“Il ritorno di Zia Adelina” di Carmela Pregadio

“Il ritorno di Zia Adelina” di Carmela Pregadio

Recensione di Ilaria Biondi

Non sposa.

Non madre.

Non ventre colmo, strizzato dalla doglia impietosa del difficile nascere.

Eppure, Madre.

Che nel grembo della propria purezza generosa accarezza, dolce e forte, gli occhi del Figlio.

Figlio di un’altra terra.

Figlio di un altro utero.

Figlio di altre voci.

Ma Figlio suo, che le cresce dentro.

Nella festa di luce del cuore.

Nelle braccia calde della sua anima chiara.

Michela attende. Al fianco di Momo.

Lotta, con lui, in silenzio.

Contro le brume che annottano i suoi sonni di bambino alla ricerca di sé, negli interrogativi sospesi di un passato bucato, che gronda di non detti.

Contro le ferite ruvide del pregiudizio e dello sguardo bendato di chi vede soltanto il colore diverso della sua pelle.

Contro il gorgo oscuro di un destino che si contrappone, cieco, al canto limpido e assoluto di un amore giovane, profumato, e già impossibile.

Contro le dita gelide della propria paura.

Della solitudine.

Del distacco.

Della lontananza.

Che Michela sa ricacciare, con coraggio, nel nocciolo segreto del suo io nascosto.

Per lasciare che Momo, divenuto un giovane adulto, possa conoscere il cielo senza nuvole del suo Marocco.

Facendosi vento nell’aria gialla di sole.

Farfalla sul filo infinito di spazi nuovi e sconosciuti, che il sangue però riconosce e annusa.

Michela Madre, e Mamma.

Che non chiude e non si chiude.

Cuore spalancato, che ascolta i battiti e il respiro del suo Momo.

Al di là della nostalgia acuta della distanza bruciante.

Michela Nonna.

Costellazione luminosa, nella nebbia densa dei pericoli e delle incertezze.

Sguardo che accoglie e abbraccia.

Il piccolo Afef.

La dolce e solida Fatima, il nuovo scoglio di Momo.

“Ritrovai le mani di Momo, scure, affusolate, curatissime, e avrei voluto accarezzarle, ma mi trattenni. Fatima mi sembrò bella, dotata di un sorriso caldo e spontaneo che ti metteva subito a tuo agio.”

Mentre fra le nubi s’invola il canto triste e disperato di Alida…

” […] Qualcuno doveva piangere per Alida, non era giusto ignorare perfino la sua morte, com’era stata ignorata la sua vita.”

Michela Figlia.

Di una madre non biologica che da sempre indugia nell’impazienza capricciosa del suo ego insoddisfatto.

Anna.

Designata come genitrice.

Ma restia a varcare la soglia del proprio narcisismo.

Vittima e carnefice di un dolente gioco logorante.

Di colpe, recriminazioni, rabbie e rancori.

Che covano il germe sterile di una vita forse non voluta.

Sangue svuotato d’ardore, che rimane sospeso alle proprie voglie insoddisfatte.

Michela Figlia.

Di una madre che ha dovuto indossare un abito d’inganno.

Stritolando i propri baci e i propri bisbigli teneri di mamma nelle rughe invisibili del viso di fanciulla.

Inseguendo, inquieta, un sorriso e un cuore che saziassero le sue crepe.

Donandosi, petalo morbido di perla, a un uomo muto di vita e di amore.

Serbando, pur nelle sue notti senza sole, la sillaba capace di luce che rallegrava le giornate bambine di Michela.

Affidando, col garbo di una voce che ritorna senza mai essere partita, la propria pelle di ricordi e amore, a Michela.

Col passo lieve di libellula.

Con la forza antica e abbagliante di un grembo avido di stelle.

“Il bisticcio di madri non l’ho fatto io, è venuto da sé, per i segreti che tutta la mia famiglia aveva voluto custodire gelosamente per poi servirmi una verità nuda e cruda, in circostanze in cui non potevo prendermela con nessuno.”

Michela Donna.

Che inciampa, nell’intralcio di fughe e inganni.

Di promesse e bugie.

Di smarrimenti vacui e vili silenzi.

Che scivola sulle spine di fuoco e vetro delle proprie fragilità.

Che cade, lacera, nel solco gelido della solitudine d’antica memoria.

Nel tempo abbandonato e sradicato dei propri vuoti.

Che si sbriciola in giorni senza sorrisi.

Che si rialza.

Si ricompone.

Si asciuga lacrime e terrori.

Che impedisce al proprio cuore di diventare di latta.

Che libera lo sguardo al sole, e scorge un lembo di cielo terso.

Con pudore.

Abbandonandosi al tenero stupore di un nuovo struggimento.

Con intima gioia.

Che ignora le stanchezze d’anima di chi non riesce a scorgere le nuove albe.

Anna. Il marito di Silvana. Sergio. Andrea.

Che coglie, con lacrima di acerba e ritrosa felicità, il tepore puro delle mani intrecciate.

Di Ettore e Adelina.

Aria calda di tenerezza.

Che la avvolge e la bacia.

Michela amica.

Michela insegnante.

Michela che crede.

Negli altri.

Nel proprio lavoro.

Nella forza del darsi.

Michela bambina e donna.

Che fruga avida e timorosa in quelle pagine vergate di profumi, orme, storie inattese.

“C’era una specie di quaderno con la copertina rigida e ricoperta da una carta da disegno molto colorata. L’aprii e lessi l’incipit, che sembrava quello di una lettera: Figlia mia diceva.”

Michela e la sua vita.

Un’anima in esilio, che trova infine il suo porto.

La sua spiaggia.

Il suo faro.

Il brivido quieto e tremante di una vita che qualcosa – alla fine – sa concedere.

Lo sguardo lucido – che non si lascia incantare da facili ottimismi – di Carmela Pregadio, coniugato alla saggezza della sua anima e alla prosa aggraziata della sua penna, sa ricomporre le contraddizioni laceranti, gli smarrimenti scolorati, le pieghe appassite, le frenesie ansiose di uno squarcio di vita contemporaneo nello spazio alto e senza tempo della Poesia.

La Parola dell’autrice non può né vuole azzerare il buio e i frantumi acidi di una realtà quotidiana complessa e ingarbugliata.

Ma scorge, tenace e convinta, al di là del rinnovato dolore, il lucore di un cuore che non si arrende.

Sinossi

Michela è cresciuta nella menzogna: la triste ed egocentrica Anna, che riteneva sua madre, si rivela essere la sorella di colei che l’ha messa al mondo, Adelina.

Per colmare il vuoto affettivo che l’attanaglia, Michela sceglie di adottare un bambino marocchino, che in effetti riesce a rivitalizzarla nei sentimenti.

Ma quando Mohamed, dopo la maturità, decide di tornare nel suo Paese per ritrovare le proprie radici, Michela si scopre di nuovo sola.

Titolo: Il ritorno di Zia Adelina. Racconto scritto con uno sguardo attento alle nevrosi d’oggi
Autore: Carmelina Pregadio
Genere: Narrativa
Editore: Kimerik
Data edizione: ottobre 2016
Pagine: 124

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2 commenti:

  1. Carmela Pregadio

    Ricco e appassionato commento che svela la drammaticità sottesa del racconto.
    Grazie|||

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