“Gita al faro” di Virginia Woolf

“Gita al faro” di Virginia Woolf

a cura di Carolina Colombi

Gita al faro

Gita al faro è capolavoro di Virginia Woolf

 

“Girandosi, guardò la baia, e laggiù, certo, scivolando a intervalli regolari sulle onde, prima due lampi veloci, poi uno lungo e durevole, c’era la luce del Faro. L’avevano acceso.”

 

Virginia Woolf e il suo tempo

Non si possono commentare e interpretare le opere di Virginia Woolf, senza collocarle nel contesto temporale e sociale in cui si sono sviluppate.

La cultura occidentale tra la fine dell’800 e l’inizio 900 riceve una scossa dirompente.

Superato il Positivismo, si ha una grave crisi che investe la società dell’epoca.

Crisi, il cui primo ed evidente sintomo si manifesta con una diffusa angoscia esistenziale.

Angoscia  spesso filtrata da un nuovo pensiero critico.

La sensazione dominante di questo periodo è di assistere al tramonto di una civiltà, al suo disfacimento, alla sua “decadenza”.

Dalle ceneri della decadenza però, si innalzano nuovi orientamenti culturali.

Con le sue scoperte scientifiche Einstein offre un contributo fondamentale alla scienza.

Attraverso la Psicanalisi, Freud dà un apporto notevole, il quale influenza le emergenti correnti letterarie.

Anche Nietzsche, con il suo Superomismo, ricopre un ruolo importante il quale suggestiona il nuovo corso.

In letteratura, così come in altre discipline, viene abbandonato il punto di vista oggettivo, peculiare di positivisti e veristi.

E ciò per abbracciare una visione soggettiva e spirituale, tipica del nascente pensiero.

L’epocale cambiamento si avverte nei poeti, in primis, e poi in scrittori quali Joyce e Proust.

Ma è principalmente Virginia Woolf ad accogliere il fermento culturale, mettendo da parte la maniera realista dei suoi primi scritti.

Tuttavia, la Woolf si distingue dai suoi contemporanei.

La sua scrittura si traduce in immagini dense di significato, che da prosa hanno il dono di trasformarsi in poesia.

La formazione intellettuale di Virginia Woolf risente notevolmente dell’influsso del Bloomsbury Group.

Ella ne è infatti  un’esponente di spicco.

Gruppo di persone animate da ideali anti-monarchici e da grande libertà espressiva.

Il tutto compenetrato da un’assoluta onestà intellettuale.

Nella Woolf, tali ideali si sostituiscono ai vecchi valori morali e sociali dell’epoca vittoriana.

Che  spingono la scrittrice ad abbracciare idee progressiste, sia in campo letterario sia in quello sociale.

Con la sua scrittura si apre a sperimentazioni stilistiche del tutto nuove rispetto al passato.

Ed è grazie alla sua rara attitudine letteraria che viene considerata la più alta esponente del Modernismo.

In virtù della sua profonda sensibilità si avvicina al Movimento delle suffragette, facendosi interprete della condizione della donna nella società a lei contemporanea.

Autrice di opere importanti, supportate da un’attenta analisi psicologica, anticipa il movimento femminista vero e proprio; impegnandosi per sollecitare il risveglio delle coscienze femminili.

Inoltre, affronta tematiche delicate quali la costruzione dell’identità sessuale e le sue conseguenze, in termini di potere e libertà.

Prese di posizione nette le sue, le quali denotano un grande coraggio, considerando che in quei giorni, le donne erano considerate un’appendice del marito.

I titoli delle tre parti che compongono Gita al faro sono: la finestra, il tempo e il faro.

Strettamente organiche fra loro, a unirle è il filo, simbolico, rappresentato dalla gita.

Pubblicato per la prima volta nel 1927 è ritratto dell’aristocrazia intellettuale inglese di fine ‘800 ed è romanzo che si dilata nel tempo.

Testo dalla prosa non propriamente facile, Gita al faro segue la tradizione del romanzo modernista, dove la trama è meno importante rispetto all’introspezione psicologica dei personaggi.

Posto di fronte alla casa della famiglia Ramsay, in vacanza alle Ebridi, si trova un faro, il quale dà lo spunto alla narrazione.

La scelta di Skye, la maggiore isola delle Ebridi, quale ambientazione del racconto, probabilmente non è stata dettata dal caso.

Ma è stata un’opzione scenografica voluta, una scelta idilliaca al fine di descrivere un luogo dove dare pace alla mente.

Un posto capace di ispirare diversi stati d’animo e dove condurre un’esistenza tranquilla, lontano dal grido della metropoli, quale Londra era già allora.

Ambientazione questa, in cui è possibile rintracciare anche aspetti autobiografici.

Perché trasposta nelle Ebridi, collocazione alquanto suggestiva, si può rinvenire il paesaggio della Cornovaglia, meta delle vacanze giovanili della Woolf e della propria famiglia d’origine.

La prima parte si estende per oltre metà del libro e gli eventi narrati sono limitati.

Viene presentata la famiglia Ramsay durante la sua vacanza al mare, in attesa di compiere una gita, che però viene rimandata a causa del maltempo.

Con grande dispiacere di James, il figlio minore della coppia, per cui il faro rappresenta un posto a lungo sognato, una meta magica e idealizzata.

Mrs Ramsay, probabile rievocazione della madre dell’autrice, o forse proprio alter ego, appare serena e materna, circondata dai suoi otto figli.

Accanto alla finestra, sferruzzando, scruta le condizioni del tempo con la voglia di esaudire il desiderio del piccolo James, ovvero di raggiungere il faro.

Da un punto di vista metaforico, la finestra da cui Mrs Ramsay osserva il cielo, rappresenta una finestra spalancata sulla sua anima.

Perciò mezzo che si apre alla conoscenza del proprio sé.

Portando Mrs Ramsay a concluderne, infine, di essere una persona razionale e di gran lunga migliore del marito.

Considerazione questa che dimostra la poca stima che ha dell’uomo, anche se vorrebbe stabilire con lui un rapporto più autentico e intimo.

Mrs Ramsay rappresenta un esempio di persona in conflitto.

Conflitto fra il modello di donna tradizionale, relegata al ruolo di moglie e madre, come l’epoca vittoriana esige, e il bisogno di affermare una propria legittima indipendenza.

A differenza della moglie, Mr Ramsay viene presentato come un uomo aspro e severo.

Personaggio importante del racconto è Lily Briscoe: pittrice aggregata al folto numero di persone  che affollano la scena letteraria.

Lily ha molti dubbi sulla vita e sulla sua arte, e a proposito del proprio talento, non è per nulla confortata dagli altri ospiti.

Riceve infatti anche parole offensive da parte di uno dei presenti, tale Tansley.

Tansley non esita a insultare lei e tutto il genere femminile, definendo le donne incapaci sia di dipingere sia di scrivere.

L’ammirazione di Tansley, va invece a Mr. Ramsay, da lui apprezzato per i suoi trattati filosofici.

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In Gita al faro predominante è il flusso di coscienza.

E lo si apprende attraverso le riflessioni di Mrs Ramsay, in cui l’autrice non descrive un tipo di moglie stereotipata.

Una donna subordinata all’uomo, ma una persona che scruta nella propria profondità.

Mrs Ramsay, inoltre, è raccontata dai diversi punti di vista dei personaggi presenti sulla scena.

Punti di vista filtrati dalle loro coscienze, e raccolti dalla Woolf in flussi di parole, immagini, esclamazioni estemporanee.

Il tutto al fine di registrare le evoluzioni emotive degli interpreti che animano la narrazione.

Esegue perciò un’operazione interiore, resa possibile solo registrando le coscienze dei personaggi dall’interno.

Tanto da coglierne in completezza le diverse sfaccettature e le singolari oscillazioni emozionali.

Costruendo quasi un gioco di metafore, di analogie, realizzato con un simbolismo sottile e raffinato, e mai tedioso.

Senza dubbio, Gita al faro lo si può definire come un groviglio di emozioni dei vari personaggi, i cui flussi delle coscienze, perse nel labirinto delle loro esistenze, si intrecciano formando un unicum.

Nel flusso di coscienza, tecnica narrativa estremamente moderna, si rifugge dal dialogo tradizionale.

In quanto le riflessioni, le quali si affacciano alla mente dei personaggi in maniera spontanea, secondo libere associazioni di pensiero, sono presentate in modo da formare un insieme di idee.

Idee, ricordi, immagini, relazioni i quali non seguono un discorso sintattico già conosciuto, ma una sintassi spesso priva di punteggiatura.

Il flusso di coscienza, conosciuto nelle opere della Woolf, durante il quale l’attenzione è rivolta al modo in cui gli eventi si svolgono nelle coscienze individuali, molto si avvicina al monologo interiore.

Esaltando la dimensione dell’inconscio soggettivo, il procedimento narrativo del flusso di coscienza risente senza dubbio della psicanalisi freudiana.

Si combina quindi nella Woolf in un processo borderline, dove s’intrecciano il tentativo di riprodurre un meccanismo psicologico della mente e il monologo interiore.

Ma non solo flusso di coscienza nelle opere di Virginia Woolf.

Anche flusso temporale, inteso come un’oscillazione permanente che incombe minacciosa sulla realtà.

Ed è nel capitolo che segue la prima parte, il quale ha la funzione di unire le parti principali dell’opera, che il lettore ha la percezione del tempo che passa.

Perché protagonista della seconda parte del libro è il tempo.

Collocata anni dopo, nella seconda parte, il tempo viene presentato come un susseguirsi di eventi negativi.

Eventi che contemplano la morte di Mrs. Ramsay e di alcuni dei suoi figli.

Fra questi c’è Andrew, il figlio maggiore della coppia che perde la vita in guerra.

Aspetto questo in cui si può rintracciare un altro chiaro segno autobiografico.

La scrittrice infatti, perse un nipote ucciso sul campo di battaglia.

Il concetto di morte, inoltre, è evidenziato dall’autrice, in riferimento all’abbandono e al degrado in cui è scivolata la casa delle vacanze.

La terza e ultima parte vede il ritorno, presso Skye, di ciò che è rimasto della famiglia Ramsay e dei suoi   ospiti.

Ritorno che pare un tentativo di dare un antico ordine alle cose, di riportarle indietro nel tempo.

Nonostante siano trascorsi dieci anni dalla sua progettazione, la tanto agognata gita si fa.

Accompagnato da Camilla e James, il figlio minore diventato nel frattempo adulto, Mr. Ramsay, ridotto ormai a un residuo di umanità, raggiunge il faro.

In questa porzione di romanzo la protagonista è nuovamente Mrs Ramsay, presente, in senso simbolico, con la sua assenza, in quanto ancora riferimento per i propri figli.

James è deluso e amareggiato per la non presenza della madre che, in vita, non ha visto realizzarsi il proprio sogno di vedere il faro.

Comunque, fra James e suo padre si stabilisce un momento di insolita e singolare empatia, che permette loro di stabilire i giusti ruoli familiari.

Ruoli, in precedenza mai del tutto rispettati.

                              “Una torre nuda sopra una squallida roccia.”

È questa l’amara considerazione di James alla vista del faro.

Perché, come spesso accade, la realtà è deludente rispetto a ciò che si è coltivato nella propria immaginazione.

Infine, trascorsi dieci lunghi anni dal suo inizio, Lily termina il suo quadro, concludendo così in maniera benevola il romanzo.

Considerata da alcuni critici come debole, la struttura di Gita al faro, include in sé molti significati.

È libro sull’amore coniugale, ma allo stesso tempo sul desiderio di prevaricazione dell’uomo sulla donna.

Oltre che sull’amore materno e sulla vita che continua. Malgrado tutto.

Altri sono poi gli aspetti da rintracciare nella lettura del capolavoro di Virginia Woolf.

Le dinamiche familiari, principalmente, le quali guidano i sentimenti che legano i membri l’un l’altro.

Sentimenti però oscurati dalle incomprensioni. In alcuni casi, anche futili.

E poi la nostalgia per le persone scomparse, trascinate via dal tempo che tutto cancella, e rievocate nel ricordo di coloro che rimangono.

In quanto il tempo, che scorre al di fuori delle coscienze, anche se regolarmente scandito, non è importante.

Lo diventa invece, nella misura in cui la mente viene influenzata da esso.

Perché il tempo della mente segue una sua struttura individuale e non misurabile, dando l’impressione che un istante della vita duri un’eternità.

Il punto di vista narrativo in Gita al faro è innovativo.

E nasce, da parte della scrittrice, dall’esigenza narrativa di indagare l’interiorità dei personaggi al fine di presentarli in tutta la loro interezza.

Solo così si può rendere vivido il flusso dei loro pensieri.

Prospettiva innovativa questa, che ha portato all’abbandono della voce del narratore onnisciente.

Oltre che al rifiuto di raccontare gli eventi secondo un ordine logico e sequenziale, fino allo scioglimento finale.

Ed è in virtù anche di tale aspetto, che la Woolf si colloca all’opposto di Dickens, con il suo tipico romanzo vittoriano composto da trame intrigate.

La mancata figura tradizionale del narratore onnisciente è giustificata, secondo la Woolf, che la rappresentazione artistica non sia data dall’oggettività degli eventi che si sviluppano al di fuori dalle coscienze individuali.

Ma a essere rappresentato è l’aspetto soggettivo dell’esperienza, seppur influenzata dagli eventi esterni.

Ed è proprio grazie all’adozione di un punto di vista interno ai personaggi, che vengono svelati i loro pensieri più intimi, le loro inconfessabili emozioni.

Male di vivere in Virginia Woolf

Se c’è una scrittrice che è stata completamente vittima del cosiddetto “male di vivere” è la Woolf.

Affetta probabilmente da bipolarismo, aggravato negli ultimi tempi da una forma psicotica.

Le cause di tale condizione mentale sono da cercare nelle molestie sessuali subite, da parte di un fratellastro, in età giovanile.

Esperienza traumatica che genera segni permanenti nella fragile psiche della Woolf.

Anche se, con coraggio, cerca di superare con la scrittura il suo malessere esistenziale.

Per la Woolf, la letteratura, oltre che mezzo per esprimere se stessa e dare voce alla propria abilità narrativa è via di fuga.

Via di fuga dal continuo stato di smarrimento e dalle manifestazioni di squilibrio mentale in cui viene a trovarsi.

Alla crescente depressione e perdita di controllo delle proprie facoltà razionali, la scrittrice risponde concentrandosi fino all’annullamento nel processo di scrittura.

Il risultato di tale impegno è di nove romanzi, numerosi racconti e saggi.

Ma ciò che aspira trovare nel suo mondo letterario, non le offre comunque le certezze di cui ha necessità.

Perché i momenti in cui dà pace alla sua mente, fluiscono, scanditi dall’inesorabile scorrere del tempo che tutto inghiotte.

Neppure la letteratura, quindi, a cui dedica gran parte della sua vita, le è di sollievo per alleviare il male che cova nella sua anima.

Anzi, i suoi “momenti d’essere”, come lei definisce i momenti di proficuo e intenso lavoro, aggravano la sua confusione.

“Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi, faccio quello che mi sembra la cosa migliore da fare.”

Ed è nel 1941 che, quasi con noncuranza, dà quiete al mormorio delle parole che aleggiano nella sua mente frastornata.

Turbata per il timore di un’invasione nazista, sotto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale si lascia andare nel fiume Ouse.

Dopo aver riempito le sue tasche di pietre.

Fiume che si trova in prossimità di un villaggio del Sussex.

Chiude così la sua parabola con la letteratura e con la vita.

Poco prima del suo terribile gesto, lascia un biglietto destinato al marito, le cui cure affettuose non sono state sufficienti a strapparla dalla sua terribile malattia.

“Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti…”

Infine, alcune inevitabili domande sul personaggio di Virginia Woolf.

Trascorso un così lungo periodo dalla sua scomparsa è inevitabile chiedersi: cosa resta oggi del pensiero critico di Virginia Woolf?

“Tu mi hai dato la maggior felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere.”

E della sua battaglia contro la società di cui è stata protagonista e interprete?

La risposta è alquanto elementare.

Virginia Woolf ha lasciato una grossa eredità alla letteratura.

È stata inoltre un personaggio che non si è fatto suggestionare dalle convenzioni sociali del tempo in cui è vissuta.

Perfino il suo ultimo e tragico atto lo si può comprendere con il suo modo di affrontare la realtà.

Quello di una donna tormentata e in cerca di risposte che la vita non le ha dato.

Se fosse stata diversa, il mondo letterario non avrebbe avuto da lei il prezioso bagaglio del suo innovativo pensiero.

E neppure sarebbe conosciuta e apprezzata per ciò che è stata.

Gita al faro

Il faro, meta a lungo agognata

Cultura al femminile

 

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