Educare alla morte i bambini

Educare alla morte i bambini

di Erika Zerbini

educare alla morte

I bambini si possono educare alla morte? E se si può, come si fa?

Di morte si preferisce non parlare.

La morte è fine, dolore, tristezza, assenza, vuoto incolmabile e perpetuo.

La morte è irreversibile, irrimediabile, perciò qual è lo scopo nel considerarla, se di fronte ad essa siamo impotenti?
Non è meglio impiegare il nostro tempo in cose più costruttive, più allegre, più soddisfacenti? Cose nelle quali il nostro apporto sia evidente e gratificante?

Quindi la morte resta in disparte, come fosse cosa che non ci riguarda. Un territorio buio, inesplorato.

Morte è una parola che evoca sfortuna, guai a pronunciarla!

Perfino quando di morte vera si tratta: infatti non si muore spesso (quasi mai), piuttosto si manca, si scompare, si spira, si trapassa, ci si perde, ci si estingue.

Tuttavia, tutte queste energie spese ad evitare la morte, ci allontanano davvero da essa? Cioè, meno ci pensiamo e meno ce ne occupiamo, più lei ci ignora?

Così, a naso, direi di no.

Piuttosto mi pare di rilevare che, più siamo impreparati ad essa e al suo significato, più risulta difficile confrontarsi con essa, quando giunge. E lei giunge, prima o poi.

Quando giunge, lo fa con tutta la sua imponenza, sconvolgendo il nostro quotidiano, scombinando i piani, allontanando da noi le persone che fanno la nostra esistenza.
Lei giunge anche più silenziosa, nelle domande che ci poniamo e nelle risposte che siamo talvolta chiamati a tentare di dare.

Per esempio, mi capita spesso di domandarmi cosa accadrebbe se io morissi.

Che ne sarebbe dei miei figli, come prenderebbero la mia assenza?

A questo punto, la risposta più comune sono certa che sarebbe:

Ma che vai a pensare! Sei giovane! Che pensi a queste cose???

Sì, beh, veramente ci penso…

Proprio l’altra sera ho ascoltato la notizia di un tir che ha investito un’auto al casello autostradale: tre bambini, padre e madre trascinati per metri. I genitori sono morti. Lei aveva quarant’anni,  proprio come me. Non si muore mica solo di vecchiaia!

E comunque quella risposta non placa l’incertezza della mia domanda: il problema non scompare semplicemente evitandolo.

Le ragioni per occuparsi della morte sono molte e su tanti livelli, ma anche solo per provare a placare il tormento di quella domanda, penso che valga la pena di pormi il problema.

Vorrei morire in pace, ecco! 😀

Senza il cruccio di lasciare solo una disperazione infinita e irreversibile, una tristezza incolmabile. Vorrei passare un altro messaggio…
Questa intenzionalità è già il tentativo di educare i miei figli anche alla morte.
Su come farlo ci sto lavorando 😉 anche se le basi sono certe.

La morte sulle prime porta tristezza, ma non lascia solo quella.

La morte sulle prime porta uno sconvolgimento, ma può trasformarsi in un prezioso cambiamento.

La morte sulle prime è il dolore dell’assenza, ma poi è in quell’assenza che ritroveremo chi abbiamo amato.

La morte fa male a chi resta, per chi va non si sa. Nessuno è mai tornato per raccontarci come sia e non è detto che sia perché non abbia potuto…
La morte fa male a chi resta, ma non rimane il dolore… piuttosto ci lascia la relazione ricca e straordinaria di cui abbiamo goduto, che possiamo tenere con noi come il tesoro preziosissimo del nostro essere umani.

La morte non è cattiva, la morte è umana.

Per educare alla morte occorre innanzitutto lasciare aperta la possibilità di parlarne.

Più la morte sarà familiare e meno paura farà inoltrarsi in essa.
Più io saprò condividere coi miei figli pensieri, anche leggeri, sulla morte e più loro potranno sentirmi vicina, quando saranno chiamati ad esplorare quel territorio senza di me.

Ho più paura di lasciare in loro un vuoto incolmabile, piuttosto che provare con loro ad affrontare la paura della morte.

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