Intervista a Valeria Andersen (Magistro)

Intervista a Valeria Andersen (Magistro)

di Emma Fenu

 Valeria Andersen

Conobbi Valeria Magistro pochi anni fa; ma per noi sono molti. Ci sfiniamo di vita, io e lei.

Parlavamo, all’epoca, di seduttrici troppo dolci, di principesse troppo guerriere, di amore, di libri da leggere e scrivere, di opere teatrali, di fiocchi e di vestiti a ruota.

Li ricordo bene quei pomeriggi al profumo di latte e cannella, con i piedi scalzi sul parquet, a cercare luce fuori, fra nuvole dense, e dentro, fra memorie rosa di donne.

Conobbi, a Copenhagen, un’attrice italiana che, oltre a recitare sul palcoscenico, scriveva pezzi dal taglio ironico e tagliava la stoffa in cerchio, con la medesima finta leggerezza di chi sorride con l’anima, per farne gonne in cui volare dentro.

La ho salutata ai primi di ottobre, pochi giorni prima del suo rientro in patria, a Roma, con emozione e un velo di malinconia. 

È sempre la stessa Valeria, ma con qualcosa di più, e non solo nel nuovo cognome con cui si presenta in campo professionale, ossia Andersen.  

È una donna che ha dimostrato di saper crescere, rinascere e rinnovarsi, iniziando a studiare Moda e Design già più che trentenne, moglie, mamma e con un iter formativo ben definito. 

Oggi le sue creazioni non sono più solo sogni di cannella, sono realtà:

sito internet:

http://www.valeriaandersen.portfoliobox.net/

 

Ciao Valeria, sono felice di accoglierti nel salotto di Cultura al Femminile.

Raccontaci di te: che donna sei?

Mi vengono in mente dei tessuti e scarpe.

Forse sono loro che possono descrivere meglio la mia personalità dai toni contrastanti.

Adoro il pizzo sempre romantico ed elegante, ma anche la pelle sempre grintosa e sexy, ed infine la seta come sinonimo di leggerezza e armonia. 

Non sopporto il cotone in quanto lo trovo privo di personalità.

Scarpe? Odio le infradito. Basta questo.

In sintesi: Sono fatta di pizzo, pelle e seta pregiata. 

Non sono pragmatica né razionale, so benissimo non solo cosa voglio, ma anche come lo voglio, solo mi perdo!

Mi piace ottenere quello che voglio senza dare troppo nell’occhio.

Non sono eccessiva. Odio gli eccessi, tolgo sempre qualcosa da dosso prima di uscire di casa.

Odio i tatuaggi.

Valeria Andersen

Quanto è difficile coniugare l’amore per l’arte, l’odierna realtà professionale e la gestione familiare?

Lavoro in silenzio durante il giorno e nel caos dopo con mia figlia e mio marito, ma è quel caos che mi rende creativa.

Sono quei pianti e quelle urla che donano colori e forme ai miei abiti.

Quando cucino esplode il mio ego.

Quando sono a tavola con mio marito racconto.

Ci abbracciamo sempre.

Direi tutto perfetto.

Il teatro e la moda hanno contributi femminili rilevanti, nonostante il primo sia tacciato di maschilismo. Chi sono i tuoi modelli?

Nonostante il primo si tracciato di maschilismo io ho sempre avuto modelli femminili.

 Shirley Maclaine è una tra le mie preferite.

Bellezza discreta, simpatica e piena di brio, ma anche malinconica all’occorrenza, e Lana Turner, sensuale, altera, e magnifica.

Una “Vedova allegra” da capogiro.

Le mie gonne a ruota raccontano molto di loro.

Valeria Andersen

Al contrario, nella moda, ho modelli maschili, come Karl Lagerfeld che ha fatto della sua arte un creatore indipendente. Lagerfeld è stilista, regista e fotografo.

Ogni sua collezione racconta qualcosa che non è mai fine a stessa, non è mai fine al trend del momento.

E poi Alexander MCQueen, che non indosserei, ma adoro la sua storia così trasgressiva e coraggiosa. Nel 1999, a Londra, ha realizzato una sfilata provocatoria in cui comparivano la modella Aimee Mullins, amputata delle gambe, che a grandi passi ha attraversato la passerella su protesu in legno finemente intagliato, e dei robot per la verniciatura delle auto che spruzzavano su abiti di cotone bianco.

Se non è teatro questo!?

Hai ragione! Quali sono, a tuo avviso, gli elementi comuni a Teatro e Moda, sia in generale che nel tuo percorso professionale?

Teatro e Moda hanno un grande comune denominatore: raccontano sempre qualcosa!

Nelle mie collezioni c’è tanto di teatro come avrai potuto leggere nella mia ultima collezione: “conflicting dreams”.

I miei figurini devono parlare e li costringo a farlo, almeno ci provo.

L’esperienza di vita in Danimarca cosa ti ha donato?

La libertà di scegliere quello che volevo fare.

Sono sempre stata definita come troppo “modaiola” da colleghi attori e attrici in genere.

Troppo superficiale perché attenta agli abiti.

Del resto il mio lavoro sul personaggio partiva sempre dal costume, ma era un costume che seguiva i dresscode di una sfilata di moda e non di una piece teatrale.

Non riuscivo ad andare oltre.

Provavo imbarazzo per questo, pensa come potevo apparire agli occhi di registi con cui ho lavorato come Giorgio Albertazzi e Mario Missiroli.

Poi è arrivata Copenaghen, una città piccola ma allo stesso tempo aperta al cambiamento continuo di ogni singolo individuo.

Attori Danesi, famosi, che mi chiedevano il perché di questo imbarazzo.

Una città completamente folle ma al punto giusto.

Dove la creatività deve essere espressa seguendo delle regole, quelle regole di cui avevo bisogno per sostenere quel mio non “rispetto delle regole”, quel mio essere troppo “italiana” e il mio privo senso di pragmatismo.

Dove nessuno viene giudicato in maniera superficiale ma da dove ognuno di noi può fare quello che gli pare utilizzando strumenti che desidera nel rispetto assoluto delle regole.

Una sera incontrai Gabriel Axel, un vecchio regista danese che morì l’anno dopo, in un piccolo teatro di Copenaghen: stava chiacchierando con una ragazza, non so chi fosse, ma le disse in danese qualcosa sulla sua vita, qualcosa di sbagliato che aveva fatto.

Beh, avevo 34 anni mi sono chiesta se era il caso, ma ho deciso di ricominciare a studiare ho fatto un esame di ammissione alla Copenaghen Accademy of fashion design e ho iniziato una nuova vita: La mia!

Valeria Andersen

Il primo giorno in quella scuola mi sono sentita a casa.

Non serve contare gli anni, serve contare gli istanti e negli ultimi 3 anni ho fatto quello che avrei dovuto fare in una vita.

Quegli anni in Danimarca sono stati come tutta la mia vita.

Alda Merini ha affermato: “Se le donne sono frivole è perché sono intelligenti a oltranza”. Cosa ne pensi?

Sono frivola perché sono “modaiola”? Se così fosse, allora sì.

Mi dispiace per coloro i quali non hanno avuto la fortuna di conoscere i colori e le emozioni di chi come me disegna una collezione di moda!

 

Valeria Andersen

 

 

Grazie per averci reso parte, con sincerità ed entusiasmo, di una storia di crescita umana e professionale.

A presto: ci vedremo a Roma e Catania e tu vestirai per me i panni dell’attrice.

Grazie a te, Emma.

 

 

 

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente. Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti. Scrivo per lavoro e per passione. Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui "Cultura al Femminile".Ho pubblicato un saggio, "Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena", un romanzo - inchiesta, "Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità", sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, "Le dee del miele", che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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