“La grazia del perdono”- di Gianella Girotto

“La grazia del perdono” – di Gianella Girotto.

Recensione di Lisa Molaro.Gianella Girotto

Basta uno sguardo, anche rapido, alla copertina del libro di Gianella Girotto, per capire che si tratta di un’esplosione… cosmica? Singola? Universale?

È l’individuo, un microcosmo perfetto?

Un cerchio singolo? Divisibile? Si può scindere in altri cerchi, a loro volta divisibili? C’è un fulcro? Qual è?

Al centro della copertina del libro, un simbolo bianco e nero: lo Yin (nero) e lo Yang (bianco). Un abbraccio di opposti complementari e imprescindibili per l’esistenza di ognuno di noi. Non buono o cattivo, semplicemente opposto e complementare. Un cerchio di luce al centro di una copertina luminosa.

La copertina vi crea confusione? Di certo non è rilassante, vero?

Non sono solita farlo ma stavolta credo importante referenziare l’autrice.

Gianella Girotto è una psicologa, con una formazione psicoterapica; psiconcologa, si è titolata con una monografia sugli “Archetipi femminili” presso la scuola di Biodanza. Ha una formazione analitica ma porta nel suo lavoro l’esperienza della sua vita e la visione che ha riguarda l’integrazione della persona con le varie parti di sé: ragione, emozione, istinto, corpo e anima. Ho ritenuto importante scriverlo non per compilare il C.V. dell’autrice ma perché “La grazia del perdono” è Gianella Girotto.

Un libro in cui analisi, psicologia, biodanza, misticità, spiritualità, dialogo, genitorialità e poesia si fondono in un unico cerchio imprescindibile.

Subito dopo un’interessante prefazione di Luciano Berton, l’autrice – dopo una premessa – inizia così:

“La fiducia ha in sé il seme del tradimento e il tradimento ha in sé il seme del perdono” Hillman
La parola “perdono” deriva dal verbo perdonare che ha origine da condonare con cambio di prefisso e come forma rafforzativa (dal latino medievale, documentato nel secolo X.)

Così invece termina:

“Siamo scintille divine in attesa di brillare e mi inchino di fronte alla nostra sacralità. Namasté.”

namasté

Leggere questo libro è stato come scartare un pacco.

Come dice un proverbio haussa “Quando mangi un dolce rotondo, cominci dal centro?” ho iniziato a mangiare il frutto, sbucciandolo, toccandone la buccia mentre accarezzavo la parola “perdono” leggendone la storia.

Sono andata indietro nel tempo, a quando sul Golgota Gesù ha detto: “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno” (Luca 23,33-44).

Ho guardato gli occhi chiari di Madre Teresa di Calcutta, le ho sfiorato la pelle coriacea. Ho sentito le corde di Martin Luther King vibrare.

Sono entrata, a capo chino e piedi scalzi, in una chiesa senza muri; dentro un luogo in cui le persone di tutte le fedi si riuniscono per amarsi, sostenersi e onorarsi l’un l’altro.

Un luogo utopico.

Sono stata avviluppata da un’energia data dallo scambio interpersonale. Monadi. Monadi calamitate da una potente energia che lega, slega e lega ancora, incessantemente, senza sosta, senza battuta finale.

Perché la parola “fine” forse non esiste, forse.

Mentre leggevo i caratteri delle parole scorrevano, metaforicamente, con dell’acqua battesimale. Acqua che purifica lavando via le scorie capaci di intossicare il nocciolo del frutto. Fulcro di ognuno di noi.

Una fiammella divina si muove dentro, impermeabile, resistente, pura.

Si può perdonare gli altri se non si è in grado di perdonare se stessi?

Gianella Girotto offre al lettore incessanti spunti di riflessione, inanellando citazioni altrui, poesie proprie (meravigliose!) e spaccati di vita da lei vissuti… o forse sarebbe meglio scrivere: non vissuti.

Partendo dalla buccia, attraversando la polpa, denudando il nocciolo.

Questo fa, in modo impattante, l’autrice dalla metà del libro in poi: si lacera la carne del petto e mette a vivo il cuore! Non esagero. Ho trovato davvero disarmante la trasparenza con cui ha parlato di sé.

Non è sempre facile il perdono. I buoni propositi non sempre sono sufficienti.

Perdonare non significa concedere ad altri il diritto di lederci.

Per donare bisogna essere in grado di avere.

Divenire consapevoli del proprio fuggire. Imparare a stare. Concedersi il restare.

Imparare a stare con se stessi.

Il rancore.

Il rancore è un sentimento che è covato, mantenuto caldo, protetto. Non permette lo scorrere della linfa, non consente all’alito divino di tenere viva la fiammella.

Il rancore verso altri, o verso se stessi, è acqua che si fa stagnante, statica, capace di trasformarsi in melma scura e non è facile metterci le mani o aprire una porta per farla scorrere fuori.

“Coloro che non riescono ad amare se stessi sono come neonati sviluppati che vagano con il loro cordone ombelicale in mano alla ricerca di qualcuno a cui riattaccarlo, a cui dare la responsabilità della propria felicità. Vivono in un costante stato d’insoddisfazione di bisogno di conferme.

Coloro che amano se stessi hanno saputo attaccare il loro cordone al proprio cuore. La loro felicità dipende primariamente da loro stessi.

Vivono costantemente nell’amore e scelgono di condividere la propria gioia per ambire l’assoluto” Marchesi.

Come dicevo prima, dalla metà circa del libro la Dottoressa Girotto si è assentata un attimo.

Resta seduta, al mio fianco, Gianella.

Mi accorgo solo allora, che tiene in mano un sacco nero. Le chiedo cosa sia e mi risponde:

“L’amore è un sacco nero in cui ci va dentro di tutto… sto leggendo dell’amore vero che è amore incondizionato cioè senza condizione… come si fa se ogni respiro prevede una condizione, se il nostro agire è costantemente mosso da condizioni? Mia madre” mi dice abbassando lo sguardo “aveva lo sguardo buio, una pozza di fango impenetrabile, un muro di giudizio, un deserto che nascondeva oasi di dolore”.

Lei parla e io resto in silenzio, la ascolto.

Prosegue:

“quando mi guardavi da bambina lo facevi per rimproverarmi, per giudicarmi ed io mi sentivo sbagliata. Quanto ho anelato uno sguardo di attenzione, di riconoscimento… quanta fatica faccio a riconoscermi se non attraverso un ruolo che mi sono costruita.”

 

Mi accorgo che non sta più raccontando a me del suo vissuto, non mi sta più portando esempi di altri, non mi sta più parlando della sua famiglia. Non mi sta. Sta.

Di fronte a lei non ci sono più io, ma sua madre.

Le domande che le pone sono forti, intense, determinate.

La sua voce è in realtà inchiostro che grida sotto i miei occhi spalancati.

“Cosa ti piaceva mamma? (…)”

“Cosa sentivi dentro? Ti ho vista piangere (…)”

Uno strappo, subito dopo la nascita.

Una divisione. Una mancanza. Bocche spalancate, affamate, in cerca di una goccia di latte amorevole. Solitudine. Rancore che si avviluppa prima ancora di imparare a parlare.

Famiglia, marito, parenti, amiche, madre, padre… ancora madre… vita.

Radici.

La dea Clementia stringe la mano di Cesare.

Giunta quasi alla fine del libro, alzo lo sguardo e mi accorgo che Gianella mi sta indicando, con la mano libera, lo specchio che tiene nell’altra. Mi avvicino a lei e anziché il suo volto scorgo quello della Dea Atena, nata dalla testa del padre, Zeus; partorita dalla ferita che lui aveva in testa.

Atena

Atena, dea della razionalità, tra le altre cose era brava nell’arte della tessitura.

Gianella è stata bravissima nel tessere un libro attorno alla parola “perdono”.

Gianella Girotto – nella sua interezza – si alza in piedi e mi permette di guardare la finestra che ha vicino al cuore. Mi ci accosto e vedo che il Diluvio è finito, una colomba sta portando a Noè un rametto di olivo.

Sorride, mi dice “Namastè” e se ne va.

Mi auguro di aver visto bene… è così bello provar letizia per altri!

Namastè, dunque!

“Il carattere della tua mente sarà conforme ai tuoi pensieri abituali; perché l’anima prende il colore dei pensieri.” Marc’Aurelio.

Lisa.

Sinossi:

La gioia del perdono è una forma di grazia ricevuta. L’atto del perdono in sé rende felice la persona che lo attua e la persona che lo riceve, anche se questa non è consapevole, in quanto avviene uno scambio di energia pura. Perdonare spesso riguarda l’atto del perdonarsi. Molto frequentemente le persone sono arrabbiate e rancorose, giudicanti soprattutto verso se stesse; arrivare a perdonarsi è equivalente a un bagno purificatore che può portare anche alla guarigione di malattie fisiche. Perdonare equivale a fare pulizia di scorie che vi portate appresso da molto tempo, a volte anche dalla nascita o da incarnazioni precedenti. Il primo atto necessario per arrivare al perdono è la consapevolezza. Molto spesso infatti le persone non sanno di provare un odio profondo verso se stesse e un mezzo per diventare consapevoli è osservare la collera, il giudizio o la non accettazione che proviamo verso gli altri.

Titolo: La grazia del perdono. Un percorso di guarigione
Autore: Gianella Girotto
Editore: Dissensi Edizioni (4 maggio 2015)

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