“La vigilia con Ofelia” di Paola Caramadre

“La vigilia con Ofelia” di Paola Caramadre

Contest Amarcord

ofelia

Strade nel sogno

Mi sveglio di soprassalto, sento che è una vigilia. Sono Ofelia. Il cuore mi batte all’impazzata. Emetto un verso come quando si prende respiro dopo un’immersione. Sbatto le palpebre, la luce inonda la stanza. È giorno, sarà pomeriggio, fuori c’è il sole.

Mi sono addormentata all’improvviso di un sonno pesantissimo che mi schiaccia le ossa, ammassa i pensieri. Non so dove sono. Impiego molti minuti a comprendere, a riallacciare i legami della memoria breve.

Sono a casa. Sono semplicemente a casa, nel mio letto da bambina. Non avrò dormito più di dieci minuti. Dal soggiorno arriva il suono ovattato del televisore acceso. Sbadiglio. Cosa ci faccio qui? Cosa sono tornata a fare? Riapro gli occhi sulla libreria. Ci sono i miei libri. Ci sono i miei quaderni, i diari. Ci sono gli appunti per il romanzo che non scriverò.

Ci sono le immagini della mia vita fatta di quadri separati l’uno dall’altro. Esco da una scenografia per entrare in un’altra. Cambio tono di voce, stile. I quadri non si mescolano. Difficilmente chi ne popola uno conosce i partecipanti degli altri pezzi della mia vita. Io sono io, proclamo davanti ad ognuna delle mie platee. In casi estremi uso nomi falsi. Niente mi piace di più che provare la leggerezza della libertà. Non ho niente, non ho nessuno, posso essere chi voglio, sfoggiare accenti stranieri, far brillare i miei occhi neri, accendere discussioni, infiammare liti.

Mi alzo. Qui sono figlia, sorrido, sono a casa. Ripartirò stasera. Saluto, chiudo un portone familiare. Indosso il rossetto e torno alla mia tana. Ascolto Horses in my dreams, la canzone termina, sento i miei passi sui tacchi a spillo risuonare sui sampietrini nella sera. Guardo a terra, cerco l’ispirazione per un’altra vita.

Un passante lascia una rosa con lo stelo lungo su una panchina a piazza Navona.

Un musicante di strada intona una ballata popolare con l’organetto. Sento un profumo di paglia bagnata. Anche Roma è stata una regina confinata in campagna. Tutti ridono. Io non ne ho voglia. Mi stringo nell’impermeabile nero opaco. Domani andrò a discutere la mia tesi di laurea. Non lo sa nessuno. Non l’ho detto a nessuno. Andrà come deve andare. Mi aspetto la lode e, per una volta, non voglio testimoni a battere le mani, a dire sciocchezze. Conosco il valore delle cose  come Ofelia: “Immagini che ho recitato me stessa già durante la vita di Shakespeare e naturalmente molto prima anche a Persepoli, finché vi risiedevano le nove Muse” (da Una notte con Ofelia).

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