“La visita” di Mery Carol

“La visita” di Mery Carol

Contest amarcord

L’auto s’inerpica per il viale in salita con un assordante fragore del motore Fiat che, me ne convinco sempre più, andrebbe sostituito. Oltrepassato il grande cancello, cerco di accostare al muro di cinta, ma parcheggiare è un’impresa oltremodo complicata per l’assalto dei questuanti.
Una ventina di figure sgraziate e inquiete circondano la macchina, tentano ti aprire le portiere e con le braccia e le mani tese chiedono a gran voce sigarette e soldi.
Scesa dall’auto, do qualche euro ai più vicini, ma altri mi strattonano. Qualcuno tenta di strapparmi la borsetta, qualcuno vuole baciarmi.

Superato, con strenua fatica, il comitato di accoglienza, varco l’ingresso, stranamente, aperto. Di fronte c’è la guardiola in alluminio anodizzato e vetro infrangibile presenziata da una suora grigia, senza età che lavora all’uncinetto.
Risponde appena al mio saluto e, dall’alto dei suoi occhiali da miope, mi osserva dalla testa ai piedi. Senza profferire parola mi indica la porta dell’atrio alla sua sinistra che dà in una specie di labirinto privo di cartelli e frecce direzionali.
Mi inoltro nel primo corridoio a destra alla ricerca di un ascensore. Regna un silenzio surreale, inquietante per me che avrei bisogno di qualcuno che mi dia delle informazioni.

Vado avanti del tutto incerta su dove mi porteranno i miei passi. Noto che le pareti e le porte sono tinteggiate di fresco e il pavimento è pulito. Finisco in un disimpegno con quattro porte chiuse a chiave e torno sui miei passi. Imbocco il secondo corridoio. Una carta di caramella e una cicca di sigaretta in un angolo a terra, paradossalmente, mi fanno pensare d’aver imboccato il corridoio giusto.
Le pareti sono scrostate e qua e là portano tracce di pennarelli rossi e neri , alcuni W…W…W, alcuni cuori trafitti, alcuni organi sessuali stilizzati e in parte cancellati. Non vi sono porte; vado avanti e dopo una curva a U arrivo a una scalinata che porta al piano superiore. Arrivata al piano davanti a una porta di sicurezza, devo suonare un campanello. Pigio il pulsante numerose volte; insisto e finalmente sento che dall’interno qualcuno apre. Spingo un battente che struscia sul pavimento e stride alla mia spinta. Mi ritrovo in una sorta di sala d’attesa. Tutt’intorno ci sono delle panche di legno di un malinconico bianco sporco fissate al pavimento di linoleum verdastro. Due grandi finestre con le grate di ferro illuminano l’ambiente. Alle pareti sono affrescate delle madonne rudimentali senza alcuna pretesa artistica. Dalla porta in fondo fa capolino la testa scapigliata di una donna che mi osserva e si ritrae. Io procedo ma la porta mi si chiude davanti.

Busso. Busso ancora. Una voce domanda: «Chi è?», ma non aprono.
Sento il rumore dell’ascensore e una porta si apre all’altro capo della sala.
Entra una donna in camice verde, capelli legati a coda di cavallo, jeans scoloriti e scarpe da ginnastica ai piedi; spinge un carrello carico di pietanze confezionate in contenitori di plastica trasparente. Le ruote del carrello cigolano fastidiosamente.

Io saluto. La donna non risponde al saluto ma vuole sapere che cosa faccio lì.
«Devo far visita alla signora Odette Bianchi».
«Non so chi sia. Io sono la cuoca. Lei deve chiedere in segreteria, ma oggi è festa e non c’è nessuno. Le conviene telefonare per un appuntamento».
La donna spinge il carrello oltre la porta ed io m’infilo dietro di lei.
Siamo in un grande locale che si direbbe una sala da pranzo a giudicare dai quattro massicci tavoli di legno accostati l’uno all’altro; non vi sono sedie e i tavoli non sono apparecchiati. Al centro della parete più lunga, ancorato al muro, ben al di sopra dell’altezza d’uomo, c’è un televisore acceso con lo schermo fisso sulle notizie del televideo.

Alcune pazienti discinte, in camicia da notte, sono accovacciate sul pavimento con la testa sulle ginocchia ; due anziane signore, un po’ meglio vestite ma scapigliate, siedono, braccia conserte, su una panca di plastica scura con lo sguardo fisso al televisore. Su un’altra panca due giovani donne visibilmente agitate discutono. L’una scaccia l’altra a gomitate, pretendendo il posto a sedere tutto per sé. Una donna macilenta, calva e seminuda sembra dormire sdraiata a terra su un fianco.
Una giovanissima donna paraplegica dai vivaci occhi enormi, ancorata su una sedia a rotelle, si sposta lentamente agendo sulle ruote con le mani dalle dita contorte.
Lei è l’unica che si accorge della nostra presenza.

La cuoca mi dice che non posso stare lì e mi indica il pulsante dell’uscita.
Appoggia su uno dei tavoli un sacchetto di plastica con delle posate usa e getta e le confezioni delle cibarie, poi, con tono imperioso:
«Donne, si mangia!»
E ancora: «Donne, si mangia…si mangia. Alzate le chiappe».
Si accostano al tavolo solo le due giovani litigiose continuando a spingersi l’una con l’altra. Prendono le loro confezioni di cibo senza le posate e ritornano a contendersi la panca.
«Si mangia, donne!» ripete la cuoca.
Un’occhiataccia in tralice mi comunica che la mia presenza non è gradita. Io la ignoro, anzi azzardo una domanda:
«Ma non c’è nessuno che assista le pazienti durante il pranzo?»
La donna si spazientisce e mi ordina di uscire.
Io insisto:
«Devo vedere la signora Odette Bianchi».
«Non so chi sia. Non so niente io; io sono la cuoca. Lei non può stare qui, se ne deve andare».
Così dicendo mi stringe un braccio e mi sospinge verso la porta.
Io protesto e ripeto che ho bisogno di parlare con qualcuno che sappia indirizzarmi al reparto della signora Odette.
«Oggi è il giorno dell’Immacolata e domani è domenica. La segreteria è chiusa. Qui ci sono solo io e lei non deve farmi perdere tempo; devo lavorare io!»
Riesce a mettermi fuori.

Con ostinazione suono il campanello; naturalmente, nessuno apre.
Mi dirigo verso l’ascensore e devo constatare che non parte né in salita né in discesa.
Esco dalla porta che dà sulle scale e ritorno sui miei passi.
Bado bene a non sbagliare corridoio e mi dirigo all’uscita.
L’ambiente è tristemente silenzioso. La suora non è più nella guardiola.
Mi accosto alla porta sulla destra, giro la maniglia: è chiusa a chiave. Busso ripetutamente.
Niente! Chiamo ad alta voce:
« Suora! Suora! Risponda qualcuno!»
Nessuno!

La porta d’ingresso è chiusa; devo pigiare più di un pulsante prima che si riapra.
Guadagno l’uscita e mi ritrovo sul piazzale deserto. Non vi sono più gli uomini che mi avevano accolta al mio arrivo.
Sparsi a terra fogli logori di un famoso settimanale, carte di merendine, cicche di sigarette e i resti cartacei della scatola di cioccolatini destinati alla signora Odette, che, nel trambusto, avevo lasciato sul sedile posteriore dell’auto.
Sono costernata, stanca e sudata nonostante il tempo sia freddo e cominci a nevicare.
Provo più volte a riaccendere il motore e finalmente mi avvio lungo il viale in discesa che mi porterà lontana da questa specie di prigione che è pubblicizzata come amena e ridente dimora residenziale per anziani e persone in difficoltà.

Aziono i tergicristalli. Non vedo bene la strada dinanzi a me a causa del nevischio.
Accosto a una piazzola sperando che il motore non si spenga.
Ho gli occhi gonfi di lacrime e le lascio sgorgare copiosamente.

La signora Odette Bianchi è mia madre, affetta da Alzheimer: non è ricoverata in questa sedicente clinica dei miracoli e non ci sarà mai. Sono andata all’improvviso e fuori appuntamento per rendermi conto di persona dello stato delle cose.
Ho visto con i miei occhi quanto basta.
Mia madre resterà a casa con me fino al suo ultimo respiro.

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