“Ti racconterò una storia” di Giovanna De Rosa

“Ti racconterò una storia” di Giovanna De Rosa

Recensione di Domizia Moramarco

Autore: Giovanna De Rosa
Titolo: Ti racconterò una storia
Edizione: ilmiolibro self publishing, 2015

Ti racconterò una storia

“Se l’intero cammino della vita è un percorso in linea retta, mi chiedo allora da quale madre che non fu mai figlia sia iniziato, e dove finirà, a quale figlia che non sarà mai madre”.

“C’era una volta …”. Tutte le storie, si sa, cominciano così. Il lettore deve poter fantasticare, viaggiare con la mente verso luoghi lontani e imprecisati, dove i personaggi si muovono in tempi surreali, tra sfide incalzanti, ricerche infinite, incantesimi misteriosi.

Avvolte da un alone di magia, le parole dicono più di quello che si pensa, nascondono verità taciute che solo l’attento ascoltatore saprà svelare.

Così, se raccontare storie può essere facile quando le parole cui ci si affida sono state già scritte da altri, è quando si deve raccontare la propria storia che ci si accorge di come le parole stentano a farsi spazio su quel foglio pieno di scarabocchi confusi, che è la vita che ci portiamo sulle spalle.

È quello che accade alla protagonista di “Ti racconterò una storia”, opera prima autopubblicata di Giovanna De Rosa che, con stile introspettivo, sonda i pensieri delle due figure femminili protagoniste: Elena, una madre poco più che trentenne, e Alessia, una figlia appena adolescente che si racconta, di nascosto, scrivendo.

La storia, ambientata nel sud Italia, inizia in una sera di fine settembre, quando le prime luci compaiono alternandosi come tanti puntini fluorescenti sulla tela della città e Elena si ritrova a pensare alla sua vita, tra camicie da stirare e la cena da preparare. I pensieri corrono al suo ruolo di moglie e madre, a quelle parole celate dietro i gesti quotidiani della sua famiglia.

Contemporaneamente, chiusa nella sua stanza, la figlia scrive le prime pagine del suo diario.

È questo l’espediente che utilizza l’autrice per dar voce ai timori e alle insicurezze di una ragazzina che si affaccia timidamente alla vita. Alessia, quattordicenne, adora disegnare e, come scrive nel suo diario, con le linee sul foglio riesce a catturare l’anima delle cose, mentre con le parole, che invece danno corpo alle cose, lei non ha tanta dimestichezza, ma ci vuole provare lo stesso, seguendo il consiglio della sua nuova insegnante di lettere.

Questi due momenti, speculari come due rette parallele che non si possono incontrare, danno il via a un gioco di scatole cinesi: da una parte la madre torna con la memoria al suo ruolo di figlia e, con una penna in mano, la figlia analizza, nella sua inconsapevolezza giovanile, il rapporto che ha con la madre. Se potesse disegnarla, confessa al diario, sua madre sarebbe una piovra che controlla con i suoi tentacoli ogni angolo della casa, mentre suo padre resterebbe fuori dalla porta.

La figura maschile, nella prima parte della storia, appare come un’ombra, un personaggio quasi invisibile che non ha un ruolo decisivo negli eventi della famiglia.

Francesco è, infatti, presentato come un uomo preso dal suo lavoro, che non rinuncia alle presunte partite di calcio con i suoi amici ed è molto adorato da sua figlia, che in lui vede, o almeno spera di trovare, un alleato contro le restrizioni materne.

Alessia vorrebbe iscriversi al liceo artistico, ma sua madre, imperterrita, le impone l’indirizzo classico, convinta che le parole hanno una loro forza e aprono la mente critica al mondo.

Elena, dunque, sottrattasi al fluire degli eventi, ha finito per rifugiarsi dietro le quinte della commedia della sua vita e, chiusa nel buio camerino, si costringe a ripetere la parte di un copione che è sempre lo stesso: la professoressa affannata, in giro per la città, che cerca di districarsi fra gli impegni scolastici e quelli domestici, ai quali si aggiungono, negli anni, quelli della cura di una figlia adolescente.

Anche se si muove fra le pareti della sua casa, con aria decisa e con fare perentorio, dentro di sé è paralizzata come un manichino che chiunque può spostare come crede.

C’è solo un ingranaggio che non si ferma mai, ed è quello dei pensieri, che frullano senza sosta mentre le scene quotidiane sfilano dinanzi ai suoi occhi, sempre uguali.

Prima o poi, però, per lei arriverà il momento di fare i conti con quei sentimenti sopiti, con i rancori repressi, le parole strette fra i denti e quei sogni accantonati in fondo ai cassetti delle stanze buie della sua vita, che si rivela una casa da esplorare, dai lunghi corridoi alle cui pareti restano appese le cornici vuote delle scelte fatte.

Voltandosi indietro, non riesce a intravvedere che le ombre confuse di quelle decisioni. Osservando attentamente all’interno di quei bordi, amaramente scorge invece un vuoto sempre più profondo.

Elena ha sempre avuto la predilezione per la scrittura, sin da bambina, quando desiderava farsi conoscere al mondo, così come era accaduto agli eroi della mitologia greca.

È una donna ambiziosa, tenace, ma, diventata troppo presto madre, è stata travolta dagli eventi.

L’adolescente che era, figlia incompresa di una madre atterrita dal corso degli eventi, è diventata bruscamente donna matura e neanche la giovane età di Alessia le consente di farle perdere il controllo, che così strenuamente crede di mantenere, con le sue grinfie, su tutta la famiglia. Come dice sua figlia: “tiene il guinzaglio in mano, ma la corda è molto lunga, ti permette di muoverti in ogni direzione, come vuoi”.

Così, di fronte ai vani tentativi di soccorrere, con illusa discrezione, i momenti di sconforto di sua figlia, al suo presente si incrociano le traiettorie del passato. Chi è la fanciulla sognatrice che corre per il corridoio e si rifugia impaziente nella sua stanza?

Chi è quell’ombra che origlia alla porta e non trova il coraggio di fare domande?

Bari, anni ’40… Una bambina deve rinunciare alla scuola e non capisce perché, poi scoppia la guerra, soldati tedeschi si aggirano per le strade della città ed entrano da un uscio lasciato distrattamente aperto e sorprendono una bambina spaventata; a nulla servono i tentativi di rabbonirla, per lei i nemici sono il male, che hanno infranto la speranza di un’infanzia felice.

Poi fra le sue braccia arriva una bambola vera da cullare che dipende dalle sue decisioni e che, una volta cresciuta, vede un’altra pancia crescere, un’altra vita si affaccia al mondo e la storia si ripete. Di donna in donna, di madre in madre, di figlia in figlia, i ruoli si confondono e si imbrigliano in una catena di affetti che rischia di imprigionare la parte più autentica delle protagoniste femminili.

Dice Elena a proposito del dispiacere di sua madre sapendola una femmina:

“ … ci provò lei a rendermi più agevole il percorso in salita,troppo agevole forse, e però, senza volerlo, attraverso quel filo impalpabile che unisce una madre al proprio figlio e si srotola infinito ovunque vadano, mi trasmise i brividi superficiali delle sue paure, che in me, senza la fonte, divennero inspiegabili. E mi donò anche una parte del suo gelo, che interposi fra me e le cose, che usai per difendermi da ogni aggressione. Anche da lei”.

Elena moglie, madre e ragazza di un tempo, rivive così fra immagini del passato che si affacciano al balcone della memoria in brevi flashback, quelli che fanno tornare i brividi sulla pelle, ma che in bocca hanno il sapore amaro del tempo che non è più.

Ancora giovane per rinunciare a vivere, non più ragazzina per continuare a sognare, di fronte alla vista del corpo della figlia che cambia, Elena riprova illusioni e delusioni di un tempo, perde il controllo e cade in una trappola pericolosa.

Quando si rialza, il velo di tristezza avvolge le sue membra stordite e il colpo che le infligge il risveglio con la realtà è troppo duro da attutire. Ed è arrivato il momento di sostenere la sfida con se stessa.

Scritto alla fine degli anni ’90, il romanzo richiama la tematica delle pellicole cinematografiche nostrane sulla complessa gestione quotidiana in cui sono invischiate le famiglie italiane, e spinge il lettore a domandarsi se, nella vita frenetica che ci travolge in massa, in fondo siamo davvero in grado di leggere fra le righe, di ascoltare oltre i silenzi, di trovare risposte negli sguardi assenti di chi ci sta vicino che a volte invocano, semplicemente, un orecchio che presti loro ascolto.

Ma la storia raccontata non è solo questo.

Con uno stile di scrittura maturo, l’autrice elabora una struttura funzionante e convincente secondo un impianto narrativo tradizionale, in cui i personaggi si muovono verso la conquista della loro libertà interiore. Invischiati in timori passati e in risentimenti presenti, i componenti di questo piccolo nucleo familiare vengono colti in uno stato di pericolo, appena avvertito dagli stessi, che camminano su un filo sottile destinato a spezzarsi quanto prima.

La situazione precipita quando Alessia grida silenziosamente il suo disagio di fronte al quale i genitori, allertati, si ritrovano impreparati e impacciati.

Ancora una volta, rinchiusi ciascuno nel proprio mondo, i personaggi della storia si allontanano fra di loro come ragni silenziosi, che tessono tele solitarie di pensieri malsani.

Ecco allora che la trama raggiunge il momento di massima tensione con un colpo di scena che potrebbe turbare il lettore.

La protagonista precipita così nel suo inferno di pensieri torbidi e asfissianti, fino a quando non si affida a un personaggio che svolge la funzione di aiutante. Porgendole lo strumento “magico”, questi consentirà alla donna di aprire la porta a quelle risposte vanamente attese.

Toccando il fondo, ciascun protagonista riemergerà per respirare aria nuova. Il passaggio, però, avverrà gradualmente, perché cullarsi nelle proprie paure è più facile che venire allo scoperto. I personaggi dovranno prendersi ciascuno il proprio tempo per raggiungere un ritrovato equilibrio.

E solo così il cerchio potrà chiudersi, in una nuova consapevolezza di ciascuno, quella che accompagna ogni eroe alla fine del viaggio dentro di sé e che può finalmente usare nuove parole per riuscire a raccontare e, magari a riscrivere, una storia.

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Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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