Le tre ghinee di Virginia Woolf

Le tre ghinee di Virginia Woolf

Quanto vale l’indipendenza femminile?

di Valentina Dragoni

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Ritratto di Virginia Woolf (1927).

Per me, che ho aperto le danze cercando di comporre un suo ritratto, è arrivato il momento di chiudere il sipario su Virginia Woolf parlandovi non di un romanzo, ma di un saggio sui generis: “Three Guineas” ossia “Le tre ghinee”.
Dopo aver viaggiato nella vita e nelle opere più famose di questa scrittrice, chiudiamo con una orginale riflessione sulla guerra e su come le donne potrebbero contribuire a sconfiggerla.

Tre pensieri per tre ghinee

Sapete perché ho scelto un saggio?
Perché la dimensione che mi ha avvicinato all’opera di Virginia Woolf è stata proprio la saggistica e per me questa è rimasta la chiave di lettura principale della sua opera, nonché della sua vita.

Nonostante non sia stata una militante nel vero senso della parola, a mio parere Virginia Woolf ha interpretato in un senso molto “politico” la realtà del suo tempo. Io leggo in questo atteggiamento l’espressione di una forza e di un coraggio peculiari per una donna che nella sua condizione, privilegiata e colta, è stata sicuramente avvantaggiata nel potersi dedicare alla questione femminile e a problemi di questa natura senza doversi preoccupare di cose più materiali.
Forse ha dato anche un’interpretazione parziale della realtà , ma il suo occhio affilato e limpido ha colto questioni e problemi che ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, affliggono la nostra società.

La guerra, la condizione delle donne, l’importanza dell’educazione, la possibilità di costruirsi un futuro.
Questi sono tutti temi che sono stati più volte affrontati nelle grandi discussioni tra intellettuali e politici.  Ma in questo saggio Virginia cerca di renderle più vicine a noi, in una specie di lettera aperta nata da un periodo alquanto travagliato.

Una ghinea per una domanda…

“Cosa, secondo Lei, si deve fare per prevenire la guerra?”

Inizia così questo piccolo libello, con una domanda che può sembrare semplice ma, se ci fermiamo un attimo a rifletterci su, saremmo davvero in grado di trovare delle risposte definitive a questo problema? Con una somma a disposizione, saremmo davvero in grado di scegliere tre cause più meritevoli di altre alle quali destinarla per sconfiggere la Guerra?
Partendo da questa domanda, Virginia Woolf costruisce una riflessione più ampia sul contributo che si può dare contro la guerra, soprattutto parlando delle donne e del loro ruolo nella società civile.

La guerra vista dalle donne

Influenzata dagli eventi storici e da quelli personali, Virginia inizia a riflettere su questo tema già alla metà degli anni ’30 anche se solo dopo la fine della scrittura del romanzo “Gli anni”  riesce a concentrarsi davvero sulla stesura di questo saggio.
In un’Europa già percorsa dalle scosse del fascismo e del nazismo e dai venti di una guerra ormai certa, Virginia tenta a suo modo di combattere la paura che questa insicurezza aggiunge alla sua già fragile stabilità psicologica; sono anni convulsi, durante i quali Virginia è inquieta e non viene nemmeno placata dal fatto che il suo ultimo lavoro, “Gli anni”, viene accolto in modo molto favorevole dai lettori.

Virginia ha bisogno di qualcosa che la aiuti a mettere ordine nei tanti pensieri che affollano le sue giornate e rimette mano ad un progetto iniziato qualche anno prima: ella infatti aveva già composto il nucleo di questo saggio, intitolandolo “On being despised” ovvero, “Sull’essere disprezzati/e”. Il titolo nacque in reazione ad un episodio che Virginia avvertì come emarginante: ebbe con Edward M. Forster una discussione sull’opportunità di prendere parte ad un comitato antifascista e l’ scrittore rispose a Virginia che non ci sarebbe stato posto per le donne, perché rappresentavano solo un disturbo.

Il titolo nacque in reazione ad un episodio che Virginia avvertì come emarginante: ebbe con Edward M. Forster una discussione sull’opportunità di prendere parte ad un comitato antifascista e l’ scrittore rispose a Virginia che non ci sarebbe stato posto per le donne, perché rappresentavano solo un disturbo.
In quest’ottica , le donne venivano relegate a funzioni di mero assistenzialismo: andava bene fare le infermiere o promuovere la beneficenza, ma quando si iniziava a parlare di azioni concrete, di questioni politiche, allora nessuna donna avrebbe trovato posto.
Sull’onda di questa emozione, di questo senso di impotenza e rifiuto da parte di una società maschilista e chiusa nelle sue dinamiche tradizionaliste, Virginia alza la sua mano per scrivere una sua proposta: questo saggio è per me un atto di sfida, un urlo contro un mondo che relegava (e in alcuni casi, relega ancora oggi) le donne ad un ruolo marginale.

Da dove si inizia a combattere la guerra?

Sotto forma di una lettera in risposta ad un avvocato, poco a poco nasce un’opera che è una risposta accorata a domande che Virginia sentiva pressanti e alle quali sente che è arrivato il momento di rispondere.

A dire il vero di risposte me ne sono venute in mente diverse, ma ciascuna andrebbe spiegata, e le spiegazioni richiedono tempo. […] Si potrebbe riempire un foglio intero di giustificazioni e di scuse; non è il nostro campo, non abbiamo le conoscenze e l’esperienza necessarie… e sarebbero tutte cose vere.

Virginia inizia affermando che le donne non hanno le competenze per occuparsi della guerra, ma sottolinea anche che questa mancanza non dipende dal loro essere donne ma dal fatto che i loro padri e fratelli le hanno sempre tenute un passo indietro, relegandole ad un mondo fatto di salotti e beneficenza. Per le donne, la guerra non può avere lo stesso significato che ha per gli uomini, perché non ne vedono il lato glorificatore quindi chiedere loro cosa si può fare per evitarla è inutile.
Il mittente della lettera propone tre modi in cui lei (e quindi le donne) può attivarsi contro il fascismo e la guerra

La prima è di sottoscrivere una lettera ai giornali; la seconda è di diventare membri della tale associazione; la terza, di dare un contributo in denaro a quella associazione.

Ma tutti e tre sono soluzioni che non hanno un effetto reale sul problema.

Le “figlie degli uomini”

Cosa possono allora fare le donne? Cos’è in nostro potere?
Con amarezza, Virginia dice

È vero, le figlie degli uomini colti non godono di alcuna influenza diretta; ma detengono l’arma più potente di tutte, possono cioè esercitare una grande influenza sugli uomini colti.

Quindi, le donne hanno solo un potere per procura, devono agire lateralmente per arrivare dritte alla soluzione. Non potendo fare, devono spingere a fare.

È questo vero potere? Secondo Virginia (e secondo me) no, perché non dà alcuna rilevanza alla donna come soggetto sociale. Non le riconosce alcun ruolo che non sia quello di spalla, in tutto e per tutto dipendente da qualcun altro.
La chiave di tutto è proprio qui, nell’indipendenza. E come la si raggiunge? Guadagnandosi da vivere con il proprio lavoro, educandosi, frequentando la società non come soggetti passivi ma come attrici protagoniste della propria vita e di quella del proprio paese.

[…] il diritto al voto, […] si accompagnò misteriosamente a un altro diritto di così enorme valore per le figlie degli uomini colti da modificare il senso di quasi tutte le parole del vocabolario, compresa la parola “influenza”.

Virginia si riferisce al diritto di accedere alle libere professioni, concesso alle donne in Inghilterra nel 1919: questo ha spalancato la porta alle donne ad un mondo di possibilità ma, soprattutto, le ha liberate dalla dipendenza dalla propria famiglia. La donna può finalmente esercitare un’influenza nuova, quella che deriva dal potere scegliere in autonomia della propria vita.

Il lavoro come strumento di vera indipendenza

La ribellione delle donne inizia quindi con il lavoro, con il potersi mantenere con le proprie forze; è un potente atto di forza nei confronti di un mondo patriarcale che le soffoca. Già durante la Prima Guerra Mondiale, le donne che si sono dedicate a soccorrere i feriti, che hanno lavorato negli ospedali, hanno dimostrato che questa era la via da seguire per potersi imporre come individui.
Le donne devono trovare la loro strada, il loro modo di lasciare un’impronta nella società; è questo, a mio parere, un tema importantissimo perché ancora si dibatte sul fatto che, per raggiungere la parità con gli uomini, troppo spesso vogliamo somigliargli.

Virginia sembra andare dalla parte opposta: le donne non sono uguali agli uomini, o meglio, non lo è il loro modo di interpretare il mondo. Quindi, anche il loro percorso per arrivare ad avere un ruolo attivo, una vera influenza nella società, deve essere personale.

Solo in una cosa uomini e donne devono essere uguali: nella possibilità di accedere all’istruzione, soprattutto a quella universitaria.
In questo punto emerge secondo me tutto il risentimento personale di Virginia per non essere stata educata come i suoi fratelli, per non aver potuto andare al college. Ricordiamoci che la nostra amica proveniva da una famiglia colta e benestante; eppure, questo non ha impedito alla tradizione che la voleva educata in casa di vincere.
È questo quindi che fa scrivere a Virginia

La maniera più efficace di prevenire la guerra, attraverso l’istruzione, è di contribuire il più generosamente possibile ai colleges per le figlie degli uomini colti.

La seconda ghinea per l’istruzione

Qui si apre il secondo capitolo del saggio, la seconda parte della lettera.
È l’istruzione universitaria l’arma davvero imprescindibile per le donne che vogliono essere davvero influenti. E l’indipendenza di pensiero nasce da quella economica.
La seconda ghinea va quindi devoluta all’università femminile che permette alle donne di accedere alle libere professioni.
Virginia argomenta in modo molto dettagliato le sue ragioni, riportando dati e somme che evidenziano la grande sproporzione tra le possibilità maschili e quelle femminili, oltre che la retribuzione. Ci suona familiare?
Se riuscissimo a persuaderle a usare quella arma contro la guerra, vi saremmo più utili che non chiedendo aiuto alle donne che devono insegnare a guadagnarsi da vivere alle giovani.

L’importanza del lavoro femminile

Allora il pregiudizio sul lavoro femminile era radicato; i lavori femminili erano sottovalutati e pagati poco e quando le donne riaffermavano il loro ruolo venivano derise o peggio.; si arrivava a dire che, per colpa delle donne al lavoro, gli uomini erano costretti ad oziare!
Anche le donne affermate avevano poco raggio d’azione, un circolo ristretto in cui poter esercitare la propria influenza : pochi mestieri ai quali accedere e poche scuole che le formano alla vita attiva. Anche qui, Virginia dimostra tutta la sua modernità , mettendoci di fronte ad una staticità sociale che ancora oggi ci trasciniamo dietro come un peso morto.

Virginia afferma che la sua ghinea verrà donata solo a condizione che sia spesa per garantire che il lavoro venga concesso a chi ne ha le capacità, senza distinzione di genere, razza o colore.

A chi donale l’ultima de “Le tre ghinee”?

Infine, la terza ghinea è anche quella che riassume il percorso fatto lungo tutto il saggio; è infatti quella destinata a finanziare non solo un’associazione maschile contro la guerra, ma anche le donne che lavorano e che si guadagnano da vivere autonomamente.
Sono queste le donne che riescono ad avere una vera influenza sulla società, perché libere dai vincoli della dipendenza dall’uomo e dalle sue regole; in grado di pagare per il proprio sostentamento, non devono chiedere conto a nessuno delle loro decisioni. Queste donne sono responsabili in tutto e per tutto delle loro azioni e la consapevolezza di questo è in grado di farle divenire davvero il motore del cambiamento.
Torna ancora il tema già trattato in “Una stanza tutta per sé” dell’indipendenza economica come conditio sine qua non dell’indipendenza sociale e del peso delle proprie decisioni:

Perciò, poiché non abbiamo alcun potere sulle donne che si guadagnano da vivere leggendo e scrivendo, dobbiamo rivolgerci a loro umilmente, senza imporre ricatti o minacciare sanzioni.

E secondo Virginia, è qui che si innesta il legame tra l’indipendenza economica delle donne e la guerra: chiedere alle donne di non sacrificare il loro intelletto alle imposizioni dei loro padri e fratelli significa coinvolgere nella creazione di un mondo diverso, perché per le “figlie degli uomini” la guerra ha un significato diverso. E il loro modo di reagire alla guerra è diverso.

La ghinea dell’indifferenza

È qui che si ricollegano tutti i temi affrontati da Virginia nel saggio, nella progettazione del modo nuovo delle donne di influire sulla società. La creazione della Società delle Estranee, un gruppo di donne il cui compito non è quello di dissuadere fratelli e figli dal partecipare alla guerra, ma al contrario di assumere un atteggiamento di totale indifferenza.
Queste donne non dovranno combattere la guerra con le armi, ma con l’astensione. Dal momento che la donna non capisce il significato che gli uomini danno alla guerra, è necessario che non vi partecipi perché tutte le sue azioni sarebbero vane. L’unica cosa veramente influente che può fare è lottare per guadagnarsi da vivere da sola: così facendo, diverrebbe vitale per l’economia e per la società e ogni sua azione avrebbe conseguenze determinanti.

Questa è per Virginia l’unica via per il genere femminile di agire nella società moderna. Le donne non devono farsi coinvolgere nelle dinamiche che non possono capire, ma lavorare su un binario parallelo per sviluppare una loro autonomia individuale.

La logica nell’illogico: l’indifferenza come partecipazione

Sicuramente, avrete capito la complessità de “Le tre ghinee” dalla confusione con la quale ne ho parlato!

Ma in “Le tre ghinee” c’è tanto della questione femminile e, come in ogni scritto di Virginia Woolf, vi possiamo trovare numerose chiavi di interpretazione. Io ho cercato di tracciare il filo che tiene collegate le tre ghinee; non so se ci sono riuscita, ma spero almeno di avervi incuriosito.

La domanda non è solo quella da cui parte Virginia Woolf, ma sono tante come le possibili risposte che ognuna di noi può dare al grande quesito del ruolo della donna, della sua influenza nella società.

In “Le tre ghinee”, credo che Virginia Woolf abbia dato una risposta incredibilmente originale alla partecipazione femminile. Dove molte altre militanti femministe avrebbero predicato l’azione e il coinvolgimento, lei invece celebra la separazione. Attenzione, però, la seperazione di Virginia, come l’indifferenza, non significano inerzia: sono armi non convenzionali che spingono le donne a cercare una loro personalissima strada alla risoluzione dei problemi che affliggono la società.

Dal momento che non interpretano il mondo con gli occhi degli uomini, non si può pretendere che propongano soluzioni da uomini.

Virginia non era una barricadera, quindi risponde con gli strumenti che le sono congeniali. Attraverso la scrittura, Virginia invita le donne a studiare, a praticare i mestieri, a rendersi indispensabili per quello che sanno e possono fare, nel loro modo e con i loro mezzi. Non devono vivere nel mondo degli uomini come esseri passivi o come antagoniste, ma come soggetti che aggiungono alla società un valore che è quello della differenza.

Alla fine, quello che conta davvero per noi donne è proprio la nostra differenza dagli uomini. Noi possiamo e dobbiamo avere gli stessi diritti e le stesse possibilità, ma sta a noi anche imparare a trovare una strada che sia solo nostra. Virginia, da grande anticipatrice dei tempi, lo aveva capito quasi un secolo fa e ci invita a spendere più di tre ghinee.

 

Perché cadaveri e macerie saranno il nostro destino se voi, nell’immensità delle vostre astrazioni pubbliche, dimenticherete l’immagine privata , e se noi, nell’intensità delle nostre emozioni private, dimenticheremo il mondo pubblico. (…) entrambi siamo decisi a fare il possibile (…) voi con i vostri metodi noi con i nostri. E poiché siamo diversi, i nostri modi saranno diversi. (…) il modo migliore di aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e di seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. Non è di entrare nella vostra associazione, ma di rimanere fuori pur condividendone il fine. E il fine è il medesimo: affermare il diritto di tutti- di tutti gli uomini e di tutte le donne- a vedere rispettati nella propria persona i grandi principi della Giustizia, dell’Uguaglianza e della Libertà.

Riferimenti:

Woolf, Virginia “Le tre ghinee”, Ed. Universale Economica Feltrinelli, con l’introduzione di Luisa Muraro, Milano, 2010.

https://it.wikipedia.org/wiki/Le_tre_ghinee

 

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