“L’ospite” di Altea Alaryssa Gardini

“L’ospite” di Altea Alaryssa Gardini

Da qualche giorno a casa nostra era arrivato uno sconosciuto, io ero appena tornata da un lungo soggiorno all’estero e stavo avendo i miei problemi a riprendere un posto all’interno del nucleo familiare: non mi aspettavo di certo di dover provvedere alla cura di un ospite.

Non sapevo neanche chi fosse, se ne stavano tutti lì a parlare di cose incomprensibili e lui sembrava un pulcino che gioca a fare il gallo in un combattimento con i suoi simili; dovevo proprio stare a sentire tutto quel ciarlare?

Ho preso gli auricolari dalla tasca, li ho indossati e ho semplicemente acceso la mia musica. Così, a tavola e davanti a tutti. Nessuno si era preoccupato della ragazza tornata a casa dopo un viaggio in America: ero rientrata per disperazione, volevo tornare dalla mia famiglia e il mio unico risultato era stato essere ignorata. Come fosse normale.

C’era molto di più dietro al mio ritorno: avevo terminato i mei studi in archeologia, una specie di malattia familiare quella dell’arte; nel tempo passato fuori ero diventata fragile, un esaurimento nervoso non mi aveva reso un gran servizio e il mondo attorno a me era iniziato a sembrare un posto davvero strano. Potevo sentire suoni che non erano nel mio luogo e voci che non appartenevano a nessuno che conoscessi, vedevo luoghi che non avrei mai potuto vedere e le persone al mio fianco… loro erano circondate da creature che tentavano di parlare con loro ma non potevano essere sentite. Ma io potevo vederle e loro lo sapevano.

Non potevo rimanere lì: per i miei amici ero pazza e lo studio era, ormai, il solo appiglio per cui decisi di tornare scappando con il primo aereo disponibile.

Certo, non mi aspettavo un’accoglienza così fredda, anche se ad andare via sbattendo la porta ero stata io.

Intorno al tavolo mi guardavano tutti come se stessi compiendo un sacrilegio; ho fermato il mio sguardo su ognuno di loro e in quello dell’ospite: di fianco a lui potevo vedere una donna che lo guardava con aria amorevole, non poteva essere un amore perduto, la loro età apparente non sembrava simile ma con certi apparizioni non si può essere mai sicuri. Mi sono alzata, ho augurato a tutti un felice proseguimento e me ne sono andata in camera. Poco prima la donna aveva iniziato a guardare anche me e non volevo approfondire la conoscenza.

Nei giorni successivi, mio padre fu insistente e dovetti accettare di fare compagnia all’ospite o, quanto meno, quello che io ho promesso è stato di assisterlo nel caso mi avesse chiesto aiuto; sarei rimasta ad una distanza in cui avrei potuto sentirlo e aiutarlo nel caso non capisse come funzionava qualcosa.

Ho capito bene? Dovevo fare cosa? Assisterlo nel caso non comprendesse il significato di qualcosa o il suo funzionamento? Ma da dove arrivava, da Marte?

Avevo iniziato ad alzarmi presto, non potevo dormire: continue voci mi chiamavano ed era un vero tormento. Mi alzavo di notte e dividevo il tempo tra le ricerche su miti e manufatti che riguardassero Aion e il suo collegamento ancestrale con il dio Mithra, convinta che qualcosa mi sfuggisse, e la cucina di dolci. Inesorabilmente sono diventata ossessiva e l’unica ricetta che mi interessava era la torta di mele. Ne ho fatte non so quante versioni diverse in quelle notti. Di giorno, mi dedicavo alla cura del poveretto che si aggirava in casa mia: aveva delle domande stupide su qualsiasi cosa ma, per fortuna, imparava in fretta e in poco tempo fu in grado di usare la cucina. Il resto del tempo lo passavamo entrambi in biblioteca, io al computer e lui sui vecchi tomi di mio padre.

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Devo concedergli che fosse una presenza abbastanza silenziosa, mai una parola fuori posto, non mi ha mai forzata ad avere un colloquio e, senza dubbio, era davvero piacevole da guardare.

Mi piaceva osservarlo di sottecchi da sopra il bordo dello schermo davanti a me, seduto dall’altra parte del tavolo, con quell’aria imbronciata da bambino capriccioso. Si tormentava spesso il labbro inferiore con la mano sinistra, ripeteva senza voce frasi in latino guardando fuori dalla finestra che dava sul giardino; la luce gli riempiva quell’oceano pieno di tempesta che gli abitava in fondo agli occhi: forse la signora che non lo abbandonava mai aveva una risposta, ma io non potevo chiedere.

Qui una così la chiamiamo pazza e non potevo certo escludere che lo fossi. Lui non c’entrava nulla con i miei problemi ma lo avevo coinvolto trattandolo come se non esistesse. Nulla da dire sul fatto che, forse, quella che si stava comportando male ero io.

Era un ragazzo alto, con una certa muscolatura ed era la persona più triste che io avessi mai incontrato, esattamente quanto me. Avevo notato che mangiava le mie torte con un certo gusto e, allora, decisi di farne una unicamente per lui. L’avrei lasciata sul tavolo della biblioteca, dove avrebbe potuto vederla, con la speranza che avrebbe favorito la conversazione.

Quel giorno mio padre non andò a lavoro e lo portò fuori con lui.

Stupida, stupida.

Nessuno mi aveva chiesto se volevo uscire e ricordo di esserci rimasta male. La ragazzina che era partita da casa non era la donna che era tornata, evidentemente lo avevano capito anche loro.

Ho acceso la musica ad un volume assurdo, in modo che coprisse ogni altro rumore, ogni altra sensazione. Nessuno poteva parlarmi, tanto non sarei stato in grado di sentirlo. In quel momento mi trovai di fronte la donna che circondava il nostro ospite:

«Ti prego, ti spiace abbassare il volume?»

La sua voce trapassava la musica e si rivolgeva direttamente a me, come se il resto non esistesse:

«Credo tu abbia un enorme dono, anche se è tremendamente pericoloso. Non ti farò del male ma tu mi puoi parlare e mi vedi, quindi non posso lasciar correre. Io mi chiamo Sara e lui è mio figlio. Non l’ho seguito oggi perché tu stai evitando lui per non parlare con me e mi dispiace. Gli farebbe davvero bene fare amicizia con una coetanea e so che, nonostante accetti il tuo comportamento, non riesce a capire il motivo del muro che hai costruito. Nel posto in cui è nato la sua situazione non gli permette una vita normale, senza contare che ne ha affrontate più di quando un ragazzo della sua età dovrebbe fare nella sua vita. Quello che gli è capitato potrebbe essere definito una conseguenza delle mie scelte passate e, così facendo, ho condannato i miei figli. I più grandi sono forti ma lui mi preoccupa, non sono potuta rimanere per vederlo crescere; mio marito ha fatto quello che ha potuto insieme alle sue sorelle e a suo fratello ma devo essergli mancata e si è sentito abbandonato. Nessuno può dirgli che sono sempre stata qui, solo tu, ma vorrei che tu gli insegnassi che non deve vedere solo quello che non ha. Puoi, per me?»

«Lo farò o tenterò ma io non lo conosco e non saprei cosa fare. Se lui non parla non posso fare molto.» Dissi sconsolata e frustrata dal non poter rifiutare una richiesta simile.

«Allora ti consiglio di non mettere la musica a tavola e di ascoltare; stasera diranno molte cose che ti sembreranno assurde. Posso assicurarti, però, che sono vere.»

Così come apparve, svanì.

Verso sera sono tornati a casa, lui sorrideva e la giornata sembrava essere passata serena. Il suo sorriso illuminava la stanza, non so davvero perché non lo facesse più spesso. Li ho salutati, probabilmente in maniera intensa, troppo.

«Bentornati, ho deciso che stasera mangiamo una pizza, ce la facciamo portare qui oppure vado a prenderla io? Pensate che possa andare bene per voi?»

Poi mi sono rivolta a lui:

«Sono una pessima padrona di casa, lo avrai capito, non ricordo il tuo nome e se ti va puoi accompagnarmi. Vedo che l’aria aperta ti ha fatto bene e non vedo perché spegnere questa luce chiudendoti in casa.”

Lui mi ha guardata con ironia e senza smettere di sorridere, avevo decisamente esagerato con l’intensità:

«Iniziavo davvero a pensare di esserti antipatico. Il mio nome è Lexon e ti accompagno volentieri, anche io sono di buon umore oggi.»

Ho preso la giacca e siamo usciti, senza dire nulla e ho ordinato tre di quelle pizze con ogni sorta di ingrediente. Se era la normalità che, secondo Sara, dovevo dargli, gliene avrei fornita una fetta enorme. Così facendo, con un po’ di speranza, mi sarei ripresa la mia.

Riflettevo su questo pensiero, quando ho ritirato il mio ordine; ho guardato Lexon che osservava il pizzaiolo e mi sono data dell’idiota perché dopo aver fatto la figura della cafona, ora stavo facendo quella dell’isterica e per giunta senza, di nuovo, rivolgergli la parola.

«Scusami, sono davvero dispiaciuta. Mio padre ti avrà detto che non sono rientrata da molto e mi sto ancora abituando. Speravo che avrei avuto qualche giorno con la mia famiglia per ricomporre qualcosa che avevo rotto e un ospite era l’ultima cosa che mi aspettavo. Non ce l’ho con te, ma alla fine è quello che è sembrato. Facciamo pace?”

Il suo sguardo era un misto di divertimento e tristezza, forse avevo sbagliato qualcosa.

Possibile non ne faccia una giusta? Sara, tuo figlio è veramente difficile da capire, come faccio a fare amicizia se mi guarda in quel modo?

«Non devi chiedere scusa, credo sia normale. Forse sto facendo la stessa cosa che hai fatto tu quando me ne sono andato da casa, pace fatta. Ti dispiace se ci sbrighiamo? Ho una certa fame e vorrei mangiare quella cosa che hai fatto preparare, sono piuttosto curioso in realtà.»

Quella sera per la prima volta mi sono sentita di nuovo a casa, almeno in parte. Tutti eravamo molto più rilassati. Mio padre e Lexon si sono messi a discutere di una certa Ester, dei poteri magici di Lexon e della sua famiglia, poi abbiamo parlato del perché ora si trovava da noi. Potevo capire le parole di Sara: ammesso che il problema dei poteri fosse vero, il suo sentirsi troppo diverso rispetto agli altri aveva un qualcosa di fortemente familiare.

Io sono una scienziata in un quale modo, quindi volevo ogni prova di questi fantastici poteri e non ho esitato a chiedere di mostrarmeli.  La sua risposta è stata una torta di mele davanti a me, asserendo che poteva non essere buona come la mia. Deve essere difficile poter materializzare quello che desideri soprattutto visto che dai suoi occhi potevo vedere benissimo che lui non sapeva affatto di cosa si trattasse.

Ora era chiaro: eravamo due isole. Entrambi troppo convinti di essere soli, sorpresi a guardare l’orizzonte e certi che l’orizzonte non nascondesse altro che vuoto.

Sara, credo di aver scoperto che all’orizzonte ci sia il sole.

Ho trovato molte risposte in quei giorni mentre lui imparava a conoscere la tv e la musica proveniente dallo stereo. Quel ragazzo non sapeva ancora del miracolo delle cuffie.

Mio trucco personale: se trovi che il mondo ti isoli, tu guardalo con la musica nelle orecchie.

Questa da dove mi è venuta? Dovrei smettere di spiarlo mentre tortura quel labbro e si tiene la testa con l’altra mano mentre legge: mi confonde e non siamo qui per confondermi.

Ho aperto la cartella che contiene tutta la mia musica, ho scelto 35 brani, ognuno legato ad una mia emozione. Credo sia giunto il momento di vedere se a qualcun’altro fanno lo stesso effetto. Nel pomeriggio sono uscita portando Lexon con me, era molto più facile parlare ora; non che approfondissimo molto la questione del suo viaggio, ma ora sorrideva. Ho comprato regali per lui, qualcosa che lo accomunasse ai nostri coetanei: un lettore mp3, delle cuffie e un quaderno. Mi servivano altri due giorni per mettere a punto un’idea che avevo avuto. Potevo farcela, ovvio, ma mio padre avrebbe dovuto aiutarmi un pochino, non credo mi avrebbe proibito di farlo.

In due giorni ho trascritto il testo di ogni canzone sul quaderno in una lingua che lui potesse comprendere e ho chiesto un regalo di Natale anticipato a mio padre: due biglietti per Newcastle. Era settembre ma non era importante.

Il piccolo principe voleva essere libero? Nella mia testa non esiste nulla come il Vallo di Adriano, di notte sotto le stelle, in grado di darti quella sensazione. Ho chiesto a Lexon di preparare una sacca da viaggio e io ho fatto lo stesso includendo i regali che avevo preso per lui.

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Per lui prendere l’aereo era la cosa più strana del mondo ma sarebbe stato meglio che girare trasformati in non so quale volatile. Avevo organizzato anche il resto del viaggio: saremo arrivati a Wallsend e avremo pernottato in un bed & breakfast per un paio di notti, dopo di chè avrei messo in atto uno dei miei tanti sogni a occhi aperti: musica nelle orecchie e piedi nudi in terra di Britannia. Sara ci ha seguiti per tutto il tempo ma non era ancora arrivato il momento di spiegare a suo figlio che non era l’unico in grado di fare cose impossibili.

Ho fatto molti viaggi con le mie amiche o compagni di corso, ma questo è stato il più divertente della mia vita: lui non conosceva quasi niente del mondo e non capiva la lingua, arricciava sempre il labbro in quella strana maniera e, ogni volta, iniziava a camminare come se fosse in attesa di chissà quale rivelazione. Io lo osservavo stupita ed ero convinta di sentire la risata di Sara in sottofondo.

«Stasera non dormiamo in albergo. Ho preso una tenda in un negozio e rimaniamo fuori, ti toccherà dividerla con me, fa freddo. Guardiamo oltre il confine dell’Impero Romano e, con un po’ di fortuna, vedremo ciò che gli antichi imperatori vedevano al di là del confine. Smettila di fare quella faccia, non è uno scherzo, fidati. Non voglio lasciarti solo da qualche parte.»

Ci siamo incamminati lungo le mura, dopo essermi premunita di consigli su dove accamparci: era una giornata stranamente serena per il clima inglese, le previsioni per la notte era buone e speravo nella volta stellata.

«Mi vuoi dire perché siamo qui?» sembrava impaziente e curioso.

«Te l’ho detto, voglio vedere oltre l’orizzonte. Volevi sentirti un ragazzo normale? Tutti i ragazzi della nostra età viaggiano e vedono posti nuovi. Questo è il TUO posto nuovo. Qui sei tu e basta, ci sono io ma fai finta di nulla. Ti ho preso un lettore mp3 come il mio e delle cuffie, ora le indossi e ti togli le scarpe. Sembra strano ma devi sentire la terra sotto i piedi, qui non ti vede nessuno e puoi usare tutta la magia che vuoi, so che vorresti farlo. Fammi vedere come interagisce la musica con il tuo stato d’animo, non devi impressionare nessuno ora.»

Il suo sguardo era incredulo e decisamente divertente.

Smettila di sorridere in quel modo, diamine.

«Aspetta, oltre alla musica, ti ho portato una cosa che ti servirà per prendere nota del viaggio. Ci ho scritto i testi dei brani nella selezione che ho fatto per te e ho raccolto tutto quello che è sembrato strapparti un sorriso o piacerti negli ultimi giorni, foto di essi per lo più, non potevo schiacciare uno scoiattolo.»

Non sono mai stata abbracciata così. Un contatto di puro affetto o, forse, di gratitudine.

Credo che la musica gli sia piaciuta, uno sfogo di magia che sembrava dare vita alle costellazioni: cosa importa se qualche bambino avrebbe pensato che un vero pegaso volasse nel cielo notturno.

Era il ritratto della serenità.

L'ospite

Ora veniva la parte complicata ma tutto deve trovare un posto o almeno non sentirsi esclusi dal farlo e Sara, per prima, doveva trovare il suo:

«Lexon, ora devo dirti una cosa. Ti puoi sedere qui di fianco a me?»

Annuì togliendosi le cuffie e spegnendo il lettore come gli avevo spiegato prima di accenderlo. Gli presi le mani e le tenni nelle mie, erano così calde e morbide.

«Mi piacerebbe dirti che siamo venuti fin quassù solo per te, anche se in enorme parte è così, ma qui posso dirti delle cose che non avrei avuto coraggio di dirti a casa.»

Dai però, non arricciare quel labbro, smettila di rendermi le cose difficili.

«Non c’è una maniera diversa di affrontare questo discorso, quindi, tu non devi impazzire e pensare che lo stia facendo io…»

Smettila di fare quello sguardo tempestoso, subito!

«Hai la brutta abitudine di pensare che tu non abbia un posto nel mondo e questo non è vero. Tu sei sempre tu, lo sei sempre stato. Le persone sono fallibili ma nessuno andrebbe via da te volontariamente. Qualcuno ha tradito la tua fiducia? Io lo capisco, succede di continuo, ci sono cose che vanno accettate.»

«Ma…»

«No. Mi lasci finire di parlare perché se non te lo dico ora non te lo dico più. Hai vissuto parecchie brutte situazioni, lo so perché me lo ha raccontato qualcuno a cui tu non penseresti mai, quindi non parlo del tuo amico Dert. Ora, la morte non è una cosa bella, ma non è neanche brutta, non lo fa di proposito e non si diverte di certo, soprattutto quando non era suo compito intervenire. Tutto quello che accade ha una sua ragione e non lo fa per ferire noi ma renderci consapevoli. Ci sono dei legami che sono difficili da recidere e Sara, tua madre, è rimasta fino ad ora ad aspettare che tu ti rendessi conto di quanta bellezza c’è nonostante tutto quello che hai subito. Non è una ricerca facile ma non per questo deve essere solitaria e terribile.»

«Hai detto mia madre?»

«Potresti smettere di fare quella faccia? Sì, ho detto tua madre. Il mio superpotere è che io posso vederla ed è, anche, per una promessa che ho fatto a lei che ti ho portato fin qui. Per aiutare te e lei mi sono complicata la vita io. E, ti prego, stai continuando a guardarmi in quel modo…»

Ho sentito le sue mani lasciare le mie, l’ho visto alzarsi, rimettersi le cuffie e ricominciare a pitturare il cielo con la magia. Potevo considerarmi fortunata che non mi avesse trasformata in un topo. Sono rimasta a guardarlo per un tempo incalcolabile; Sara se ne stava andando salutandomi, segno che aveva fatto quello che doveva. Ad un tratto ho visto lui voltarsi e tornare a sedere nello stesso posto in cui era prima; questa volta le mie mani erano nelle sue:

«Va bene, ho capito. Non credo di aver trovato un senso a tutto quello che hai detto ma, vista la mia storia personale, dubito di poter dire che tu abbia mentito. Senza contare che prima ho sentito uno strano contatto sulla guancia. Sono contento che tu mi abbia portato in questo posto, entrambi abbiamo un problema da risolvere e direi che la cosa è fattibile, anche se non so come.»

Smettila di sorridere accidenti.

«Ora mi spieghi come ti sei complicata la vita? Non mi sembra che tu stessi facendo nulla prima di partire, questo è uno svago anche per te. Quindi, deduco che c’è qualcosa che non mi hai ancora detto.»

Diamine, adesso come faccio?

Ero costretta a prendere tempo, avevo decisamente esagerato. Maledetta sindrome da crocerossina. Mi piace recuperare i naufraghi e finisco in una tempesta più grande delle onde in cui li avevo raccolti. Ormai, era fatta. Avevo parlato troppo, decisamente troppo. Chissà se si rendeva conto che quegli occhi non avevano bisogno di magia per creare un disastro:

«Ho bisogno di una tua promessa.»

«Non dirò a nessuno del tuo superpotere» disse, pronunciando la frase con un sorriso sincero.

«Tu hai il brutto vizio di interrompermi quando parlo. Devi promettermi che dopo che ti avrò dato la spiegazione che hai chiesto, tu ti comporterai come una persona normale e noi saremo amici come ora. Puoi?»

Se ora risponde con una battuta, lo uccido.

Sembrava stesse davvero soppesando la mia domanda con un’aria piuttosto seria e d’un tratto disse:

«Va bene, posso farlo. Ma dipende da cosa dici. Capisci anche tu che ci sono cose per cui potrei pensare di arrabbiarmi, soprattutto perché non ho indizi in merito.»

Se lo avessi fatto continuare a parlare mi sarebbe mancato il coraggio, così ho lasciato il luogo sicuro in cui erano le mie mani per appoggiarle sulle sue guance. Ora non mi importava, ne avremo parlato poi, era stato lui a chiedere come la mia vita si fosse complicata: chiusi gli occhi e appoggiai le mie labbra alle sue.

Come sono calde e morbide.

Ora sono definitivamente persa, soprattutto perché non capisco cosa vuol dire quell’espressione sicura che si è dipinta sul suo volto.

Questo racconto è stato inspirato dalla “Trilogia delle Terre” di Antonia Romagnoli, con la speranza di un futuro ritorno.

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