“Les Demeurées” di Jeanne Benameur

“Les Demeurées” di Jeanne Benameur

Recensione di Ilaria Biondi

Les Demeurées

 

«On l’appelle La Varienne, qui sait pourquoi!»[1]

Un nome di cui nessuno conosce le origini, che si perdono nel grigio opaco di un passato e di un’esistenza di cui il mondo nulla vuole sapere.

Un passato e un’esistenza trincerati dietro le siepi che circondano e difendono, come invisibile filo spinato, una casa chiusa al mondo, ai suoi sguardi curiosi di mediocrità, indifferenza e rozza cattiveria.

Un nome che però non può non richiamare, per assonanza, il verbo vaut(vale) e rien (niente).[2] Colei che nulla vale.[3]

Forse è ipotesi azzardata, ma una simile definizione si attaglia perfettamente alla figura di questa donna, che allo sguardo levigato dei “normali” è solo inutile inciampo del destino, scarto deplorevole, creatura del niente, del non è, del senza, al di qua e al di sotto di ciò che merita di essere chiamato Esistenza.

Vuoto, mancanza, abisso che solo il linguaggio della negazione assoluta può raccontare nella sua incolpevole inettitudine.

L’avverbio rien percorre il testo con insistenza, quale martellante, asciutto e impietoso refrain.

«Chaque jour, et rien.»

«L’abruti n’a rien.»

«Une maison de rien.»[4]

Il corpo pesante trascina l’opacità della mente, che si aggrappa tenace alla forza solida dello sguardo, allo spazio ristretto delimitato dall’occhio, all’istante fugace del qui e ora, dimentico del prima e inconsapevole del dopo. Groviglio incolore senza sogni e immagini nel quale la consapevolezza, ignara del sentiero dell’intelligenza, si perde.

Attaccarsi ostinatamente a odori e oggetti conosciuti, a gesti meccanici e ripetitivi, nello spazio familiare e protettivo della casa, con le sue pareti annerite e il suo mobilio malandato.

Basta però un attimo di incertezza, e tutto crolla e trabocca, rovinando a terra, allagando  piastrelle e annegando pensieri, come acqua chiusa nella marmitta e protetta dal secchio, che d’improvviso infrange dighe e confini, riempiendo ogni granello di polvere col proprio liquido terremoto.

Lo spazio rassicurante di quei muri, stretto fra la cucina e il letto col materasso di crine, è l’isola nella quale La Varienne galleggia, con passo malfermo, insieme alla sua petite, lontana da quel mondo che la rifiuta, che la disprezza, che getta su di lei il fango marcio di ingiurie sporche, dolenti e pesanti, come quel corpo che trascina a fatica e senza grazia nel labirinto oscuro di giorni che la tormentano nella carne e nel sangue.

La donna avanza a tentoni, smarrita e sperduta (égarée), terrorizzata all’idea di oltrepassare la soglia, dentro di sé e fuori dal suo universo. È creatura d’ombra, che monda la propria pelle dai raggi del giorno, che rifugge la luce e si rifugia nell’oscurità della sera delle proprie caverne interiori, avvolta e abbracciata dai suoi abissi senza fondo.

«Elle se tourne vers le noir.»[5]

La sola, e più grande luce è quella che è germogliata nel suo ventre ed è sgusciata fuori dalle sue viscere forti, dalla sua carne compatta, dal suo corpo massiccio, stretta da un amore inconsapevole, muto e assoluto, contro tutto e tutti: Luce, la sua piccola.

Un nome incomprensibile agli altri (in italiano nel testo)[6], come incomprensibile è il legame ombelicale che le tiene strette, annodate, attorcigliate, corpo a corpo, anima su anima, pelle dentro pelle.

Rifiutata dal mondo, la donna rifiuta il mondo e lo tiene fuori dalla porta della propria casa, del proprio antro di “strega”, al quale la gente guarda con disprezzo e i bambini con terrore.

Scollegati e slegati sono i suoi pensieri, slegate (disjointes) ed escluse lei e la figlia  da quel “fuori” che ne ignora volutamente la presenza.

Qualcosa in lei si è arrestato, provocando un forte ritardo mentale.

Ella vive di chiusura, fissità, ermetismo, serrata e sigillata nella propria diversità.

Fiore che non è riuscito a sbocciare. L’autrice crea un raffinato gioco di parole riferendosi alla Varienne tramite il verbo demeurer (rimanere, restare, attardarsi), che rinvia alla stasi nella quale volutamente si rinchiude la protagonista così come al processo di blocco, di mancato o incompleto sviluppo del suo essere, e tramite il participio aggettivaledemeurée, che la qualifica senza ambagi come una ritardata.[7]

In quest’esistenza figée e glacée si aprono tuttavia delle invisibili fessure, dei piccoli squarci che lasciano penetrare un granello di mondo, al di qua della soglia segreta e “proibita”.

La Varienne lava e purifica con acqua fredda e trasparente tutto ciò che a quell’altrove estraneo e minaccioso appartiene e che cerca di insinuarsi nella sua casa, nelle pieghe del cuore e dell’anima della figlia Luce: oggetti-feticcio che la piccola carezza invece con lo sguardo e col palmo della mano, dando loro diritto d’asilo fra le mura domestiche.

Apertura a cui Luce anela, nel segreto del suo cuore. Ma alla quale guarda al contempo con terrore.

Perché essa è distanza. Separazione. Distacco. Mancanza. Allontanamento, che crea una voragine. Nel cuore de La Varienne. Nel cuore di Luce. Nella loro casa. Nel loro letto. Nel loro abbraccio inseparabile.

Senza Luce La Varienne perde i suoi punti di riferimento. Barcolla, si smarrisce.

Quel posto vuoto a tavola, chi potrà mai riempirlo? Il ritorno, la sera, della bambina, non ricompone del tutto quell’incrinatura dolorosa. I quaderni. Le penne. I segni sul foglio.

Oggetti che non appartengono a loro e al loro Amore, che si nutre di gesti e di rumori, del corpo caldo della Varienne, delle sue mani forti, del suo sguardo negato, dei suoi occhi fissi, della ruvidezza del suo grembiule, del suo disperato grembo di madre.

Il mondo entra, penetra, si fa strada. Con le sue Parole.

A spezzare il silenzio rauco della donna.

Il suo rantolo cupo di muta.

Il suo balbettare esitante.

Il suo grido sordo, disperato e selvaggio, che preme per uscire, che strappa il ventre, raggruma il sangue e si cava fuori dalle viscere.

Quel grido che per due volte ha consegnato la sua piccola alla vita, nel giorno della nascita e nel giorno della sua nuova vita, dopo la malattia.

Le parole della vile accusa. Che inchiodano al muro. Che crocifiggono. Che perseguitano.

Che si lasciano cadere e si adagiano sul fianco, sul capo, con tutto il loro peso. Parole che sono. E rimangono. In tutta la loro forza e consistenza. Di dolore e fardello. Parole che aleggiano, sporche e stridenti, nell’aria.

Parole che la piccola Luce  ha colto e catturato. Parole che scricchiolano nel suo cervello, dietro lo sguardo limpido dei suoi pochi anni.

Parola che batte, batte furiosamente alle porte del cuore e della mente di Luce, bussando con insistenza impietosa.

Parola che perseguita e bracca i passi della madre, ne spia i movimenti, si incolla al suo corpo possente e alla sua anima fragile, senza requie.

«Abrutie.»[8]

Al mondo che sta fuori dall’uscio della casupola della Varienne appartengono peròanche le parole di Mademoiselle Solange, l’istitutrice di Luce.

Educatrice lungimirante, la sola a intravvedere nella bambina una scintilla che reclama di essere ascoltata e accolta.

La sua parola è dolce, ammantata della grazia soave della stoffa di batista. La sua carezza, materna e protettiva. Le sue intenzioni, benevole e lodevoli.

Ma la sua voce infrange, suo malgrado, un delicato equilibrio. Oltrepassa una soglia segreta. Si insinua nella sacralità di un patto d’Amore tacito e assoluto. E il disastro si consuma…

Ma le parole si salvano.

E salvano.

Salvano Luce dall’oblio di sé e del mondo.

La fanno volare.

Luce diventa uccello. Diventa fiore che dispiega i petali. Diventa farfalla che volteggia nell’arcobaleno.

Il suo nido rimarrà per sempre la maison de rien, nel tiepido e silenzioso grembo della Varienne, dove è l’amore a parlare, e comprendere, anche quando la mente non può farlo.

Ma Luce, grazie a Mademoiselle Solange, apparterrà anche a un lontano altrove, dove la Varenne non potrà mai raggiungerla.

Regina solitaria di una contrada di suoni e immagini che disegnano nella sua mente paesi sconosciuti.

Di parole vive, che danzano sui fili colorati della stoffa ricamata. Di parole appese ai rami degli alberi. Di parole consegnate alla terra, che dalla terra rinascono, germogliando e facendosi frutto.

Parole che entrano in Luce e risuonano nel suo canto segreto, che vibra degli echi oscuri del canto della Varienne, la Madre di Carne e Sangue, e della litania misteriosa di nomi e cose appresa da Mademoiselle Solange, la Madre di Parole.

La piccola Luce è. La piccola Luce vive.

Le parole sono vive.

In lei. Con lei. Per lei. Attraverso lei.

Le parole si staccano dalla pagina e si fanno, esse stesse, carne e sangue.

Corpo e suono.

Voce e materia.

Una scrittura potentemente evocativa, quella di Jeanne Benameur, che oltrepassa e scavalca il linguaggio denotativo per lasciare che le parole vivano, in certa misura, di vita propria.

Poesia che si intreccia alla prosa, [9] creando una trama di giochi sonori dalla forza straordinaria.

Particolarmente suggestivo l’incipit, in cui la presenza delle consonanti t e b, rafforzate dalla r,  comunicano una sensazione di pesantezza e fatica:[10]

«Des mots charriés dans les veines,. Les sons se hissent, trébuchent, tombent derrière la lèvre.»[11]

Sono le parole della Varienne, che sembrano volersi tirar fuori dalla bocca trascinandosi a forza come carro lento e infiacchito, innalzandosi per un istante fugace, per poi incespicare di nuovo e ricadere, rovinosamente, in mezzo ai denti, dietro le labbra, quasi a nascondersi e morire, sopraffatte dall’umiliazione.

A questa gravezza si contrappone la veloce scorrevolezza della s raddoppiata (ss), che trasporta sul proprio abito sonoro le parole “degli altri”, che sgorgano e traboccano, spargendo con fulmineo e inarrestabile movimento i propri schizzi di fango brutale:

«Des mots charriés dans les veines. Les sons se hissent, trébuchent, tombent derrière la lèvre.

Abrutie.

Les eaux usés glissent du seau, éclaboussent.»

In diversi passi che riguardano la Varienne si registra poi un abbondare di termini che contengono le vocali o e u oppure i dittonghi ou, eu, eau, volti ad enfatizzare l’atmosfera di cupezza che avvolge la “strana creatura”,[12] come ad esempio in quello che segue:

«Le monde est opaque, seulement familier dans la buée de la cuisine, la main tenant la louche ou soulevant la casserole pleine d’eau qui bout.»[13]

Il suono secco delle consonanti r e s suscita una sensazione di stridore, durezza, ruvidezza e amarezza di un dolore che sembra grattare l’anima e grattare il cuore; si leggano queste righe riferite a Luce:

«Sous son soulier, elle a écrasé quelque chose, un insecte ou une pierre dépourvue de sa dureté de pierre. Sous la semelle de sa chaussure, cela s’est pulvérisé sans même crisser.»[14]

È come se il suo piccolo io indifeso fosse lì, sotto la suola, schiacciato da quella parola-fardello, abrutie, che ella ha udito scagliare da qualcuno contro la sua Varienne, termine di cui forse non comprende appieno il significato, ma di cui intuisce l’orrore umiliante.

La l è associata invece a immagini di fluidità gioiosa e ariosa leggerezza, come in questo leggiadro cameo, in cui pare quasi di veder volare una farfalla:

«Entre le regard et l’esprit de la petite, une aile de papillon, juste une, s’est déployée.»[15]

La lingua lussureggiante del romanzo della Benameur cela fra le proprie pieghe, oltre ad allitterazioni e assonanze, anche alcune rime, come quella che qui riproponiamo, artificio retorico che restituisce con raffinatezza estrema la monotonia, la ripetitività ottundente delle azioni della Varienne:

«Le regard reprend sa reptation coutumière.

La femme va à la cuisinière.

Elle prépare la grande cafetière.»[16]

Da notare come la stessa disposizione tipografica suggerisca che di rima si tratta, tramite l’utilizzo dell’a capo ad ogni inizio di frase, espediente che conferisce alle frasi in questione uno statuto di verso poetico.

Del resto l’intero romanzo è giocato su questo “invisibile” intersecarsi e sovrapporsi di prosa e poesia, con versi asciutti, brevi o brevissimi,  che si levano dalla pagina, nella loro nuda, scarnificata e lapidaria potenza.

«Ouvrir la porte.

Sortir.

Regarder le ciel.

Marcher.»[17]

Non di rado queste frasi secche[18] si ripetono nel corso della narrazione, spezzando il ritmo con incisività, quasi con brutalità, obbligando l’occhio (e l’orecchio) a fissarsi su quel concetto, su quella parola, ad aggrapparsi ad essi, per non dimenticarli.

Abbiamo del resto già avuto modo di sottolineare quanto sia elevata l’occorrenza di determinati vocaboli, in posizione anaforica o libera all’interno della proposizione.

Oltre alle figure retoriche di suono il romanzo della Benameur trae forza anche da figure retoriche di significato, con una spiccata predilezione per la similitudine.

La Varienne e Luce sono associate in particolare alla sfera animale, seppur con modalità differente, direi quasi contrapposta: la donna, nella sua rudezza sgraziata di creatura “primitiva” e nella sua dolente ferinità e istintività animalesca di madre che si squarterebbe il grembo per farvi rientrare la sua piccola tenendola al sicuro dal Male del mondo, la bimba invece nella sua delicatezza soave e fragilità indifesa di uccellino che ha bisogno di volare e scoprire le nuvole.

Di grande, toccante efficacia poi l’immagine che associa le parole di Mademoiselle Solange che, come bambini morti anzitempo e fuggiti ai margini della vita, si sono rintanate in qualche anfratto della mente di Luce:

«Si Mademoiselle Solange l’entendait, elle saurait que ses leçons […] flottent dans un espace de la mémoire comme des enfants morts trop tôt qui ne trouvent d’autre place qu’aux bords.»[19]

E come quei corpi-non corpi anche La Varienne e la sua piccola, immensa Luce aleggiano in un limbo sperduto, dove nessuno sa di loro, dove nessuno le cerca né le vuole.

Perdute e ritrovate, nella luce segreta di un Amore che, nell’imperfezione del corpo e della mente, è pura perfezione.

Vibrante. Spiazzante. Struggente. Dissacrante. Intensamente lirico. Ruvidamente sincero. Vuoto e pienezza. Pietra e petalo. Ombra e lucore. Silenzio e parola. Ago che punge, filo che ricuce.

Pagine di luminosa brevità, che cantano mute la melodia ineffabile del mistero della Vita.

Ringrazio Emma Fenu per avermi fatto scoprire Jeanne Benameur e questo suo capolavoro di rara Bellezza.

NOTE:

[1] «La chiamano La Varienne, chissà perché!» La traduzione, qui e altrove, è mia. Trattasi di una traduzione che non ha alcuna velleità artistica, che si offre come pura traduzione di servizio, al fine di rendere comprensibile le citazioni dal francese.

[2] Ci si riferisce pertanto al significato etimologico di vaurien / vaurienne (uomo/ donna che non vale niente) e non al significato secondario che da questo si è successivamente sviluppato (balordo, mascalzone, persona capace di commettere azioni riprovevoli).

[3] Si contano, in un romanzo breve di sole settanta pagine, oltre dieci occorrenze dell’avverbio rien.

[4] «Ogni giorno, e niente.» / «L’idiota non ha niente.» / «Una casa da niente.»

[5] «Ella si volge verso il nero.»

[6] Lingua che l’autrice Jeanne Benameur, di padre algerino e di madre italiana, immaginiamo debba conoscere (pur essendo la sua lingua di scrittura, per scelta, il francese).

Il nome della bambina appartiene al campo semantico della luminosità, che ha un peso importante nel romanzo (il sostantivo lumière è ripetuto diverse volte, e ad esso si associano altri vocaboli pertinenti come lueur, luisant, chandelles, ecc.). Esso tuttavia acquista un peso speciale e un alone di unicità rispetto a questi altri termini (con i quali condivide un’affinità di significato) proprio perché sgorga da una lingua diversa.

[7] Il verbo demeurer ha un’elevata ricorrenza nel romanzo e viene riferito dal narratore non alla sola Varienne, ma anche ad altri personaggi, alla piccola Luce in primo luogo, per indicare l’ostinazione ferma con la quale la bambina cerca di rendersi impermeabile agli insegnamenti di Mlle Solange, autorecludendosi in se stessa e autoescludendosi dalla classe, quel piccolo mondo nel quale viene suo malgrado trascinata. Esso viene inoltre riferito all’istitutrice, Mlle Solange, al suo crescente smarrimento interiore e senso di estraneità che la travolge in seguito alla malattia di Luce e che le rende alieno l’universo nel quale ha vissuto fino a quel momento e nel quale si è sempre identificata. Questa opacità che la investe e che la fa sprofondare sempre più in se stessa, escludendola dal dehors e rendendola invisibile agli occhi di un mondo che ormai la considera una folle, la assimila in qualche misura a Luce e alla Varienne e alla loro diversità. Da notare come, in seguito a questa perdita di collocazione – che è  anche perdita di un ruolo sociale ben definito – il narratore la qualifichi non più con il nome preceduto dal titolo di Mademoiselle, bensì semplicemente come Solange, col solo nome di battesimo.

Troviamo infine il verbo demeurer in riferimento alle parole, in questo caso però con una connotazione positiva, ad indicare quanto le briciole di suoni e immagini creati dalla voce di Mlle Solange siano rimasti saldi e si siano radicati in Luce malgrado il suo tenace rifiuto, pronti a sgusciare fuori, dai suoi ricordi e pensieri, attraverso la voce che si fa litania e canto.

[8] «Idiota.»

[9] La Benameur è penna di grande talento, sia come narratrice che come poetessa.

[10] La stessa Varienne viene in più occasioni legata al concetto di pesantezza anche da un punto di vista fisico, sia per la mole imponente, quanto per la non speditezza dei gesti e dei movimenti, come se una sorta di stanchezza atavica la vincesse, la ancorasse al suolo. Proprio nelle righe di apertura si incontra questa significativa definizione: «son bras las», vale a dire «il suo braccio stanco».

[11] «Delle parole trascinate nelle vene. I suoni si issano, inciampano, cadono dietro il labbro. / Idiota. / Le acque di scarico scivolano fuori dal secchio, infangano.»

[12] Si pensi anche alle definizioni che della Varienne vengono date: gourde (tonta),abrutie (idiota), demeurée (ritardata), tre aggettivi che contengono una vocale o un dittongo dal suono chiuso, suggestione sonora rafforzata dalla presenza della consonante r.

[13] «Il mondo è opaco, familiare solo nel vapore della cucina, mentre la mano tiene il mestolo o solleva la pentola piena di acqua che bolle.»

[14] «Sotto la scarpa ha schiacciato qualcosa, un insetto o una pietra priva della sua durezza di pietra. Sotto la suola della calzatura, quella cosa si è polverizzata senza nemmeno uno stridio.»

[15] «Tra lo sguardo e la mente della piccola, un’ala di farfalla, una soltanto, si è dispiegata.»

[16] «Lo sguardo assume la sua reptazione solita. / La donna si avvicina alla cucina economica./ Ella prepara  una caffettiera ciclopica.» (Si è tentato di conservare almeno in parte l’effetto di ripetizione del suono, tramite assonanza e rima, non senza una certa forzatura a livello di significato nell’aggettivo del terzo “verso”).

[17] «Aprire la porta. / Uscire. / Guardare il cielo. / Camminare.»

[18] Presenti in diverse forme: soggetto, verbo, complemento; soggetto, verbo; costrutti nominali; due aggettivi coordinati; una sola parola, che può essere verbo, avverbio o aggettivo come nella succitata citazione tratta dall’incipit.

[19] «Se la Signorina Solange riuscisse a sentirla, saprebbe che le sue lezioni […] fluttuano nello spazio di memoria come bambini morti troppo presto che trovano spazio solo ai margini.»

 “Les Demeurées” Sinossi:

Dimenticate dal mondo, La Varienne e Luce, la sua bambina, vivono nel silenzio, nel torpore soffocante dell’indifferenza più ostinata.

Unite da un legame viscerale, le due creature fuggono i giudizi del mondo, schivano l’Altrove perché ciò che è straniero, è nemico: rannicchiate in una casupola umida e scura come le loro esistenze appannate, vivono di abitudini, rituali immodificabili che, nella loro ripetitività, assicurano protezione e riparo. Seppellite per anni dentro quella cuccia calda e buia come un ventre materno,

La Varienne e Luce saranno costrette a perforare la spessa cortina che le separa dagli altri a causa di un evento imprevisto: la piccola ha sei anni e deve andare a scuola. Obbligata ad accettare quest’odiosa imposizione, la donna si separa, per la prima volta, dalla sua bambina.

Autore: Jeanne Benameur
Titolo: Les Demeurées
Genere: romanzo
Editore: Gallimard (coll. Folio)
Anno edizione: 2002
Numero pagine: 80

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Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

4 commenti:

  1. ilsoffionedimiemma

    Non ho parole per descrivere il piacere della lettura di questa recensione, cara Ilaria!
    Nobile e sottile, professionale e incidiva…appassionata!
    I miei complimenti, di cuore
    Mirella

  2. Cara Mirella, con ritardo vergognoso ti rispondo per dirti grazie di queste tue parole così generose, che accolgo con grande gioia!

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