“Quest’anno ricomincio dal pennino a foglia” di Paola Crovi

“Quest’anno ricomincio dal pennino a foglia” di Paola Crovi

Contest Amarcord

Alle elementari si usava il pennino con l’inchiostro.
All’inizio il pennino comportava molti rischi.  Non era solo una questione di macchie. Già sceglierlo non era una cosa facile.
I pennini lasciavano tracce differenti: quello a torre scriveva molto sottile, quello a foglia con un segno più deciso, alternativamente più chiaro o più scuro.
Alla fine la scelta era un riflesso della personalità. Ai tratti della scrittura corrispondevano i tratti del carattere della persona.
In classe c’era una certa Elisabetta Bottini, minuta, capelli fini, lisci, legati in una treccia, studiosa, ordinata, ligia alle regole, diligente.
Era considerata la prima della classe. Usava il pennino a torre.
I suoi quaderni erano pieni di pagine uniformi, tutte con la stessa scrittura azzurro chiaro, pallida: non un segno fuori posto, non un tremito. Erano pagine pulite, si trattasse di una poesia del Pascoli o di un brano del Manzoni, di un tema o di un problema.
Era l’esempio e l’invidia della classe, era l’oggetto dell’ammirazione della maestra.
Per uniformarmi a tutto quel consenso, a quel plauso, per ottenere le stesse lodi, per gioire della stessa serena cultura, anche io avrei voluto usare i pennini a torre.
Il caso, però, voleva che, quando li cercavo in cartoleria, fossero sempre terminati: una qualche Elisabetta Bottini ne aveva fatto incetta poco prima.
Rimaneva l’altro tipo: quello a foglia.
Per quanto mi sforzassi di non calcare, la mia scrittura era tutta un chiaroscuro. Era più incerta nel commentare il brano del Manzoni con la madre che consegnava ai monatti la figlioletta morta di peste. Era baldanzosa quando scrivevo il tema sul vento. Era il più possibile anonima e regolare nel ricopiare una poesia del Pascoli.
Inaspettatamente un giorno la maestra si avvicinò al mio banco e in tono confidenziale mi disse:
«Tu sei la più intelligente. Non lo dire a Elisabetta, sarebbe un dramma per lei».
Cara vecchia maestra Giulia De Bianchi, che per cinque anni ci hai divise in alunne diligenti e da biasimare, in ricche e in povere, che ci hai fatto cantare il Piave, che esaltavi il Carducciano asino alle prese con un cardo, io ti ricordo e ancora ti voglio bene!
Se ti può consolare non ho mai smesso di evidenziare i chiari e gli scuri della realtà e ho sempre diffidato delle scritture troppo uniformi, delle idee troppo sbiadite, degli unanimi consensi alle pagine troppo ordinate, ai proclami senza sbavature, macchie e tremolii.
Ciao maestra Giulia e grazie!
(Oggi ricomincio dalla tua pagella, le tue parole mi fanno onore).

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *