“Il Paese degli omini di creta” di Elvira Rossi

“Il Paese degli omini di creta” di Elvira Rossi

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I preparativi iniziavano presto e interrompevano la monotonia delle giornate invernali, sempre più fredde e piovose.

Quando al pranzo dell’8 dicembre comparivano gli struffoli, palline dorate di pasta fritta, profumate di miele e decorate con confettini colorati, i bambini gioivano. Era il chiaro  segnale che da quel giorno si sarebbe potuto dare l’avvio all’allestimento del presepe.

Lino di otto anni, Mena la sorellina di sette e Antonio di quattro erano ansiosi di riappropriarsi delle statuine, che venivano custodite nel sottotetto al secondo piano della casa.

La soffitta era arieggiata da due finestrelle chiuse da grate di ferro. Una sconsolata lampadina, che pendeva a un semplice filo elettrico, illuminava malamente l’ampio locale.

Gli ingombri disegnavano angoli misteriosi e stretti labirinti, che eccitavano la curiosità dei piccoli esploratori. Ma a loro era impedito di entrare, si temeva che avrebbero potuto produrre dei danni oppure incappare in qualche inciampo.

Lo stanzone, così era chiamato, gremito da una babilonia di malconce mercanzie, era adibito soprattutto a dispensa, dove venivano riposte le provviste, che il colono portava, a scadenze stagionali, da un podere distante dalla città.

Presenze di una civiltà contadina ambivano a occupare un cantuccio di una qualsiasi dimora signorile.

Damigiane impagliate colme di vino e di olio.

Un voluminoso sacco di iuta, che stava ritto come un gendarme, tanto era appesantito da pigne, che diffondevano un profumo d’incenso.

Una cassapanca tarlata, che aveva per anni custodito lenzuola di lino, era stata declassata. Ormai ospitava solo fichi, essiccati sotto il sole del Cilento e lavorati da mani contadine dalla pelle callosa e dal tocco vellutato.

In un angolo, un sacco di carbonella, da cui Carmela la domestica, all’alba di ogni giorno, attingeva una porzione generosa, per accendere il braciere, prima che tutti si fossero alzati.

A una smilza trave, che attraversava in lunghezza l’intero stanzone erano sospesi graspi d’uva dagli acini neri già raggrinziti, pendoli di rossi pomodorini corrugati dall’aria asciutta, collane di peperoncini piccanti, fasci di origano montano.

Ovunque era un tripudio di colori e forme bizzarre, ma soprattutto una festosa confusione di fragranze, indistinguibile l’una dall’altra, avrebbe colpito chi avesse fatto capolino in quel vano pittoresco come un bazar.

Tra le prelibatezze commestibili si confondevano oggetti dismessi da tempo. Una cappelliera impolverata sopra a un tavolinetto traballante. Appesi a dei chiodi, sulle pareti imbiancate a calce, un setaccio dal bordo di legno e pentole di rame.

Un’ingombrante caldaia annerita, che veniva tratta fuori, a luglio, per bollirvi le bottiglie di pomodoro e altre cianfrusaglie, non sempre identificabili con immediatezza, affollavano in maniera eccentrica quello spazio.

In una rientranza, che formava una vera e propria nicchia, sopra dei ripiani di pietra, scatoloni di cartone.

E lì si indirizzava lo sguardo impaziente dei bimbi, quando il pomeriggio dell’8 dicembre si apriva la

porta dello stanzone.

In attesa della ricompensa restavano diligentemente sulla soglia. Immobili come soldatini disciplinati seguivano le mosse del papà che, dopo aver scansato qualche ostacolo, sollevava alcuni scatoloni e li portava a uno a uno giù per le scale.

Chi non rispettava il divieto di entrare era Mao, il micio impiccione, che rapidamente si intrufolava,  sparendo alla vista.

Gli scatoloni di cartone venivano riposti sul pavimento della stanza dei giochi, perché potessero essere aperti con agio dai bimbi.

Aveva così inizio la lunga avventura prenatalizia.

Lino il più grande dirigeva come un capitano le operazioni e pretendeva che Mena eseguisse gli ordini. Antonio il più piccino voleva esserci a tutti i costi e cercava di difendere il diritto di partecipare alla festa.

Gli scatoloni restituivano alla luce il paese del presepe: casette di cartapesta, ponti di sughero, laghetti e ruscelletti di stagno, fontanelle di gesso, recinti di cannucce, alberelli dalla chioma stopposa, cieli stellati di carta lucida, stelle luccicanti.

L’attrazione maggiore, però, era costituita dagli omini, che venivano estratti con straordinaria delicatezza dai gomitoli di paglia.

Le statuine di argilla erano genericamente definite “pastori”, solo in un secondo momento si arrivava a un riconoscimento anagrafico attraverso l’attribuzione di un nome.

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Posti sopra il piano di legno di un tavolo grezzo, venivano ispezionati e selezionati. A un lato andavano i pastori integri e a un altro lato quelli malandati. Chi aveva perso un braccio, chi una gamba, chi la testa, o più pezzi. Bisognava ripararli. L’attenzione era diretta soprattutto ai disastrati.

Nell’oscurità e nella solitudine di undici mesi, le statuine d’argilla chissà quale battaglia cruenta avevano combattuto e i feriti non mancavano.

I bimbi, sebbene rivolgessero sguardi pietosi alle vittime di invisibili battaglie, in fondo non erano così addolorati.

L’entusiasmo di ricomporre quei corpi mutilati gettava un’ombra sulla sincerità di certe esclamazioni di commiserazione: “Poverino!”, E ancora: “Vedi questo com’è ridotto”!

Si allestiva una sorta di ospedale, per soccorrere i malati da risuscitare a nuova vita e gli interventi erano attenti e minuziosi. Sicuramente le operazioni di restauro non si sarebbero risolte in un pomeriggio.

Tuttavia urgeva guarire i feriti per Natale. Per il 25 dicembre tutti ritti e in ottima salute.

I pezzi venivano incollati con la cera sciolta, nei casi più seri si utilizzava un bastoncino di ceralacca.

Questo compito difficile, a rischio bruciatura, spettava a Lino, il chirurgo faccendiere. A Mena l’infermiera toccava rimuovere delicatamente le diverse sbavature di cera o pece.

Beh, in qualche modo bisognava ricordarle che era una femminuccia! Doveva pur imparare a convivere con l’inferiorità di genere.

Accadde, però, un evento strabiliante.

Tra le statuine c’era una vecchina dal corpo sgraziato, una venditrice di carbone. Mena la guardava con sospetto. Alcune volte aveva persino la sensazione che le facesse l’occhiolino. La suggestione aumentava e la bimba la girava di spalle, la nascondeva tra le altre figurine, per non incontrare quell’espressione ammiccante.

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La bimba era rimasta sola, perché il fratellino si era allontanato per cercare un piattino dove far colare la cera, quando sentì una vocina dolce dolce, che usciva da quella goffa figura di donna. Sembrava la voce di una fata tanto era melodiosa:”Bimba mia, abbi pazienza e tanta ancora ne dovrai avere. Soffrirai molto. Ma verrà un giorno, in cui tu sarai un chirurgo vero e nessuno potrà trattarti come una femminuccia”.

Le parole traboccanti di benevolenza stupirono Mena.

La bimba, pur non prestando molta attenzione alla profezia, incominciò a comprendere che un volto imperfetto poteva nascondere un cuore di fata.

E da quel momento, anziché sfuggirlo, cercava lo sguardo della vecchia carbonaia, quasi a farsi perdonare di aver pensato male di lei.

Questo episodio segnò un semplice intermezzo prima delle ripresa alacre del lavoro.

Gli strumenti, per eseguire gli interventi, venivano allineati ordinatamente sul tavolo: acquerelli, tempere, pennelli dalle setole piatte o arrotondate, morbide o dure. Che fossero arnesi di un laboratorio artigiano o di un’infermeria poco importa.

Lo svago più allettante era pitturare le statuine, per nascondere le ferite rimarginate.

I guerrieri lesionati solitamente non erano numerosi e lo spasso si esauriva rapidamente. Così si pensava bene di esaminare i sani. Sì, erano illesi, però, poverini erano un po’ pallidi. Chiusi per tanti mesi  e lontani dalla luce erano smorti. Anche loro necessitavano di essere soccorsi. La lunga permanenza al chiuso li aveva sbiaditi.

E i tre bambini convenivano che fosse indispensabile rianimarli.

Quindi anche le statuine, che godevano di buona salute, non sfuggivano alle manine dei maghetti, che si atteggiavano a esperti chirurghi.

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Tutte finivano con l’essere ridipinte e poi messe ad asciugare sull’ampio davanzale di pietra di una finestra, che si affacciava in un cortile soleggiato.

I piccoli Giotto ammiravano soddisfatti le figurine di creta, resuscitate dal lungo torpore.

Le fragili creature erano rassegnate, sapevano di dover pagare un prezzo, per essere state liberate dal buio angoscioso. Poi in fondo, pensavano, non era neppure tanto male essere riscaldate dalle manine imbrattate dei  bimbi. Erano tocchi lievi e morbidi come carezze.

La sensazione spiacevole era trasmessa dai pennelli ispidi. Le setole facevano il solletico e le creature avrebbero riso volentieri ma, svelando la vera identità di anime vive, avrebbero sconvolto la quiete dei piccoli amici.

L’apparenza di statuine serie e imperturbabili imponeva che non potessero né ridere né protestare.

In verità gli omini di creta, dopo il lungo esilio, desideravano essere amati e coccolati. E chi di loro fosse passato inosservato, avrebbe molto patito per la dimenticanza.

E infatti i bambini si trovarono a dover fronteggiare degli imprevisti causati dagli omini di argilla, che non ammettevano di essere trascurati.

Giustappunto nella bottega del calzolaio c’era un giovanissimo garzone dall’apparenza florida e vivace.

Lino, Mena e Antonio lo ammiravano per la perfezione, ma nessuno lo sfiorava. Eppure quella statuina aveva tanto freddo, avrebbe voluto essere riscaldata e cercava di attirare l’attenzione dei bimbi, ma non sortiva alcun risultato.

Intanto il gelo dell’indifferenza un po’ alla volta si propagava nel suo corpo. Stava male, il cuore andava a mille e il respiro diventava affannoso. Fu preso dalla paura della morte e incominciò a piangere sommessamente.

Le lacrime silenziose e invisibili rigavano il viso e scivolando, andarono ad arrestarsi sul petto e formarono delle zone opache sulla camicia sbrindellata.

A un certo punto Lino notò le macchie e osservò: “Vedi, Mena, è da dipingere anche questo. Perché lo hai messo in disparte? “

Lino stese il braccio e strinse nella manina il pastorello, che a quel contatto soffice e delicato non oppose alcuna resistenza.

Il ragazzo d’argilla represse la commozione e chiuse gli occhi, per assaporare ancora più profondamente il piacere di un incontro accogliente e carezzevole. Intanto sentiva che nel corpo irrigidito rientravano le forze vitali, che erano state sul punto di abbandonarlo.

Subito dopo percepì il pennello, che veniva passato con leggerezza sopra la pancia, dove erano le impronte prodotte dalle lacrime. La sensazione non fu molto piacevole. Il garzoncello rimase  sospeso tra il solletico e il fastidio, non sapeva se ridere o protestare. Avvertì un brivido di freddo, ciononostante trovò la forza di sorridere. Ormai il calore, trasmesso da quelle manine sudicie, gli era entrato all’interno, tanto da poter essere tollerata la molestia della vernice. Le tribolazioni erano terminate e ora poteva considerarsi felice: anche lui aveva guadagnato uno scampolo di amore. Solo questo contava.

Tra le statuine, che scalpitavano come puledri desiderosi di carezze, c’era pure un vero pastore, macilento sì, ma per sua disgrazia privo di qualsiasi segno di malanno. Trascorrendo le giornate sempre in compagnia con le capre, sognava di evadere un po’ da una solitudine malinconica.

Fortunatamente intervenne qualcosa di singolare, che gli riconsegnò la gioia di vivere.

A un tratto i bambini sentirono un leggero fremito nell’aria, pensarono che si trattasse di un moscone e incuriositi si girarono. A quel movimento repentino seguì un tonfo. Toh, era caduto proprio il pastorello dimenticato. Ci fu un: “ Oh” di meraviglia. Come era potuto accadere? Chi era stato a causare la caduta? I fratellini si accusarono a vicenda e mancò poco che non litigassero. Mena stava per piangere, perché Lino giurava che fosse stata lei e a nulla valeva la difesa della bimba.

E mentre i più grandi discutevano, al più piccino non era sembrato vero poter intervenire.

Antonio si chinò e con un atteggiamento compassionevole raccolse le membra fratturate e le depose sul tavolo.

La pace tra Lino e Mena intanto era stata momentaneamente ripristinata dall’intervento della madre.

Il povero pastorello aveva perso un braccio, una gamba e pure la bisaccia.

Insomma una vera tragedia. Lino e Mena se lo passarono a vicenda, per esaminarlo bene e valutare il danno. Lino questa volta appariva impensierito. Sarebbe riuscito a risanarlo? A preoccuparlo di più era quella piccola bisaccia andata in frantumi, per fortuna non era di vitale importanza

Lino lanciò ancora uno sguardo eloquente e rancoroso alla sorellina. “ Voi femmine fate solo guai”, era questo il significato di quegli occhi corrucciati.

Una volta il papà aveva pronunciato quella frase e  Lino colpito da quella rivelazione non l’aveva più dimenticata. Non poteva non credergli, il papà diceva sempre la verità. Doveva essere proprio così: le femmine sono tutte maldestre.

Lino rimase fermo nella convinzione che la responsabilità fosse della sbadata sorellina, mentre Mena continuava a chiedersi:”Come avrà fatto a cadere, se non è stato sfiorato da nessuno?”

Che fosse stato proprio lui, il pastorello, a voler cadere? Mah! Congettura da non poter  respingere.

Le creature d’argilla sono magiche e imprevedibili.

Adesso il pastorello era felice e passando di mano in mano, pur lacerato dal dolore, sentì un calore che gli entrava dentro, fino a raggiungere il cuoricino di creta. E non gli importava affatto di aver perso gli arti e meno ancora gli interessava la bisaccia, che conteneva solo un pezzo di pane stantio. Una sensazione di benessere attraversò quel corpicino rigido ed esile. Il tepore delle manine gli donarono l’ossigeno per vivere. E poi era sicuro che i bimbi avrebbero curato le sue ferite. E questa certezza allontanava persino la sofferenza fisica.

Il garzone e il pastore non furono gli unici a trarre beneficio dall’affetto dei bimbi. Si verificò anche un caso eclatante di un personaggio, che fu riportato sulla retta via.

Il paese degli omini di creta era vario e tra i suoi abitanti ce n’era uno dall’aria insolitamente raffinata. In una Betlemme di povera gente era davvero una figura fuori luogo. Che provenisse da Marte o dal Futuro, non lo si poteva escludere. Infatti l’uomo aveva giacca, cravatta, cappello, e non mancava neppure un elegante bastone, come elemento di distinzione.

I bambini l’avevano ricevuto in dono, non ricordavano neppure da chi, e sicuramente non amavano molto quella figurina dall’atteggiamento altero e borioso. A loro ricordava il direttore, non proprio simpatico, della scuola elementare.

Tutte le statuine erano contraddistinte da un nome o un soprannome, che veniva portato con fierezza. Era una questione non solo di identità, ma di reputazione. Solo a quell’omino superbo i fratellini non avevano mai pensato di assegnargliene uno. Non meritava tanta attenzione, per l’alterigia che non mancava di esprimere in ogni occasione.

Gli abiti, che indossava, facevano supporre che provenisse dal Futuro, ma in fondo era della stessa materia degli altri, effimero e mortale come tutti gli esseri viventi.

I bimbi, quando lo dovevano nominare, si limitavano a dire semplicemente: “Quel pastore là”, segnandolo con l’indice della mano.

Quella figura, che si reputava un gran signore, ogni volta di fronte a tale definizione si adirava profondamente. – A me pastore! Che mi si dia del signore, come osano questi bimbi screanzati di darmi del pastore! Io le pecore, non le ho mai possedute. Non vedono che sono un galantuomo. Prima o poi riceveranno una punizione. –

E l’astio dentro di lui cresceva sempre di più.

I fratellini non potevano certo immaginare che una di quelle amabili statuine nutrisse nei loro confronti un sentimento così cattivo di rancore.

L’omino superuomo si struggeva, non riusciva neppure a riposarsi, era sempre smanioso. Pensava a come vendicarsi, ma non era certo facile agire contro i tre monelli.

Il suo viso già arcigno diventava sempre più fosco per l’ira.

Antonio, il più piccino fu il primo a notare il cambiamento. Lo prese e lo consegnò a Mena, chiedendole di ripulire la faccia sporca. Ma mentre lo porgeva alla sorella, se lo lasciò sfuggire di mano.

Nella caduta l’omino stranamente perse la cravatta, il cappello e il bastone, a cui teneva molto.

-Che strano che non si siano rotte le gambe o le braccia!”- notarono subito i bambini meravigliati, mentre lo raccoglievano sul pavimento.

Quando le dita infantili lo ebbero sfiorato con delicatezza, l’omino avvertì una sensazione sconosciuta di letizia. E delle strane vibrazioni fecero battere quel cuore di pietra.

Sperò di essere trattenuto più a lungo possibile in quelle manine.

Antonio esultando batté le mani e affermò che quell’omino era più bello senza né cappello e né bastone. I fratelli si scambiarono uno sguardo di approvazione e risero divertiti.

-Sì, Antonio aveva proprio ragione.- Senza cappello e senza bastone era più simpatico, non solo sembrava essersi liberato dalla protervia, ma assomigliava pure ad Aniello il sacrestano, che era decisamente un brav’uomo.

Nell’omino prevalse la contentezza di avere un nome e la spocchia fu abbandonata di buon grado.

La verità è che nelle anime di creta pulsavano le anime vive della gente di Borgoantico.

Infatti in quei giorni speciali tutti gli abitanti di Borgoantico si trasferivano a Betlemme, per attendere il Santo Bambinello.

C’erano tutti, ma proprio tutti, non mancava nessuno. E soprattutto c’erano i poveri e gli umili. E chi non era povero, pur di esserci, aveva dismesso il proprio abito e ne aveva indossato uno modesto, per essere degno del Bambinello, che, sì, amava tutti, ricchi e poveri, però non apprezzava né lo sfarzo e né il  potere.

Per questa ragione sul presepe in primo piano comparivano i più poveri di Borgoantico.

Non passava certo inosservata la lavandaia Alfonsina, sempre china sulla tinozza. Sì, proprio lei, che ogni settimana andava a fare il bucato a casa dei bimbi.

Emergeva pure Luigi il pescivendolo, che sperava che qualcuno gli comprasse quei pochi pescetti, pescati con una reticella più rattoppata dei suoi abiti. Al mattino arrivava presto tirando il carretto, come se l’asino fosse stato lui e si fermava davanti ai portoni, aspettando che qualcuno scendesse a comprare un cartoccio di alici.  E se non compariva nessuno, quando si allontanava, i suoi passi erano più lenti, perché pensava a quei bambini affamati, che aveva lasciato a casa.

Nientemeno faceva mostra di sé persino Donato, lo sciocco straccivendolo, che in cambio di panni vecchi, donava una bacinella marmorizzata di terraglia.

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Bene in vista compariva anche Matteo il beccaio, che fuori la bottega, all’angolo della strada, appendeva a dei ganci di alluminio tacchini e pollastri spennati, che penzolavano tristemente nel vuoto.

Insomma per Natale, Borgoantico si svuotava e i suoi abitanti, in massa, si sparpagliavano nelle viuzze di Betlemme.

Il trasloco di un’intera popolazione comportava una miriade di attività, che assorbivano piacevolmente i pomeriggi dei tre fratellini.

Le necessità da fronteggiare erano molteplici. Bisognava riparare il tetto delle casette scoperchiate da qualche uragano. Quei poveri esseri di creta chissà quante calamità erano stati costretti a subire in una triste condizione di isolamento, senza che alcuno avesse potuto soccorrerli.

In aggiunta si imponeva la necessità di rendere più armonioso il paesaggio brullo del presepe. A tal fine tutta la famiglia organizzava una passeggiata domenicale lungo i sentieri di campagna, per raccogliere zolle di muschio, staccandolo dai muri umidicci o dalla corteccia dei tronchi.

La concitazione di quelle giornate frenetiche crebbe, quando tra lo sconcerto generale fu scoperta un’allarmante sparizione.

A un certo punto, pur rovistando accuratamente nei diversi scatoloni, ci si accorse che mancava niente meno la grotta con i personaggi della Natività.

L’esplorazione fu attenta e minuziosa, seguita da diverse spedizioni in soffitta, ma ogni tentativo risultò inutile.

La Sacra Famiglia era introvabile. Che fosse stata rapita da qualche malandrino? E chi aveva osato violare il Bambinello? Era il pensiero, che angosciava Lino, Mena e Antonio. Era una perdita intollerabile. Un Presepe privo delle sante figure non avrebbe avuto alcun significato.

Ipotesi e interrogativi si srotolavano in rapida successione.

Carmela la domestica amava i tre fratellini, che però non sempre le ubbidivano e volle approfittare del disgraziato evento, per impartire una lezioncina ai birbantelli. Con convinzione e solennità affermò che Gesù Bambino era andato via, perché loro erano troppo birichini.

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Apriti cielo! I fratellini, che fino ad allora avevano trattenuto le lacrime, avviliti incominciarono a singhiozzare.

Intervenne la mamma a porre rimedio all’insinuazione della maldestra Carmela e riuscì a rassicurarli. Gesù Bambino li amava ancora, non li avrebbe mai abbandonati e presto sarebbe ritornato da loro. Dovevano stare sereni e tranquilli.

Una sera il papà con aria soddisfatta rientrò con un pacchetto tra le mani.

I bambini intuirono che c’era una sorpresa per loro, gli si precipitarono incontro e quasi gli strapparono dalle mani la scatolina rossa. L’aprirono rapidamente.

Erano le statuine della Natività. Molto discordanti da tutte le altre, apparivano stranamente leggere, lucide e lisce al tatto.

I bimbi non avevano visto niente di simile, erano attonitii, le scrutavano con il respiro sospeso, senza esprimersi.

Prima che i bambini proferissero una parola, il papà con tono allegro ruppe il silenzio: “Vedete queste statuine come sono belle! Non potranno mai rompersi. D’ora innanzi non avrete più il problema di incollarle e pitturarle.”

E poi con aria trionfante sentenziò: “Sono di plastica”.

Parole terribili, che uccisero la magia delle anime di argilla.

 

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