“Sguardi altrove” di Anna Fresu

“Sguardi altrove” di Anna Fresu

Recensione di Mirella Morelli

Anna Fresu

I racconti di Anna Fresu sono emozioni che passano da una cellula all’altra del corpo e che pervadono, restando lì. Senza che sia possibile trovar le parole.

Racconti intensi.

Brevi, talvolta brevissimi.

 

E così, mentre leggevo, le mie emozioni pensavano.

O sarebbe meglio dire: ricordavano.

Ho ricordato  Le Terre del Sacramento e i deboli di Francesco Jovine.
Ho pensato alla povertà nelle Novelle di Pirandello e in particolare all’innocenza e allo stupore di Ciaula scopre la luna.

Ho ricordato gli umili e i vinti di Giovanni Verga.

Per tutto il tempo ho pensato a Elio Vittorini e al suo Conversazione in Sicilia, alla scena sul traghetto in cui un marito disperato offre silenziosamente l’unica cosa che ha – arance – alla moglie.

Ho ricordato i contadini della Fontamara di Ignazio Silone e quelli di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi.

Ho pensato alle sofferenze di umili poveri deboli sopraffatti vinti che percorre la nostra letteratura dalla fine dell’Ottocento, e poi ho pensato ad oggi.
Leggendo Anna Fresu.

Anna Fresu è una donna di cultura che ha scelto di lasciare la sua Sardegna, laurearsi nella capitale romana, andare a vivere dieci anni in Mozambico per poi trasferirsi in Argentina.

Cosa c’entra col suo libro e con la nostra letteratura italiana di fine Ottocento/inizio Novecento? Dov’è la liaison?” mi chiederete.

C’è. Vi assicuro che c’è tutto un percorso da quel dì fino ai nostri giorni: ed è un percorso sociale e culturale che arriva sempre lì, fino ai nuovi umili poveri deboli sopraffatti vinti…in questo caso fino ai confini del mondo, nelle terre del Sud del mondo, in quell’Africa o in quell’America meridionale così dolorosamente e interamente mondo.

 

Ma soprattutto conduce alle donne, le donne di oggi, le donne di ieri, insomma di sempre. Che però non raccolgono in sé gli aggettivi precedenti – umili deboli sopraffatte vinte… Giammai!

Al contrario, dignitose e fiere.

Però povere sì, e per questo sopraffatte, di continuo. Da un uomo, sempre.

E c’è un filo che conduce Anna Fresu dalla letteratura del nostro Sud italiano, dal nostro Diciannovesimo secolo, fino alle sofferenze di oggi. Che sono in Africa – e hanno il nome di Judite, Xiluva o Ilda ma potrebbero essere in un odierno Eboli o Castelnuovo al Volturno, e perfino Milano o Parigi o Berlino…

Donne povere, e quindi inesorabilmente nel loro destino.

Donne che nonostante il coraggio la determinazione e la voglia di cambiare la realtà della loro esistenza, finiscono sopraffatte in un mondo di uomini che le usano

– incidentalemente, quasi casualmente, nel loro percorso di vita.

O le violentano, perché cosa vuoi che importi una piccola donna determinata ma povera?!

O le uccidono, perché cosa conta una piccola donna dal vestito a quadretti sempre più logoro e scolorito, in un mondo maschile di guerre, e di orgaizzazioni non sempre umanitarie, e brutture continue?

Anna Fresu non usa la pietas: però la induce.

 

Il suo stile potrei definirlo neoverista. Le cose di cui ci dice, le descrive o racconta con frasi brevi come stilettate, o talvolta concitate da togliere il fiato. Come in una cronaca, dove sono più gli avverbi che gli aggettivi.

La pietas: ti sorge dentro senza accorgerti, come groppo in gola, come silenzio attonito. La pietas.

Ed eccoli lì i tuoi ricordi scolastici, o di lettrice: quella pietas per Ciaula, e per ogni contadino con forcone in lotta per la dignità dell’esistenza.

Eccola lì, la pietas di fronte alle arance sul traghetto di Vittorini.

Eccola, eccola, eccola ancora dentro di te. Oggi.

Per quelle piccole donne.

Eppure le immagini femminili sono forti, decise, nette e senza fronzoli. Non si perdono tra mille giri, fanno:

Ogni sera Ilda lava il suo vestito con un pezzo di sapone quando c’è o solo cn l’acqua, lo asciuga col ferro scaldato sul fuoco e lo indossa la mattina. Il rosso dei quadretti diventa sempre più rosa, poi beige, poi quasi sparisce. La stoffa è sempre più leggera, sottile. Ma il vestito è sempre pulito, stirato.”

 

Al contrario le immagini maschili sono spesso molli e prevaricanti, anche quando sembrano gentili – vedi Marco nel racconto Xiluva, che la usa per farsi fare compagnia ma come un oggetto piacevole, senza mai considerarla una persona.

Immagini violente fino a essere assassine.

L’unico che riscatta il genere maschile è il signore sulla panchina nel racconto “Blues”: emigrato per dare una vita dignitosa alle sorelle…

Ero partito per quello, io, era per quello che mi spaccavo la schiena al porto di Buenos Aires. Esse dovevano studiare, non dovevano mica sposare uno qualsiasi che le trattava come serve e le faceva morire di crepacuore com’era stato per mia madre

E un uomo migliore può darsi un giorno ci sarà, ed è tutto in quel bambino rom

– Dragan!

e in quella parola – gente – che sa di un’unica collettività:

Quando suo padre verrà a prenderlo con la sua grande macchina arrugginita e cadente, sogno di lusso di qualcun altro, già carica delle delle loro poche cose raccolte in fretta in quel campo che non sapeva di fuochi di storie di violini, di strette di mano, di abbracci.

– Siamo gente – dirà domani ad altre facce, montagne, dogane…

Negli occhi un nuovo altrove, a inseguire altre nuvole.

In cerca di un sorriso”

 

Ci sono dei libri che vengono a noi, e noi a loro, in una corrente muta che solo il libro sa, e noi con loro. Spiegarlo non si può.

Il libro di Anna Fresu instaura questa corrente silenziosa che rifiuta ogni parola a commento, perché è fatto di purezza emotiva.

In un lungo legame del tempo, in un unico afflato di fratellanza, da ogni Sud del mondo.

 

Titolo: “Sguardi altrove”
Autore: Anna Fresu
Editore: Vertigo, 2013
Pagine: 60

Link all’acquisto:

http://www.noilibri.it/prodotto/sguardi-altrove/

Per conoscere meglio l’autore:

http://www.labottegadelbarbieri.org/qualche-poesia-e-racconto-di-anna-fresu/

(poesie e racconti di Anna Fresu)

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