Il sangue degli altri di Simone de Beauvoir

La responsabilità individuale e la Storia

di Paola Caramadre

Copertina

Il sangue degli altri di Simone de Beauvoir

Simone de Beauvoir non è un autore facile. Le sue trame, il suo linguaggio, il suo stile sono lame affilate che affondano nell’essenza, fragile e resistente, della sua memoria personale.

Leggere Simone de Beauvoir significa immergersi nella materia di un’epoca, significa attraversare il tempo ed essere con lei di fronte a determinati istanti, irripetibili e unici perché affidati alla Storia.

Eppure, questa sua scrittura fondata sulla verità è anche una astrazione dalla verità. Le storie dei singoli, dei protagonisti e dei comprimari, delle figure opache sullo sfondo, sono metafore delle scelte che competono a tutti.

Il secondo romanzo della scrittrice francese, pubblicato da Gallimard nel 1945, nasce da un assioma mutuato da Dostoevskij: “Siamo tutti responsabili di tutto davanti a tutti”.

Il sangue degli altri” è questo. Il dibattito interiore che lacera e consuma il protagonista Jean si articola intorno alla ricerca di una connessione profonda tra le azioni. Nessuno si salva. Nessuno può ipotizzare nemmeno lontanamente di compiere una scelta e non originare con questo atto delle conseguenze. In questa ottica ogni scelta compiuta da un individuo cessa di essere privata ma diventa collettiva e pubblica. La responsabilità non è più individuale, ma storica.

Entriamo in questa crudele analisi interiore, in questo drammatico quadro storico attraverso l’interiorità del protagonista del romanzo, Jean. La de Beauvoir sceglie come alter ego, come portavoce di una radicata convinzione filosofica e morale, un uomo.

Il motore dell’azione, la vittima sacrificale e designata e quindi il vero protagonista delle dicotomie responsabilità-storia e individuo-collettività è una donna: Hélène. La donna incarna l’umanità, proviene dalla classe operaia e compie la difficile progressione di emancipazione, coscienza di sé e riscatto. Sullo sfondo, la seconda guerra mondiale che, nell’intreccio narrativo, svolge la duplice funzione di scenario e di condizione irripetibile sul piano determinante della storia.

Come incontriamo i protagonisti? L’autrice li nomina uno per uno, li distacca dall’ombra e li proietta sotto la luce del palcoscenico, ne conosciamo i nomi, percepiamo la drammaticità degli eventi, sentiamo la paura, lo stato di emergenza che vivono i comprimari e ci affianchiamo ai passi dolenti di Jean e insieme a lui varchiamo la soglia del dramma interiore. La donna, Helene, non ha ancora un nome. Non ha una voce, non ha un volto, ma ha un respiro. Il respiro troppo evidente dei moribondi. Aspettiamo l’alba e ascoltiamo Jean che guarda quel corpo nascosto sotto un lenzuolo:

Aprì la porta. Decidere. Gli occhi sono chiusi, un rantolo sfugge dalle labbra, il lenzuolo si alza e ricade, si alza troppo; la vita diventa troppo visibile, troppo rumorosa, fatica, sta per spegnersi, all’alba sarà spenta. Per colpa mia. Prima Jacques e adesso Hélène. Perché non l’ho amata e perché l’ho amata; perché si è fatta così vicina, perché è rimasta così lontana. Perché io esisto. Esisto, e lei, libera solitaria, eterna, eccola asservita alla mia esistenza, non potendo evitare il fatto brutale della mia esistenza, inchiodata alla teoria meccanica dei suoi movimenti; […] Perché io c’ero, opaco, inevitabile, senza ragione. Sarei dovuto non essere mai. Prima Jacques, adesso Hélène.

E fuori, la notte, la notte senza un lume, senza stelle, senza voce.

Le prime pagine ci costringono ad entrare nella Storia.

Il corpo di Hélène è il corpo dell’umanità, la coscienza di Jean è la coscienza collettiva che vacilla di fronte alla responsabilità individuale. La guerra insegue le coscienze, impone delle scelte, radicali, profonde, irreversibili. Jean ha scelto, ha scelto la Resistenza. Ma la sua decisione, la sua presa di coscienza e di appartenenza, quali ripercussioni avranno? è su questa linea di demarcazione che si snoda la narrazione che ci riporta indietro. Procede per flashback.

Conosciamo Jean, i suoi sentimenti, l’irruenza di Hélène che si impone alla sua attenzione e lo obbliga ad intrecciare fili tra le loro esistenze. Hélène non è solo una donna, è una metafora della storia e dell’umanità in quanto tale. Amare Jean diventa per Hélène la leva sulla quale si fonda la sua nuova vita che la porta ad uscire da un binario prestabilito. L’amore, non corrisposto fino in fondo, è la leva che disarticola la convenzione e lo status quo, attraverso questo sentimento la vita di Hélène subisce trasformazioni, quasi involontariamente sceglie una parte, l’amore per Jean la conduce fino al compimento del suo ruolo.

“Il sangue degli altri”, è forse il romanzo meno intimo della de Beauvoir e il più lirico. Jean è l’ennesimo Orfeo, Hélène l’eterna Euridice.

Io sono qui, oggi e dal tempo dei tempi. Ci sono sempre stato. Prima il tempo non esisteva. Non appena ha avuto principio, io sono stato, per sempre al di là della mia stessa morte.

Il sangue, evocato fin dal titolo, è l’anello di congiunzione, è la sostanza della Storia:

quel sangue fumante per ogni goccia che abbiamo risparmiato e per ogni goccia che abbiamo versato. Il tuo sangue. […] Questo fango sulle mie mani, questo fango sulle nostre anime, ecco il futuro del bravo ragazzino che tracciava candidamente pieni e filetti. Non poteva intuire. Ignorava il peso della propria presenza. Traslucido e bianco davanti alla pagina bianca sorrideva al bell’avvenire ragionevole.

La guerra è la variabile della Storia che infrange il futuro ragionevole:

Se i massacri e la tirannia avevano così poco peso, quanto pesavano la giustizia e la prosperità? Rifiutavo con tutte le forze la loro guerra cieca. Ma quella pace in cui ci stavamo insabbiando non aveva ai miei occhi il colore della vittoria.

 Jean è il fuso intorno al quale si dipana la storia, è con lui, attraverso il suo sguardo che incontriamo la Storia e il suo ruolo di Uomo di fronte alla Storia:

Non farò niente; mi sono sempre proibito qualsiasi azione politica. Rifiutavo di scagliare nel mondo, simile a un dio capriccioso, il peso della mia volontà oscura. Fare politica, significava ridurre gli uomini alla loro apparenza afferrabile, trattarli come masse cieche per riservare soltanto a me stesso il privilegio di esistere come un pensiero vivo; […] avrei usato della mia libertà per farmi complice di un’assurdità scandalosa: l’assurdità di quello che è senza essere stato voluto. […] E c’era la mia vergogna. Avrei dovuto abituarmi a viverci insieme, era la nuova faccia del rimorso.

La responsabilità individuale diventa tutt’uno con la responsabilità collettiva. La Storia è di fronte al suo fallimento. La guerra, la morte meccanizzata quasi impostata in termini industriali, concretizza il fallimento dell’umanità. Jean è l’anima di questa presa di coscienza e Hélène è l’emblema di questo fallimento.

Sopravvivere alla morte, sopravvivere a se stessi e alla coscienza delle conseguenze delle proprie azioni è la sfida che la de Beauvoir affida a Jean. Di fronte ad Hélène agonizzante, il protagonista del romanzo comprende il sentimento che lo lega alla donna. Il suo pensiero diventa intimo, lirico, come Orfeo vorrebbe riportare indietro la Storia, riavvolgere il nastro, ripetere  la scena evitando gli errori. Un sogno, appunto, nient’altro:

Le parole non hanno attraversato il suo sogno. Questo sogno pesante dove fruscia un sangue violaceo e che io non posso sognare. No. Non riaddormentarti. Svegliati invece, sul serio, per sempre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *