“Il sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi

“Il sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi

a cura di Valentina Dragoni – Giulia La Face – Carolina Colombi

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Ritratto di Giacomo Leopardi
Fonte: Wikipedia

Eccoci giunte al terzo appuntamento con Giacomo Leopardi e la sua straordinaria opera.

Lo so, lo so, per molti è solo un vago ricordo delle superiori e per altri addirittura un incubo letterario ma, non importa quando, arriverà un giorno in cui Leopardi si ripresenterà nella vostra vita e allora vi si accenderà una lampadina in testa …

Il mio momento “Leopardi” è arrivato qualche anno fa quando, in un pomeriggio d’autunno, stavo osservando il mio paese: in un secondo ho realizzato che di fronte a me avevo una scena che sembrava tratta da qualcosa che avevo letto qualche anno prima

… ma certo,“Il sabato del villaggio”!

Sapete, io ho vissuto gran parte della mia vita in un borgo di 150 anime immerso tra le colline e leggere queste righe scritte da un giovane di quasi 200 anni fa mi intenerisce ogni volta perché le scene così delicatamente dipinte dalle parole di Giacomo Leopardi sembrano rendere scintillanti episodi e frammenti di vita che ho ammirato tante volte.

Il cortometraggio di un pomeriggio d’estate

Non me ne vogliate, ma è proprio questo il motivo per cui ho scelto proprio questa poesia tra le tante meravigliose scritte da Giacomo Leopardi; e non biasimatemi se in questa recensione non troverete analisi metriche e parafrasi, ma sensazioni e interpretazioni personali delle parole di questo grande poeta.
Ma, per dovere di correttezza, almeno qualche informazione “tecnica” ve la devo!
Questo canto, il XXV° della raccolta, fu scritto da Giacomo Leopardi nel 1829, tornato nella natìa Recanati dopo un periodo passato a Pisa.

La forma è quella della canzone libera che si dipana in quattro strofe dove Leopardi vi sviluppa profondamente una poesia più matura, forse più consapevole di sé .

Canzone libera per pensieri in libertà

Poco più che trentenne, Giacomo trova nei luoghi della sua infanzia un’ispirazione nuova e profonda per un componimento che unisce il tratto leggero e amorevole di chi ama e ricorda il proprio luogo natio e una riflessione matura sul tempo e la unicità della felicità.
Credo, ed è solo un mio personalissimo parere, che sia stato preso da una sorta di malinconia del ritorno a casa e attraverso questo sguardo ci restituisce il racconto per immagini di un pomeriggio estivo nel borgo di Recanati.
Ed è impossibile, per me, non figurarmi in mente le forme del mio piccolo paese: le stradine assolate della campagna, gli anziani seduti davanti le case, l’atmosfera laboriosa eppure tranquilla dei pomeriggi estivi…

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Non vi sembra di vederlo lì, Giacomo , affacciato ad una delle finestre di Palazzo Leopardi

per sbirciare il movimento che anima la piazza, il vociare dei bimbi che giocano e il rumore delle ruote dei carri sul selciato?

Come potrei non sentirlo vicino, dal momento che tante volte ho fatto la stessa cosa alla finestra di casa mia!
Sembrerà davvero fuori dal mondo, ma ci sono ancora nel nostro paese luoghi in cui è possibile vedere scene che lo stesso Leopardi avrebbe potuto descivere quasi 200 anni fa.
Come quella che ci presenta nel continuo della prima strofa dove, dopo averci ritratto la giovane che si prepara, piena di speranze, alla festa che verrà e al divertimento che già pregusta, dipinge la vecchierella che chiacchera con le sue compagne del tempo in cui anche lei attendeva con ansia la domenica per ballare e divertirsi coi suoi coetanei.

Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.

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Claude Monet “I papaveri”
Fonte: Wikipedia

Il mutare del giorno e l’avanzare dell’età

Già in queste prime righe però si legge un senso di impalpabile tristezza, che viene resa ancora più evidente dallo scorcio di paesaggio che anticipa la conclusione della prima strofa e del sabato:

Già tutta l’aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
Giù da’ colli e da’ tetti,
Al biancheggiar della recente luna.

Infatti, l’avvicinarsi della sera è colorito dalle ultime attività che ravvivano il borgo; è qui che Giacomo Leopardi introduce il contadino che torna fischiettando dai campi, già pregustando il riposo domenicale

Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.

E il falegname che cerca di affrettarsi nel finire il suo lavoro: le prime ore di buio si colorano del suono ritmato del martello e della sega e sembra davvero di sentirle in lontanza mentre si leggono queste brevi righe, così apparentemente semplici ma ricche di un affetto e di una precisione della memoria che rende facilissimo costruire nella propria mente la scena di questo piccolo cortometraggio.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l’altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Ma come nelle favole più belle, alla fine arriva il senso profondo di questa storia.

Giacomo Leopardi si rivolge a noi, introducendo piano piano, come le ombre che si allungano sul farsi della notte, la sua riflessione sul tempo che passa: il sabato nel villaggio è il giorno più bello perché è il tempo dell’aspettative, delle speranze e della gioia di qualcosa che si pregusta e e si attende con trepidazione.

Mentre la domenica è il giorno della verifica, della certezza che il tempo migliore è già passato e che si deve riprendere il proprio lavoro, il sabato ci illumina con le sue promesse di gioia:

Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Se però nella settimana basta aspettare altri sette giorni per un nuovo sabato, nella nostra vita abbiamo un solo momento paragonabile a questo giorno: è la gioventù, l’età delle speranze durante la quale ogni sogno è possibile, dove l’unica preoccupazione è quella di pensare a come sarà il futuro e a quali grandi avventure saremo destinati.

Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave

Aperta con il sole del pomeriggio estivo, “Il sabato del villaggio” si conclude con questa nota malinconica e pessimista; eppure, anche in questo tono dai tratti grigi, Giacomo Leopardi non si abbandona, e non ci fa cadere, nella disperazione totale.

Ognuno di noi ha un’età di gioia da vivere e ci fa un appello accorato affinché la godiamo appieno, approfittando di ogni istante di spensieratezza e gioia che la vita ci regala.

Il “garzoncello scherzoso” siamo noi e Giacomo ci parla come un amico con un po’ d’esperienza: adorniamoci di fiori, balliamo e godiamoci il riposo ora che viviamo l’età più bella.

E portiamo nel cuore, quando questo tempo sarà finito, il ricordo cristallino dell’assolato pomeriggio di un lontano sabato del villaggio.

Valentina Dragoni

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