda.

Canne al Vento è il romanzo, unico, nella storia della letteratura italiana al femminile che abbia ricevuto un così alto riconoscimento. Insieme con la scrittrice svedese Selma Lagerlof le prime donne a cui sia stato loro riconosciuta l’intensa e straordinaria capacità di scrittura. Ancora nessuna scrittrice italiana ha ricevuto il Nobel.

Eppure Grazia Cosima Damiana Deledda è sempre stata snobbata, sopratutto nei testi scolastici, dove compaiono poche righe a suo riguardo ed al suo libro più famoso: Canne al vento.

Non era ben considerata negli ambienti letterari, era un’autodidatta, non aveva nessuna laurea, per cui gli ambienti letterari la tenevano in scarsa considerazione.

Ma Grazia Deledda non era una donna che si lasciava piegare o intimorire, lei scriveva, in continuazione, ed inviava i suoi scritti a tutti anche solo per ricevere due righe di approvazione. Ha cominciato a scrivere a 13 anni e non ha mai smesso, come la lettura, lei leggeva di tutto, qualsiasi libro era affamata di cultura. Aveva sfidato i pregiudizi del suo paese, ma in primis del padre, perché:

“…la donna che amava leggere veniva guardata con sospetto..”, già che leggeva o voleva mantenersi con i propri scritti era una “poco di buono”.

Deledda fugge, si sposa va a vivere a Roma, ma i pregiudizi non terminano. Pirandello scriverà addirittura un libro intitolato “Suo Marito” che ebbe scarso successo e fu stroncato, per fortuna, dalla critica che dirà

“…un mediocrissimo romanzo in cui Pirandello sfoga il suo livore sulla scrittrice sarda”.

Pirandello alla nomina del Nobel dirà: 

la scrittura femminile era diventata un vezzo modaiolo che non doveva avere luogo di prestigio in quanto fenomeno sottoculturale.

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Ma Grazia Cosima Deledda era consapevole di quanta rabbia e livore covasse nei letterati del tempo, lei non frequentava i loro salotti e mantenne pochissime amicizie letterate tra questi Capua e Verga, lei stessa nel suo romanzo autobiografico “Cosima“, uscito postumo dirà:

“Decise di non aspettare nulla che arrivasse dall’esterno, dal mondo agitato degli umani, ma tutto da se stessa.”

La scarsa attenzione verso questa delicata scrittrice degli animi umani travagliati, ha subito anche l’infamia nel suo paese natale, pensate la biblioteca di Nuoro non è intitolata a lei.

Dal libro è stato tratto uno sceneggiato televisivo nel 1958, con la regia di Mario Landi, fra i protagonisti ricordiamo: Cosetta Negri, Carlo D’Angelo e Franco Interlenghi.

Canne al vento

di 

Grazia Deledda

Il libro si apre con la notizia dell’arrivo di Giacintino, Efix servo della famiglia Pintor ne è felice, pensa che può portare delle novità in seno alla famiglia Pintor formata da tre sorelle: Ruth, Ester e Noemi; tre donne nobili decadute e ridotte in miseria a causa del padre che ha dilapidato il patrimonio alla ricerca della figlia Lia che era scappata da quella casa-prigione per conoscere il continente.

Questa fuga aveva portato il disonore in quella casa padronale, una figlia bene educata non avrebbe dovuto farlo, il disonore era calato silenzioso avvolgendo le sorelle rimaste nella solitudine prima nella miseria dopo.

Fin da subito il racconto ci presenta queste donne ridotte alla povertà ma ancora chiuse nella superbia di appartenere ad un regno elevato, eppure vivono grazie alla fedeltà assoluta del loro servo che coltiva con amore e dedizione un poderetto per mantenere le donne, le quali tante volte vendono i frutti di nascosto.

download (5)Sono ancora vittime dello scandalo che si è abbattuto su di loro, e nonostante la morte del padre e come se vivessero ancora sotto la sua rigida e severa educazione. Sono ancora chiuse in casa, dove l’unica concessione sono i lavori domestici, cercando ancora di proteggere la loro educazione così come faceva il padre.

Sono tre donne ancora “piegate” alla volontà patriarcale, a cui è difficile sfuggire, i retaggi vivono ancora anche quando potrebbero assaporare la libertà.

Ma loro sono memori della sorella apportatrice di sventura ed ha minato oltre alla propria reputazione anche la loro, ed è per questo che non possono ne devono perdonarla.

Lia si è data alla fuga, ed ha sposato uno plebeo, di rango inferiore al loro, una doppia ferita inferta alla famiglia, Lia si è ribellata alle regole non scritte della società sarda, ha voluto esplorare i confini, “prendere parte alla festa della vita”, ha voluto agire, invertendo gli stereotipi sociali.

Ma tutto si è riversato sulle sorelle rimaste chiuse in quella prigione dove il non agire è sinonimo di sicurezza e tranquillità Loro non hanno mai risposto alle lettere della sorella, nemmeno quando è nato Giacinto il loro unico nipote.

Il padre Don Zame non si da pace e una notte quando ancora una volta controlla i poderi vicini nella speranza di ritrovarla, muore, misteriosamente . Si pensa al delitto, ma viene accettato come disgrazia-

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Le donne alla morte del padre non rimangono sole, Efix veglierà su di loro, sempre con una devozione infinita, che supera anche la superbia e la durezza del comportamento delle donne. Vorrebbe aiutarle a ritornare nell’antico splendore ed è per questo che quando gli danno la notizia dell’arrivo del nipote ne auspica le capacità di riportare il casto agli antichi splendori.

L’arrivo di Giacinto è accolto dal servo con una gioia incontenibile, si indebita per avere un vestito ed un cappello nuovo, è il figlio di Lia e lui deve accoglierlo alla grande.

Ma non è così Giacinto si innamora di Griselda una ragazza povera che va in giro scalza. Giacinto ha il vizio del gioco, si indebita e firma delle cambiali con il nome della zia. Una nuova catastrofe incombe sulla vita delle sorelle Pintor. Giacinto scappa va a Nuoro.

Nel frattempo il cugino ricco delle sorelle desidera sposarsi con Noemi, ma lei rifiuta.

Efix decide allora di abbandonarle, e vaga per la zona mendicando. Rivede anche Giacinto che si è ravveduto, lavora e cerca di mettere via i soldi per ripagare il debito alle zie e poter sposare Griselda.

Giacinto è l’unico a sapere la verità della morte del padre delle donne Pintor, è’ stata sua madre a raccontargli tutta la verità, sulla sua fuga e di come Efix si sia adoperato per aiutarla a scappare da quella realtà ristretta che non le permetteva di vivere. Efix il servo devoto e forse innamorato, al punto da ucciderne il padre quando questi sta per scoprire dove è nascosta. Don Zame muore, a lui tocca ripagare il debito, il senso di colpa che lo accompagnerà sempre. Lui adesso deve prendersi cura di loro.

Efix decide di tornare indietro, rivede le sue padrone che stentano a riconoscerlo. Ancora una volta lui ritorna a vegliare su di loro e far si che il cugino si sposi con Noemi. Il suo peregrinare lo ha sfinito, è malato le forze lo stanno abbandonando, ma non può morire non può rovinare il matrimonio della sua padrona. Il giorno delle nozze rimane a casa da solo, felice, sa che adesso Noemi e le sorelle possono tornare ad “ingrassare”, il casolare tornerà agli antichi splendori.

Può morire, ed è cosi’ che si abbandona nelle braccia della morte felice per le sue padrone. La colpa è stata espiata.

Questo romanzo si può definire un inno alla sua terra ed ai suoi abitanti, un omaggio alla sua terra natia, Grazia ne esplora i lati splendidi, arcaici ed aspri , ma anche la natura meravigliosa fatta di suoni, profumi, musica che ti sveglia e t’introduce in un mondo magico e fiabesco dove la natura si fonde con la fantasia in uno straordinario miscuglio:

La luna saliva davanti a lui e le voci della sera avvertivano l’uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d’uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa; sì, la giornata dell’uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti.

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La Sardegna fa da sfondo alla tragedia della vita umana ed è la vera signora protagonista di tutti i libri di Grazia Deledda:, questa regione dura, aspra, arcaica, una terra senza tempo dove magia e realtà convivono, dove l’asprezza della terra convive con i suoi protagonisti in un incantevole scenario in tutti i suoi scritti. Deledda non scrive parole, ma pennellate e crea immagini perfette dell’ambiente ed il lettore non compie nessun sforzo nell’immaginarla, perché egli non sfoglia delle pagine ma un album di foto.

Deledda descrive il lato più aspro della sua terra non sono solo attraverso i luoghi ma anche mostrando gli animi umani intrisi di tradizioni arcaiche, gli animi rudi e prepotenti pieni di pregiudizi sociali e su cui impera la divisione di classi in padroni e servi.

Questi due elementi terra aspra e animo rude sembrano fondersi assieme in una realtà ineluttabile e diventano tutt’uno in questa terra che sa di magia, popolata da folletti, streghe, panas, Janas e coghe.

Deledda conosce bene la Sardegna e e usa le conoscenze veriste, corrente letteraria ancora non del tutto dissipata, ma con una costruzione tutta nuova, il romanzo sarà intinto di verità e magia, di amore e odio, di peccato e pentimento, e a tutti i personaggi Grazia offre una seconda possibilità: il riscatto, i suoi personaggi possono passare dalla parte del bene, possono aspirare alla vita, al perdono alla felicità e all’amore. E è questa l’arma vincente della scrittura Deleddiana, lei, questa piccola caparbia letterata, ha creato una miscela letteraria unica che esprime lo stile bene delineato ed ormai maturo dell’autrice tanto da arrivare al Nobel.

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Tutti gli archetipi cari alla Deledda sono presenti e affrontati anche in questa grande opera letteraria. L’amore, la fragilità umana, la povertà, la dignità e l’incombenza del destino già scritto sugli uomini.

I personaggi deleddiani sono descritti con grande abilità, ne leggiamo i conflitti, le lacerazioni, la sofferenza e i drammi vissuti da ognuno di loro con parole che ti entrano nell’animo aprendola alla durezza della vita, quella vera, non edulcorata dei romanzi rosa.

Canne al vento ancor di più che negli altri scritti dimostra come gli esserei umani uomini o donne che siano, non sono altro che canne al vento, quindi assoggettate ad una forza che li rende inermi e passivi di fronte ad una forza più grande che li sovrasta e li dirige, quasi come se fossero dei burattini a cui si tirano i fili.

Di fronte a questa forze del destino non si può lottare è una realtà fatale, possiamo soltanto piegarci alla sua volontà, come le fragili canne si piegano al vento noi ci inginocchiamo alla forza del destino e assecondiamo il suo volere. A volte possiamo anche provare a ribellarci a questa forza, ma può causare pene e dolori maggiori della sopportazione della durezza del destino; come succede a Lia che cerca di sfuggire alla prigionia del padre/padrone/diavolo impedendo a lei e alle sorelle di vivere la loro vita, segregandole in una triste prigionia nella loro casa. .

“…Don Zame prende sempre più l’aspetto dei suoi antenati, e come questi tiene chiuse dentro casa come schiave le quattro ragazze in attesa di mariti degni di loro. E come schiave esse devono lavorare, fare il pane, tessere, cucire, cucinare, saper custodire la loro roba e soprattutto non dovevano sollevar gli occhi davanti agli uomini…..guai se le vedeva affacciare alle finestra o uscire senza permesso. Le schiaffeggiava coprendole d’improperi…..

Lia la ribelle fugge, sfugge al suo destino, ma dietro di se lascia pene, dolore e sensi di colpa.

Lia si rifà una vita a Civitavecchia, ma Efix rimarrà legato, in un debito non scritto, alle sorelle, ne ha ucciso il padre e lui deve espiare la sua colpa per sempre, accettando il sacrificio e la povertà come una giustificata punizione per il suo delitto.

Lia ha una famiglia, un figlio è viva, è attrice della sua vita, le sorelle no, devono espiare il disonore che lei ha inflitto, con una vita da segregate e in povertà, chiuse nell’orgoglio quasi come una eredità del volere paterno anche se ormai è morto.

Ma noi siamo canne al vento, le tragedie possono abbatterci, farci male, ma non fino in fondo, possiamo rialzarci ed avere la possibilità di un cambiamento che può essere l’espiazione della colpa, il riavvicinarsi a Dio o semplicemente fare ritorno a casa e terminare il proprio compito fino alla fine, come Efix e Giacinto.

Non siamo mai dei vinti, siamo artefici della nostra vita, siamo noi a decidere come possiamo affrontarla ed abbiamo tutti gli strumenti per farlo.

Deledda con questo racconto più degli altri ci regala il libero arbitrio, una voce vera e forte della nostra vita. Noi siamo il nostro futuro, noi possiamo accettarlo, modificarlo o cambiarlo. Deledda non ci racconta come fare, sornionamente, lo fa attraverso i personaggi a noi la scelta a quale ispirarci.

Ed è proprio racchiusa in questa scelta dettata dal libero arbitrio che rende Deledda ancora una lettura moderna ed appropriata anche a distanza di un secolo.

FERLISI MARIA LUCIA

http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=19511&v=2&c=2487&c1=2124&t=1

Un commento:

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