Il paese senza adulti – Khayat Ondine

Il paese senza adulti – Khayat Ondine

Recensione di Lisa Molaro

Khayat Ondine

Fin dalle primissime righe del libro di Khayat Ondine, ho capito che quella che tenevo tra le mani era una storia fragile, fatta di vetro.

Leggevo “parole – gelato” pronte a sciogliersi colandomi fra le dita, una crema dolce rischiava di dissolversi trasformandosi  in niente e lasciandomi, sulle mani, una sensazione di non pulito.

Non si tratta di un libro banale, mieloso ed infantile… tutt’altro!

Mi sono ritrovata ad ascoltare la voce di un bambino che si chiude a riccio per proteggersi dal mondo in cui vive. Le parole gli si appallottolano in gola, impedendo così alla voce di uscire all’aria aperta. Un bambino che, con i pugni chiusi e lo sguardo aperto, sfida ciò che lo circonda combattendo una lotta impari: la sua fantasia, il suo bisogno di affetto, la sua voglia di purezza, la sua capacità di evasione mentale contro tutto il marcio, l’aridità di sentimenti, il male che lo avviluppa dentro a una guaina che gli limita i movimenti!

 

Un cuore a rischio claustrofobia!

Non parliamo di cartoni animati, o di fatine contro orchi cattivi, ma di uomini col cuore reso terreno arido da piante infestanti che hanno soffocato ogni buon sentimento. Entriamo nel vortice del suo sguardo, delle sue speranze… e lo facciamo vivendo il quotidiano di questo bambino, composto da fatti tangibili e talvolta acuminati.

 

Attimi di vita vera, come piccoli frammenti di vetro non sempre evitabili.

Leggendo queste pagine, spesso, ci si ritrova a stringere i pugni e a sentire scivolare una lacrima… ma la stessa lacrima scivola fuori anche scaturita da frasi di una tenerezza disarmante che realmente sfiorano i nostri angoli dell’animo.
Khayat Ondine scrive in un modo fluido, scorrevole; con estrema delicatezza riesce a sventrare il cuore dei protagonisti ed il nostro, quasi in un unico processo osmotico.

Insieme a Slimane affrontiamo temi importanti e al suo fianco, passetto dopo passetto, arriviamo ad una fine che è un inizio.

Quando lessi questo romanzo ancora non conoscevo lo stile di Khayat Ondine ma, prima ancora di terminarne la lettura, avevo già comperato anche il primo libro che aveva in precedenza scritto (Le stanze di lavanda. Il romanzo di un’infanzia armena)

Permettetemi un’associazione forse ardita: per me, Slimane è IL PICCOLO PRINCIPE dei tempi nostri e Valentine è la sua Rosa.

Un piccolo Principe che non vive su un pianeta qualsiasi ma sulla nostra terra, in una casa simile alla nostra, che va a scuola e purtroppo perde la retta via… o forse appartiene ai pochi che la retta via la conoscono davvero? Chissà!

Consiglio questo libro a tutti… ma proprio tutti.

A chi si emoziona con poco e a chi non è più capace di emozionarsi; a chi parla sempre e a chi non è più capace di farlo; a chi cerca nei libri insegnamenti e citazioni da copiare nell’agenda e a chi vuole, semplicemente, lasciarsi intrappolare da una trama ben scritta; a chi tende la mano e a chi alla mano offerta porge il pugno chiuso. Un romanzo per romantici, per sognatori ma soprattutto per chi teme che la durezza della vita stia diventando, nel suo cuore, l’edera rampicante capace di soffocare i sogni e la capacità di crederci sempre e comunque!

Siccome tutto il libro è pregno di sentimento, non saprei evidenziarne un pezzo rispetto ad un altro, perciò apro una pagina a caso e riporto:

“La luna è nascosta dietro a una nuvola. Forse la nuvola la sta picchiando e lei fa come mamma nelle sere di tempesta: aspetta che l’uragano passi. Forse c’è tutto un mondo altrove che noi non conosciamo.”

Altro pezzo a caso, visto sono in vena di elargire tenerezze scritte da altri:

“Io vorrei essere un chirurgo. Per aggiustare la gente rotta. E tu, Slimane?”

“Io vorrei essere come Mary Poppins, per schioccare le dita e rendere la vita più bella. E tu, Val?”

“Io vorrei essere un vento leggero e invisibile. Un venticello estivo, per rinfrescare la gente quando fa troppo caldo.”

Quentin ci guarda, costernato.

“Pffff! Siete troppo fuori! Io voglio fare il pompiere.”

Pompiere. Lo trovo geniale.

“Per spegnere gli incendi che bruciano troppo nei nostri cuori ?”

“Bè, no, per spegnere gli incendi nelle case!”

Chiudendo il libro mi è sembrato di chiudere la porta il faccia a Slimane, ho inizialmente temuto di abbandonarlo a sé stesso, poi ho sorriso, con la sua maturità, con la sua intelligenza e con la sua capacità di rispondere alla vita, guardandola in faccia con curiosità e ribellione, se la saprà cavare anche senza di me. Questo è certo!

Buona lettura, Lisa.

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Sinossi:

La storia di Slimane, undici anni, vittima di un padre violento. Finito in un istituto per bambini in difficoltà, riuscirà grazie alla sua immaginazione e all’aiuto di tanti piccoli amici a fare la pace con i grandi. Poetico e commovente, sospeso tra lacrime e sorrisi, uno sguardo illuminante sulle contraddizioni degli adulti.

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