“L’acqua è il mio cielo” di Chiara Minutillo

“L’ACQUA È IL MIO CIELO”1 DI CHIARA MINUTILLO

Contest Amarcord

Ho sempre pensato che l’acqua fosse il mio elemento. Da bambina adoravo Ariel, la Sirenetta. Non pensavo alla bellezza delle sirene, alla loro dannazione. Non avevo le conoscenze per farlo. Semplicemente pensavo alla loro fortuna. La loro vita era tutta lì, nel mare.

Ho imparato a nuotare proprio nel mare, acqua limpida e unica. Ho imparato a nuotare quasi per necessità, perché nessuno in famiglia sapeva farlo. Perché la distesa azzurra che vedevo davanti a me, ma che non ricordo più, mi chiamava. Perché mio padre, che è nato al mare, amava la montagna e io mi chiedevo come fosse possibile. Perché in mare mi hanno buttato e è stato istintivo muoversi, come lo sarebbe stato camminare, se avessi avuto l’età giusta per farlo.

È stato il primo sport che ho praticato, il nuoto.

Non l’unico a cui mi dedico oggi, ma il solo a cui sono rimasta legata fin da bambina. Ho provato il baseball, il basket. Ma la terra e il cemento non fanno per me. Il sapore del fango, le ginocchia sbucciate.

Erano meglio le panciate prese sulla superficie dell’acqua nel tentativo di imparare a tuffarsi. Erano meglio i piedi tagliati e le mani scorticate per le arrampicate e le corse sulle scogliere. Erano meglio i salti nell’acqua profonda, che trascinava giù. Erano meglio gli ostacoli nascosti, che ferivano e facevano sanguinare, lasciando cicatrici.

Ho cominciato a andare in mountain bike quando mi sono resa conto che c’era qualcosa che mi mancava. Il respiro affannato, la perfetta sincronia tra inspirare e espirare. Mi manca perché non sono più in grado di provarla. E il vento non produce lo stesso effetto dellacqua. Il vento affatica, l’acqua toglie il fiato. Ti ruba l’ossigeno, per cibarsene lei.

l'acqua

Sono andata in piscina, come quasi ogni giorno del resto. Mi sono immersa, l’acqua mi arrivava ai fianchi. Erano le prime ore del mattino. Fuori il sole stava sorgendo. L’acqua era gelida. Brividi di freddo mi percorrevano le braccia. Un po’ di stretching e poi ho indossato gli occhialini, indecisa.

Ci sono due cose di cui ho davvero paura.

Il buio e andare sott’acqua. E quando sono lì sotto o, almeno, provo a starci, le due paure si uniscono. Perché sotto la superficie dell’acqua si apre un altro mondo, fatto di suoni ovattati, ma se fuori c’è luce, sotto è ancora più luminoso. E se fuori c’è buio, sotto è ancora più oscuro. La paura è amplificata.

Ho appoggiato gli occhialini solo per un breve istante sul naso, poi li ho rimessi al loro posto, sulla fronte, dove stanno da troppo tempo ormai. Ho preso la tavoletta arancione e in mezzo a quel silenzio, spezzato solo dal movimento dell’acqua, ho iniziato a nuotare.

Quando nuoto non penso a niente.

È come se la mente si svuotasse e si rilassasse completamente. Tengo solo il conto del numero di vasche. Quattro con tavoletta, sei a dorso. La sequenza non dovrebbe essere così. Sono stata io a modificarla.

Ma quel giorno, a un certo punto, ho deciso di provare a fare la giusta serie di vasche. L’ultima decina di quella mattina doveva essere quella vera. Ho nuotato fino all’altro estremo della piscina, dove l’acqua si fa più profonda. Ho appoggiato le mani sul bordo, sollevandomi, per tirare fuori il torace dall’acqua e inalare più aria possibile, senza sentire l’acqua costringermi il petto. Poi, ho lasciato la presa.

Si sprofonda subito in piscina, non è come al mare. In un attimo i miei piedi hanno toccato il fondo. Ho sentito la paura accarezzarmi e trascinarmi. Ho avuto fiato e coraggio solo per tre secondi. Ma quei pochi attimi contenevano tutto.

Le bracciate degli altri nuotatori sembravano provenire da lontano. La luce nella sala era soffusa, troppo poca, quasi non arrivava sotto l’acqua. Mi ricordo che da piccola mi era stata regalata un’enciclopedia, una di quelle illustrate, concentrate in un solo volume. La lessi d’un fiato. Una delle prime parole era “Abissi”, dove i raggi del sole non riescono a penetrare. E allora i pesci predatori usano una piccola luce come esca per le loro vittime. Perché, in fondo, tutti abbiamo bisogno della luce. Non so perché mi venne in mente proprio in quei tre secondi.

Riemergendo ho sentito la gola bruciare per il cloro.

Mi sono sforzata di non tossire, inghiottendo l’acqua assieme alla sconfitta. Ho respirato a lungo. Tre secondi erano troppo pochi per nuotare a stile libero fuori allenamento. Me ne servivano almeno cinque. Cinque secondi per resistere con la testa sott’acqua tra una bracciata e l’altra.

Ho deciso di provarci lo stesso. Ho messo gli occhialini dove dovrebbero stare e ho provato. Braccio sinistro teso, respiro, bracciata destra, testa sott’acqua, bracciata sinistra. E poi si ricomincia. Per quattro volte. Poi basta. La paura è troppa. Rischia di diventare panico. Mi giro e proseguo a dorso.

Questa volta penso mentre nuoto. Penso che da piccola vincevo le gare di stile libero, quelle organizzate a fine corso. Penso che a un certo punto ho smesso di fidarmi dell’acqua. Penso che per troppo tempo mi sono allenata solo a dorso e con una misera tavoletta.

Ed è il momento di cambiare.

Come, race the dark. It feeds from the runs undone.2

[1]Citazione di Louise Clayton Jones.
[2]Citazione di Èlan, brano del gruppo finlandese Nightwish.

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