“Urla del silenzio” di Roland Joffè

“Urla del silenzio” di Roland Joffè

Recensione film di Carolina Colombi

 

urla del silenzio

storia d’amicizia durante la guerra

 

 

Ispirato al best-seller di Sidney Schanberg, Urla del silenzio è un flim di Roland Joffé, al suo debutto in veste di regista.

Liberamente tratto da “La morte e la vita di di Dith Pran” di Schanberg, viene pubblicato nel 1980.

Sidney Schanberg, scrittore e giornalista statunitense, fu corrispondente del New York Times durante la guerra del Vietnam, e divenne grande amico di Tiziano Terzani, nel periodo in cui entrambi vissero in Indocina.

Nel libro, come nel film, si raccontano le vicende che sconvolsero la Cambogia degli anni ’70, a causa delle atrocità commesse dal dittatore Pol Pot.

Per l’alto contenuto di sequenze forti, il film lo si può ascrivere come appartenente al genere drammatico.

Uscito nelle sale cinematografiche nel 1984, la pellicola si pregia di attori quali Haing S. Ngor, John Malkovich, Sam Waterson, Julian Sands e Craig Nelson, oltre che dell’eccellente sceneggiatura di Bruce Robinson. Sceneggiatura che racconta la violenza senza indugiare eccessivamente su scene cruente.

Ambientato inizialmente nel 1973, vengono rievocati i giorni che videro protagonista la popolazione della Cambogia, sottoposta alla dittatura comunista dei khmer rossi, la quale affonda le sue radici nella Cina di Mao.

Sidney Schanberg (Sam Waterson) e Dith Pran (Haing S. Nogor), suo interprete, si recano in Cambogia per realizzare una cronaca sulla situazione politica e militare del paese.

Fra i due uomini si instaura un rapporto di amicizia e stima, più che di collaborazione professionale.

E nel 1975 assistono all’occupazione di Phnom Pehn, capitale cambogiana, sottoposta anche a bombardamenti americani, al fine di impedire al dittatore di andare in soccorso al Vietnam del Nord, in conflitto con gli USA.

Con quest’ultimo atto, dopo una serie di terribili conflitti interni, la guerra pare essere terminata. Ma così non sarà. Perché la popolazione dovrà subire ancora soprusi e brutalità di ogni sorta.

Anche i due saranno vittime della difficile situazione. Catturati dai khmer rossi, riusciranno con fatica a rifugiarsi nell’ambasciata francese, in attesa degli elicotteri americani pronti per l’evacuazione.

 

Purtroppo, il destino dell’interprete, privo del passaporto sequestrato dai soldati, non sarà identico a quello dell’americano.

Dopo varie peripezie, durante il quale Al Rockoff (John Malkovich), fotoreporter, cerca di procurare a Dith Pran un documento fittizio, l’interprete sarà costretto ad allontanarsi dall’ambasciata e a subire la brutalità delle bande di Pol Pot.

Internato in un campo di lavoro, il suo percorso sarà lungo e travagliato, doloroso fino allo sfinimento. Un’odissea senza fine.

Nel frattempo, rientrato a New York, Sidney Schanberg vince il Premio Pulitzer e lo dedica all’amico perduto.

Nonostante il suo successo professionale, comunque non si arrende a non conoscere la sorte del suo amico; e si informa, in tutti i modi possibili, per avere sue notizie.

Anche se poco o nulla gli è dato sapere a proposito di ciò che accade nella Cambogia del 1976.

Campi profughi, condizioni di vita al limite della sopravvivenza, fatiche inumane e massacranti.

Questo è ciò a cui la popolazione continua a essere sottoposta.

Urla del silenzio è pellicola dall’intensa carica emotiva, e quadro realistico del giornalismo d’assalto.

Storia vera, attraverso scene crude e dai risvolti forti Urla del silenzio mette in luce le atrocità a cui il genere umano può arrivare, senza ragione alcuna.

 

Se non quella della brama di potere e del desiderio di sopraffazione del forte sul debole.

Urla del silenzio è un film sì politico, oltre che di denuncia, ma non è raccontato da un particolare punto di vista, in quanto libero da alcun vincolo politico precostituito.

Drammatica e struggente, la pellicola non è però patetica; non sfiora infatti alcuna forma di pietismo fine a se stesso.

Oltre alle agghiaccianti vicende belliche di cui si racconta, dal film evince anche un aspetto emotivo che dà al film una connotazione sentimentale. Tale da attenuare, almeno in parte, la brutalità di cui molte scene sono permeate.

Si tratta dell’amicizia fra i due personaggi principali, la quale va oltre gli ostacoli che hanno separato le loro vite.

Senza dubbio, è un esempio di positività umana.

L’ottima regia assolve appieno il suo compito, ovvero quello di consegnare allo spettatore un’opera su cui riflettere, oltre che mezzo per attivare le coscienze.

Dunque, un film-verità dei fatti che raccontano una della pagine più buie e infime della Storia.

Racconto, che seppur doloroso, permette allo spettatore di soffermarsi sulla brutalità che gli uomini mettono in atto nei confronti dei loro simili.

Pellicola dai numerosi riconoscimenti, Urla del silenzio, il cui titolo originale è The Killing Fields, ovvero I campi di sterminio, è stato vincitore di tre premi Oscar.

Premi andati a Haing S. Ngor quale migliore attore non protagonista, alla fotografia e al montaggio. Ha ricevuto inoltre altre e importanti testimonianze di apprezzamento.

Quindi, Urla del silenzio è una pellicola da guardare e stimare in “religioso silenzio”.

Ed è con un breve e struggente dialogo che si conclude la visione del film.

“Mi perdoni?”

“Niente da perdonare Sidney, niente.”

Cultura al femminile

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