“Storia di Madame Aupick, già vedova Baudelaire”

“Storia di Madame Aupick, già vedova Baudelaire”,

di Franca Zanelli Quarantini

Recensione di Ilaria Biondi

Madame Aupick
Chi è Caroline? Chi è Madame Aupick?

Si raggomitolano i ricordi d’infanzia negli anfratti incolpevoli di uno spazio intimo senza tempo.

Traslocati, seccati, cementati, e lì abbandonati.

A stingersi e perdere ogni scintilla di splendore.

Quella stanza buia e polverosa, sbarrata di ferro e chiusa a chiave da tanto tempo. Troppo.

Navigano i giorni pigri nell’altalena di cose dette e fatte, consegnate con dita compunte al rigido tribunale delle bienséances borghesi.

La piaga rimane incrostata nell’anima, ma non osa affacciarsi alla porta tesa e sospesa della coscienza.

Quei resti nell’ombra si aggrovigliano nelle viscere oscure, annodandosi all’amore amaro di madre, marchio di fuoco che gocciola vergogna.

Senso di colpa.

Inadeguatezza.

Rimorso.

Inquietudine.

Disperazione.

Bisogno (egoistico o legittimo?) di proteggersi. Dal figlio.

Quel figlio che le è sgusciato fuori dal grembo come un singhiozzo.

“Non ho saputo farlo. Non ho saputo fare un bambino come gli altri. E guarda ostinata il muro di fianco al letto. […] Lui la sta guardando, ne è certa. Non le piace, non è come pensava. […] Lui cerca, annusa, riconosce, comincia a succhiarle il capezzolo. Lei sente che dentro le sta succedendo qualcosa di strano e di bello. Insieme a lui, insieme al primo latte.”

Un figlio temuto.

Che, lei dice, semina disastro. Costruisce il vuoto. La strazia di crudeltà.

Un figlio che, con le sue richieste accorate d’amore, la inchioda al muro delle proprie fragilità, dei propri buchi.

Amore severo e impietoso, che gronda sangue e carne.

Un amore che la guarda dritta negli occhi, per arrivarle, come dardo ruvido, graffiante e infuocato, dritto nella polpa indifesa dell’anima.

Ella si sente nuda davanti a quello sguardo.

Perché quello sguardo la costringe a spogliarsi della propria corazza.

A vestirsi di vulnerabilità.

A deporre la maschera dell’appartenenza sociale.

Del cognome prestigioso del (secondo) marito.

Delle sicurezze che la sua posizione sembra garantirle.

Madame Aupick

Per rimanere solo se stessa.

Per essere solo Caroline. E non Madame Aupick.

“Da ragazza non è stato bello. Neanche dopo. Poi è venuto mio figlio. Lui era puro, assoluto nell’affetto. Lo guardavo e mi chiedevo perché mi amasse tanto. Col tempo è cambiato. Dispiaceri, litigi, lotte. In guerra per anni. Lui ha un modo così diretto di parlarmi, di dirmi tutto senza vergogna, come se volesse strapparmi alla mia vita, convincermi a cambiare. Ma io resisto, per non sprofondare insieme a lui, per non perdere il poco che ho.”

E ritrovarsi poi, sola e sperduta, in quella stanza buia di anni bambini senza infanzia.

Bambina rimasta sola anzitempo.

Bambina ospitata, eppur mai accolta.

Bambina in disparte, dalla vita.

“L’infanzia è pronta a giurare di non conoscerla.”

“In disparte. Caroline sa benissimo cosa significhi. Lei ci è stata per anni, per decenni. Con in più il dovere di riconoscenza verso chi aveva fatto il buon gesto di accoglierla – lei, bimba randagia – e insieme cancellarla. Perché lei non era come gli altri, questo lo capì subito: lei era meno. Non che fosse malata o ipercinetica. Però era un’orfana, era povera, non faceva parte della famiglia Pérignon, dunque era meno e basta.”

Chi è Caroline? Chi è Madame Aupick?

Dramma di bambina.

Dramma di donna.

Dramma di madre.

Un vuoto d’amore che non riesce a sostanziarsi e saziarsi.

Una madre che non riesce, o non può, essere pienamente madre perché è morta, anni prima, la bambina che viveva in lei.

Una donna che cerca nell’unione con Jacques Aupick un riscatto di felicità. Libertà.

Gioia di vivere.

Leggerezza.

Quelle scintille che fanno viva l’anima.

Quelle piccole stelle che potrebbero cancellare, o allontanare un poco, le ombre che si addensano dentro di lei.

Ombre inabissate.

Ombre ricacciate così in fondo da sembrare scomparse, svanite.

Ma pronte a sgusciare fuori, a ogni istante, per avvolgere di bruma caliginosa la sua disperata ricerca di pace.

Madame Aupick

Un figlio, dice lei, che la tortura con le sue richieste impossibili.

Che la fa dannare di preoccupazione con la sua vita dissipata.

Che ha cercato con rabbia di buttare all’aria il suo castello di sogni rivendicandola come sua esclusiva proprietà.

Che non si arrende a quella madre in perenne fuga da se stessa.

Che vuole strapparla alle finzioni.

Alle ipocrisie.

Alle maschere fallaci di un mondo al quale ella non appartiene davvero.

Ma al quale rimane ancorata, ostinatamente, come un piccolo crostaceo. Spinta da un moto di rivalsa contro una vita ingrata e ingiusta.

Un figlio che le scaglia in faccia le frecce spinose della verità.

Un figlio che fomenta, con ogni suo gesto, con ogni sua parola, il suo senso di colpa.

La sua inadeguatezza come genitrice.

Il suo distacco algido.

La sua ostinata chiusura.

Il suo egoistico bisogno di tranquillità.

Un figlio che sembra percepire di non essere stato da lei amato fin dal primo istante.

Un figlio che la travolge con il suo amore tirannico, con il suo tirannico bisogno di amore.

Un figlio geniale.

Un figlio che, nel suo rivendicare aiuto, soccorso, attenzioni, affetto, è ancora quel bambino che la sera la attendeva sveglio, per rimproverarle la sua assenza ingiusta.

“Tu però amami, cuor mio, sii una madre!

Per quanto io sia ingrato, per quanto sia cattivo…”

Il bambino che ancora soffre, in lui, sembra richiamare in vita la bambina sepolta che è in lei, con tutto il suo carico di dolore nascosto.

Un figlio tenuto alla larga.

Un figlio giunto a lei, ma forse non voluto abbastanza. Una lama, questa, che le trafigge il cuore e i pensieri.

Un figlio di cui non prende le difese.

Chi è Caroline? Chi è Madame Aupick?

Una sola volta in lei è sorta, prepotente, la rabbia di Madre. Come lava che prorompe nelle vene e le incendia. L’istinto feroce di battersi per la sua creatura.

Di schierarsi dalla sua parte. A costo di tutto, e tutti. Anche dell’amato marito, colui che le regala l’illusione di una seconda giovinezza.

Poche volte è stata fiera di lui. O forse questo è ciò che racconta agli altri, e a se stessa. Obnubilata dal male che lui le fa, con il suo senso di possesso, con il suo voler essere sempre tutto, per lei.

Madame Aupick

Quelle lettere non scritte.

Quelle lettere scritte e poi strappate.

Quelle lettere mai spedite, raccontano il suo amore.

Un amore che non si vuole dire. Che non si vuole esporre.

Un amore che si nega.

Un cuore che ha imparato a essere chiuso.

Perché durezza e distacco sono meno pericolosi. Sono guscio e nido. Avvolgono e proteggono le ali gracili della debolezza.

“Quella notte Caroline giurò a se stessa di non versare mai più una lacrima, qualsiasi cosa la aspettasse. Poi si strappò dal petto il cuore e lo buttò lontano.”

Un figlio amato. Ma che forse lei non può, non riesce ad amare come vorrebbe.

L’eterno dilemma si dibatte nella sua anima, con feroce tormento.

Chi è Caroline? Chi è Madame Aupick?

Madre scissa in due metà lacerate e gualcite.

Madre che rimprovera al figlio di non avere accettato la sua seconda vita, quel riscatto che le era dovuto, dopo una giovane esistenza derubata di gioia e speranza.

Tacitamente però rimprovera anche se stessa, per essersi schierata dalla parte del secondo marito e del proprio egoismo, lasciando il giovane figlio in disparte. Solo.

Due eterni opposti che sembrano rincorrersi.

Escludersi.

Annullarsi.

Combattersi.

Intrecciarsi.

Sovrapporsi.

Senza requie.

Caroline, una bambina sola. Una donna sola. Una madre sola.

Charles, un bambino solo. Un uomo solo. Un figlio solo.

Due isole, che galleggiano in un mare di dolore. E di solitudine.

Madre di una bambina partorita morta, segreta al mondo.

Madre di un figlio vivo, che a volte ella vorrebbe fosse morto.

“Perché non sei morto bambino quando eri buono.”

Parole che trafiggono di crudeltà…

Madame Aupick

Un figlio che consegna al mondo poesie impeccabili.

La sublime bellezza della Parola.

Ma un massacro d’affetti si cela dietro il volo sacro dei versi.

Le imperfezioni di Charles uomo, figlio – ignorate da chi apprezza il poeta immenso – Caroline vorrebbe gridarle al mondo.

Forse non già per denigrare il frutto del suo grembo, quanto per “giustificare” se stessa e le proprie mancanze come madre, in un istintivo moto di autodifesa.

Quel figlio che solo lei conosce, per davvero.

Quel figlio che solo (insieme al vecchio Thomas), la conosce per davvero.

Quel figlio, bellissimo, di cui teme l’arrivo.

E che, forse, sopra ogni cosa, desidera ardentemente rivedere. E stringere di nuovo a sé…

In un ardore di purezza e di assoluto che va oltre il dolore e il tormento.

“Smetti di torturarmi, smettila. […] Vuoi perseguitarmi, non darmi respiro fino a che sarò morta, questo vuoi? Pensi che non ti ho amato, che non ti ho amato subito, ma cosa sai tu di me?

Non mi perdoni che mi sono risposata, e invece tu puoi fare tutto, vero? Le prostitute, i soldi buttati dalla finestra, i traffici loschi, le droghe. A te tutto è permesso, non è così? Perché sei un artista, un letterato, un poeta! Un poeta, figuriamoci!

Tu, uno sgorbio di figlio che mi ha coperto di vergogna davanti a mio marito, agli amici a tutti, tu che mi scrivi che mi vuoi tanto bene e poi nella stessa lettera mi uccidi ma attento Charles attento se muoio di dolore io ti perseguiterò dall’altro mondo e lo farò, lo giuro non ti darò respiro ti farò impazzire come hai fatto tu con me su questa terra Dio perché non sei morto bambino quando eri buono per lasciarmi almeno un buon ricordo cosa mi fai dire cosa mi fai dire.”

Quel figlio, è Charles Baudelaire…

 

Madame Aupick

Che mai compare sulla scena.

Che mai agisce come personaggio.

Ma che è presente in ogni piega della storia – con i suoi versi e le sue lettere – e in ogni gesto e pensiero di Caroline.

Charles Baudelaire, che entra nella vita dell’autrice, Franca Zanelli Quarantini, quando questa ha solo undici anni.

Per non uscirne mai più.

Con quella dolce prepotenza che solo le Parole necessarie sanno avere.

“Come succede che un giorno si incontra un libro che ci accompagnerà tutta la vita? Un libro a cui siamo grati anche quando non lo leggiamo, perché semplicemente esiste? Nel mio caso andò così.

In questo romanzo breve – piccolo nelle dimensioni, ma straordinariamente grande negli intenti e nella riuscita – Franca Zanelli Quarantini apre uno squarcio sulla vita di Madame Aupick, già vedova Baudelaire, nel 1858, l’anno che segue la pubblicazione scandalosa delle Fleurs du Mal.

L’autrice nella prefazione rintraccia il suo primo “incontro” con Caroline, la madre di Charles Baudelaire, in un’occasione casuale (ammesso che il caso esista, mi viene da dire…) quale la richiesta di scrivere una recensione.

Da quel momento, quella figura bistrattata dalla critica (Sartre la definisce sprezzantemente una donnetta insignificante) e attorno alla cui biografia vi è sempre stato poco più che vuoto, ha iniziato a insinuarsi nei suoi pensieri.

A scivolare nella sua immaginazione, accucciandosi in un cantuccio come ospite ritrosa e discreta, senza per questo rinunciare a invocare la giusta dose di attenzione, di tanto in tanto.

Per poi farsi tenace e ostinata, chiedendo che la sua storia venisse raccontata.

“Spesso la abbandonavo e al ritorno la signora era ancora lì, in un angolo del mio immaginario.

Mi aspettava? Di certo un giorno è accaduto.

Ho sentito che tra noi due la più forte era lei, con la sua storia: che chiedeva di essere raccontata, lo chiedeva con insistenza.

Così ho provato a scriverla.”

Partendo da pochi e misconosciuti dati biografici, Franca Zanelli Quarantini, francesista, traduttrice, studiosa esperta di Settecento e Ottocento, crea un personaggio dalla complessità e contradditorietà affascinanti, capace di staccarsi dalle pagine di carta per farsi vivo, di sangue, lacrime e carne.

L’autrice, come indicano le “pagine di diario” inserite nel corpo stesso della storia, insegue con la curiosità appassionata della ricercatrice le tracce di Caroline – Madame Aupick a Honfleur, dove la donna ha vissuto dopo la morte del secondo marito.

E lì ascolta il respiro della brezza.

Carezza le pietre dei muri e delle dimore.

Scruta l’orizzonte illuminato dalla schiuma del mare.

Scorgendo nella voce delle fronde, nella luce dell’aria, nei vuoti e nelle assenze la memoria lontana, eppur presente, di questa donna avvolta da un manto di denso mistero.

Percorre le strade di Quiberon, Auray, Vannes e Parigi, come paziente archeologa, per cogliere segni e testimonianze di un passato sepolto, di quelle esistenze che si incrociano a quella di Caroline – Madame Aupick: il padre e i suoi fedeli e devoti compagni di battaglia, che si uniscono al Comte de Sombreuil dopo il 1792, quando i repubblicani di Parigi dichiarano guerra a mezza Europa.

Madame Aupick

Raccontare Caroline – Madame Aupick significa anzitutto ricostruire la storia della sua famiglia.

Il lungo racconto nel racconto, sottoforma di analessi, affidato al personaggio di Thomas, alza il velo su segreti lontani.

La fuga dei genitori durante la Rivoluzione.

Le vicissitudini militaresche del padre.

L’infanzia di miseria, orfanità e solitudine a Londra.

Il personaggio di Caroline – Madame Aupick viene così inserito in un contesto storico complesso e difficile, che Franca Zanelli Quarantini conosce bene e sa raccontare con grande maestria, coniugando l’imprescindibile precisione documentaria con il tono narrativo appassionante e avvincente.

Ma raccontare Caroline – Madame Aupick significa anche, e forse soprattutto, cercare di tracciare la geografia della sua anima.

La geometria del suo cuore.

La mappa tortuosa e tormentata dei suoi pensieri.

Inseguendo le sue ombre.

Penetrando nelle sue fessure buie.

Grazie a una tecnica narrativa raffinata, che l’autrice maneggia con sapienza – l’impercettibile passaggio dal narratore esterno al flusso di coscienza – il lettore affonda nel mondo interiore del personaggio.

Quell’antro oscuro dove  paure, ansie e sofferenze si mutano in delirio, furore, smarrimento, tremore sull’orlo del vuoto.

Quell’abisso risucchiante dal quale Caroline riemerge a fatica, ogni volta, indossando di nuovo gli abiti di Madame Aupick.

Salvandosi dallo sprofondamento totale grazie al caparbio attaccamento alla realtà salva.

Poeticissima e di grande efficacia l’immagine della gonna, che come ancora di salvezza strappa Caroline al vagare nel nulla dei propri smarrimenti interiori:

“Ha la faccia nascosta tra le pieghe pesanti della gonna che lacrime, muco e saliva hanno trasformato in un lucido, luttuoso damasco.

Piange, singhiozza, è in catene, tra un istante la lama le piomberà sul collo per far giustizia delle parole appena dette. […]

Cerca qualcosa che la aiuti e la rincuori, e di nuovo affonda il viso nella stoffa umida. La respira, sa di amaro, di bestia bagnata. L’annusa ancora, ci si perde dentro, la sente, è una materia viva, dentro c’è odore di cibo cotto, terra, vecchi armadi, di urina forse ma sono odori veri, e sono loro che a poco a poco la riportano alla realtà.”

Madame Aupick

Con sensibilità tutta femminile, Franca Zanelli Quarantini sospende il giudizio, guarda e scava dentro di lei.

Dentro le pagine sconosciute del suo libro.  Non per giustificarla. Non per assolverla, né condannarla. Ma per comprenderla. Nella sua dolente, fragile umanità. Di Donna. Di madre.

“Madre crudele o crocifissa? Me lo sono chiesta spesso e il fatto di non riuscire a rispondere me la rendeva familiare e insieme indecifrabile. In una parola, ancora più madre.”

Rispondendo al tacito ma ostinato richiamo di Caroline l’autrice cerca di colmare il vuoto di quelle pagine.

Senza la presunzione che quella da lei raccontata sia la vera, unica “storia” della madre di Baudelaire.

Con la consapevolezza, e il desiderio anzi, che sia una delle storie possibili.

Una storia, mi sia consentito dirlo, dolente di bellezza.

Luminosa nelle sue oscurità.

Limpida di verità storica.

Sincera di verità interiore.

Gravida di poesia.

“Quel libro dalle molte pagine bianche sarà per Baudelaire – e non solo per lui – un intimo rovello. Una sfida. Una tentazione romanzesca. […] Uno dei romanzi possibili.”

Titolo: Storia di Madame Aupick, già vedova Baudelaire
Autore: Franca Zanelli Quarantini
Genere: romanzo
Editore: Castelvecchi
Anno edizione: 2016
Link d’acquisto:

https://www.amazon.it/Storia-madame-Aupick-vedova-Baudelaire/dp/8869444856/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1478009482&sr=8-1&keywords=storia+di+madame+aupick

Sinossi

È il 1858. Un anno prima Charles Baudelaire ha pubblicato “Les Fleurs du Mal”, subendo il noto processo per oltraggio alla morale.

La madre, Caroline Aupick, da poco vedova del secondo marito, vive a Honfleur con due domestiche. Per lei e il figlio – che vorrebbe raggiungerla ma non sa staccarsi da Parigi – sono tempi amari, scanditi da incomprensioni reciproche, finché l’incontro con uno strano vecchio che l’ha conosciuta bambina cambia la vita dell’anziana signora.

I genitori fuggiti dalla Francia durante la Rivoluzione, l’infanzia a Londra, la povertà, la spedizione in cui il padre perse la vita sono alcuni dei ricordi a lungo rimossi che Caroline recupera dialogando col vecchio.

Innestandosi su dati biografici ignoti ai più, questo romanzo fa luce sulla personalità di Madame Aupick – misconosciuta, se non liquidata come “insignificante” da critici e biografi -, esplorandone la complessità, il mistero, le ombre.

Quelle ombre cui solo la luce obliqua del romanzo può ridare vita.

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