“La regina Luna” di Altea Alaryssa Gardini

“La regina Luna”

di Altea Alaryssa Gardini

regina luna

Il giorno in cui era nata, l’avevano adagiata tra le pieghe del cielo e l’avevano cullata fino al sorgere delle ere.

Quando il tempo era venuto, suo padre le aveva donato lo splendore dell’argento per donare il mistero a chi la circondava. Era una vita da fata quella che le era stata destinata.

Giocava con le sue sorelle sulle rive bianche del mare di smeraldo, guardando suo padre mentre riluceva fiero del suo operato. Ben presto l’avrebbe reso fiero di lei, lo avrebbe eguagliato ed avrebbe governato guardando tutti al di sopra di ogni cosa e inondandoli di luce. Tutti i giochi del mondo sarebbero stati suoi: le onde spumose, le ciliegie negli alberi: avrebbe corso tra l’erba alta e fatto il bagno nel latte come le antiche regine.

Molte cose vengono taciute ai bambini dal sangue blu. Viene raccontato loro lo splendore del regno, il fasto dei colori e la gioia di vedere i sorrisi nei volti e nel sentire lo scroscio delle mani che applaudono al loro passaggio.

Quando la sua adolescenza arrivò, le dissero che era stata promessa in sposa e lei sognava baci di fuoco e carezze delicate, desiderava sorrisi e ripetersi di intrecci tra le lenzuola che erano state lavate di fresco e profumavano dei raggi del sole, suo padre. Le dissero che suo marito le avrebbe portato la verità e che non l’avrebbe conosciuta prima del suo arrivo.

Il suo sposo venne un giorno in cui il silenzio era padrone dell’aria; era arrivato conquistandola e l’aveva posseduta, lasciandola stanca tra quelle lenzuola che ora erano ebbre di sangue. Venne l’indomani ma il suo sposo non era al suo fianco, lo aveva cercato ovunque ma l’unica cosa che riuscì a trovare fu solo la verità: lei ora era regina.

Era la sovrana del cielo stellato, la sua luce illuminava tutto in maniera soffusa donando alla sua gente il mistero, mentre loro lo avrebbero chiamato anonimato. Pesava la corona: un cerchio di montagne acuminate come spine che le trafiggevano la pelle macchiando di rosso il suo viso perlato; era una pena insopportabile per le sue giovani membra di donna. Era madre ora, genitrice di un popolo che approfittava delle pieghe del manto stellato per cercare rifugio tra le sue gonne, fra le rocce e nei suoi abbracci. I suoi figli la pregavano per avere protezione e lei, dimenticando se stessa, li accoglieva per non vederli soffrire. Il suo cuore piangeva senza sosta la spensieratezza perduta, la gioia dimenticata e i baci fuggiti.

Aveva sognato tanto di poter essere regina e ora odiava suo padre per averle taciuto tutto quello che avrebbe dovuto sapere. Non era in grado di sopportare la mancanza di ciò che aveva solo creduto di possedere. Tutte quelle cose avrebbero dovuto essere sue ma la corona e la verità gliele avevano sottratte. Quanto poteva essere crudele suo padre? Quando era perfida la sua esistenza?

Essere sovrana l’aveva costretta a nascondere troppi visi e troppe mani. Decise che avrebbe ricacciato indietro le lacrime e avrebbe offerto ai suoi aguzzini il volto bianco e le dita candide, avrebbe affidato i suoi segreti più profondi alle fate e le sue maledizioni più intense alle streghe maligne. Si sentiva invasa e profanata da coloro di cui era responsabile mentre, a loro parere, lei stava facendo solo il suo dovere di regina.

Una notte, in preda al pianto, si recò in riva al mare come faceva da bambina e si inginocchiò, pregando. Implorò il mare di riportare a sé il suo sposo, non voleva più quella verità e desiderava tornare indietro. Chiedeva di essere ubriaca di baci e respirare stanca contro il petto di quell’uomo: voleva essere una sposa felice e non tesoriera di un’immagine taciuta dal sole.

Commosso, il mare le propose un patto. La regina avrebbe tessuto un arazzo che mostrasse ai suoi sudditi il peso di tale fardello e lui, nel giorno in cui lei esibiva il suo lato più vero, avrebbe cercato di sospingere a lei la nave del suo amato.

La regina costruì il telaio e inizio a filare, lo faceva con amore e speranza ma il tempo passava e il mare non le aveva riportato colui che le era stato promesso e fu presa dal dubbio: se lui fosse morto? Se lui non l’avesse mai amata? Se era con giudizio che le aveva fatto quel dono terribile lasciandola sola?

Non poteva darsi pace e la paura le prese a battere nel petto così forte che una notte filava e quella seguente distruggeva il suo operato. Adoperava la sua falce argentea sull’ordito e quella della morte sul suo cuore mentre disfaceva l’intreccio. Ogni mese continuava ad aspettare tra la spuma del mare l’agognato ritorno, ma il suo cuore era diventato di pietra, ucciso dal veleno della strega del terrore. Smise, così, di sperare: ormai era la regina che ha tutto ma in realtà nulla possiede se non il dovere e la Verità.

Liberamente inspirato ad un romanzo in fieri di Emma Fenu.

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