“Vincent, mio fratello”- di Elisabeth Van Gogh

 “Vincent, mio fratello” – di Elisabeth Van Gogh

Recensione di Lisa Molaro

Van Gogh

Elisabeth, con questo libro, ci apre le porte della famiglia Van Gogh.

Tra le mani ho un libricino piccolo, 90 pagine appena.

Davanti agli occhi ho un nome importante, anzi, importantissimo; un nome che appartiene ad un uomo che fa parte della storia dell’arte mondiale.

Possono bastare poche pagine per parlare di Vincent Van Gogh?

In coperta, uno dei suoi quadri: “Coppia nel parco” (Il giardino del poeta) 1888. Olio su tela, 73 ×92. Collezione privata.

Una bellissima copertina. Un quadro che non conoscevo.

Collezione privata. Elisabeth Van Gogh, facendomi entrare all’interno della sua famiglia, mi permette proprio di metter il naso all’interno di ricordi privati.

“Erano bambini di villaggio che giocavano nel giardino della fattoria. Le macchie di calendula, reseda e gerani rossi s’incendiavano ai raggi di sole del tramonto.”

“Alla fine, come un fiume supera tutti gli ostacoli scavando un letto nella sua corsa verso l’oceano, così il genio di Van Gogh sfociò nella pittura.

Mostrò alla famiglia di schizzi di minatori che aveva fatto nel Borinage.

Non erano molti – era stato preso da troppe incombenze – ma era un inizio, e quello che aveva disegnato era forte e vivo: un minatore davanti alla sua capanna, simile a quelle basse del Brabante, con i tetti di paglia vecchia, coperti di muschio e sempreverdi; un altro con la moglie smunta, braccia e gambe allungate dalla magrezza, raffiguranti mentre arrancavano lungo una strada nera di polvere, gli abiti lisi, i volti logori, curvi sotto il peso di un sacco di carbone.

Tutto era povero, freddo e sporco.”

Se penso alla famiglia Van Gogh, accanto all’artista associo subito il fratello,Theodorus van Gogh.

Theo, persona che per lui è stata fondamentale e spesso salvifica.

Il loro legame era fortissimo, tanto che alla morte improvvisa di Vincent, Theo scrisse alla madre:

…era veramente mio fratello…Non riesco a trovare conforto nelle parole per esprimere il mio dolore, che mi porterò dietro per tutta la vita

Vincent era il primo di sette fratelli, a lui succedettero Anna, Theo, Elizabeth, Wilhelmien e Cornelius, per ordine di nascita. Mentre però con Theo e Wilhelmien (di cui si ha anche il carteggio reso pubblico, se non sbaglio, dalla moglie di Theo) manteneva stretti contatti, con gli altri fratelli aveva perso il contatto crescendo.

Nella foto che allego, Vincent è il primo a sinistra, la sequenza delle foto segue la cronologia di nascita. Elisabeth è quindi la quarta da sinistra.

Famiglia Van Gogh

Immergermi nei ricordi di Elisabeth è stato come aprire un’ ipotetica finestra e affacciarmi su altri paesaggi. Sulle terre del Brabante, con i suoi ruscelli, le sue macchie di colori floreali tipo il rosso geraneo, sui campi da coltivare e su pietanze a base di patate già messe sul tavolo!

Le patate…

Nonostante Vincent rivendicasse la sua vena artistica, indipendente dai pittori che lo circondavano e dalle mode del momento, l’influenza di Millet si nota nel quadro “Mangiatori di patate”.

A differenza di Millet, però, lui non provò mai ad uniformarsi alla massa, pur di avere commissioni e clienti. Questo gli rese sicuramente la vita impossibile.

I mangiatori di patate

“I mangiatori di patate” – olio su tela, 1885.

“É più facile per me morire che vivere. Morire è difficile, ma vivere lo è ancora di più” Aveva detto Vincent al capezzale del padre.

Tristezza, declino, paura, impossibilità di gestire la vita.

Un nome: Vincent Van Gogh.

Un punto di vista, quello di Elisabeth, sua sorella.

Non solo buio.

Non solo un uomo che grida in preda al panico, da sopra un ponte.

Ho visto giocare allegri fanciulli, uno dei quali indossava una camicia azzurra che contrastava con i capelli rossicci.  Mentre cresceva  ho visto prima spuntare,  poi infoltirsi, la sua barba.

E quello sguardo, quello che fin da bimbo era “sguardo da vecchio”, quello che, con l’età, non ha mai preso vita.

Sguardo che non si è mai ringalluzzito, mai sprizzava pennellate di entusiasmo se non quando, quasi accecato dalla luce del sole, non governava i suoi pennelli!

Ho conosciuto Vincent sotto aspetti che mi erano nuovi: la sua collezione di insetti che lo teneva impegnato da fanciullo; il suo atelier dove aveva collocato il tronco di un vecchio albero abbattuto da una tempesta, lo aveva segato e infilato in una cassetta piena di terra e frai rami aveva posto i diversi nidi, abbandonati, che raccoglieva durante le sue passeggiate nei boschi.

Cuore nobile, il suo!

C’era il nido a forma di cono dello scricciolo, il nido muschioso del falco, quelli semplici del passero e del tordo e molti altri. L’unico che non aveva trovato, ma che aveva tanto desiderato, era il nido del Martin Pescatore, fatto di lische!

Vincent Van Gogh, un enorme cuore pulsante.

Ho sofferto e chinato la testa dinanzi ad un uomo che per la troppa onestà non sapeva tenersi stretto nessun lavoro, ma forse questo era il suo destino.

Una sorte avversa, un remare contro corrente, un voler stare in piedi vicino ai mulini a vento.

Un destino che, mentre lui iniziava a gettare la spugna, iniziava a regalargli qualche soddisfazione.

Una scherzo, una burla, un’ingiustizia.

Ma è la vita e la vita non è mai facile, specialmente per le persone che vivono di – e con –  emozione.

Il punto di vista con il quale Vincent ci è narrato non è uno qualunque: è quello, come si era già detto, della sorella Elisabeth.  Ciò rende il tutto ovviamente soggettivo: molte cose sono edulcorate o raccontate in maniera forse distorta. Penso infatti alla morte dell’artista, che dalle parole di Elisabeth sembra quasi avvenire per malattia fisica mentre in realtà il tragico evento è molto più fumoso e oscuro.

Irving Stone nel suo romanzo Lust for Live ne immaginò i momenti finali, mentre era intento a dipingere quella che lui considerava la sua ultima opera: “Campo di grano con volo di corvi”.

Campo di grano con volo di corvi

Lo immaginò scrivere un biglietto, impugnare una pistola e spararsi.

Un colpo di pistola, forse gli ipotetici corvi hanno iniziato a volare in cerchio.

Forse l’ombra che riflettevano sul campo di grano, reso dorato dai raggi di un sole al tramonto,era troppo grande.

Forse il sole ormai era già troppo lontano.

Forse l’ombra era al rovescio, era in cielo, su nuvole troppo pregne di oscurità.

Forse.

Di certo un punto finale che tale non è stato… non per l’umanità a seguire, almeno.

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