“A mia sorella Virginia” di Nadia Campanelli

“A mia sorella Virginia” di Nadia Campanelli

Contest Amarcord

I racconti delle vicende familiari non coinvolgevano solo me, anche i miei fratelli ascoltavano e riascoltavano con interesse la narrazione di quei momenti di vita passata che divennero parte di noi e del nostro bagaglio culturale. Mi piaceva quel mondo lontano, quasi remoto. Ero bambina e non sapevo definire la dimensione del tempo e ciò vestiva di maggior fascino luoghi, immagini e situazioni narrate.
Se l’essere razionale che sentivo presente in me, ha rappresentato un freno ai miei voli fantastici, ciò è mancato del tutto a mia sorella maggiore, che di ogni storia creava un romanzo, i cui protagonisti diventavano eroi mitologici o cavalieri di poemi epici calati in un mondo ideale, dove non esistevano barriere e il bene e il male non avevano ragione di essere.
Mia sorella poneva tutti in un limbo ovattato, in cui ferite e dolori non lasciavano traccia. La tragica morte del nonno, la guerra partigiana di nostro padre, le privazioni della nonna, vestivano i chiari colori di una grande avventura eroica, in cui chi muore sulla scena ritrova la vita dietro le quinte, in una spirale continua, senza inizio ne fine.
Forse fu lei a insegnarmi a sognare e a credere che niente finisce.
Pur essendo la primogenita, Virginia non assolse mai il ruolo di sorella maggiore a cui mia madre potesse demandare l’incombenza di alcuni compiti domestici, la Vergi, come la chiamavamo noi, non c’era mai, o se c’era fisicamente rimaneva del tutto estranea a ciò che poteva succederle di fronte .
Le sue apparizioni erano fugaci, silenziose, e io per lei avevo quel rispetto in più, che si prova con chi non si conosce bene, ma che occupa un posto speciale.
Alla nostra nuova casa preferiva quella delle sorelle di mia nonna, le prozie nubili, Gina e Angelina.
A lei piaceva la vecchia cucina a volto sotto il portico e le due camere sulla loggia e il gabinetto in fondo al cortile non la spaventavano neppure di notte quando doveva uscire da sola.
Con le zie viveva il fratello scapolo che non volle sposarsi per non lasciarle sole e ciò attribuiva una certa singolarità alla loro naturale convivenza.
Virginia perciò trascorse la sua infanzia e adolescenza in quella casa che in paese veniva denominata come il numero 4 e solo di domenica si fermava a dormire da noi.
Durante la settimana preferiva rimanere là dalle zie, che non avendo provato la gioia della maternità, vedevano in lei una figlia da coccolare e proteggere.
A nulla valsero le comodità della nostra nuova dimora, i servizi in casa e non più nel cortile, le camere da letto nel corridoio di fronte alla cucina e al salotto e gli affreschi sulle pareti che raffiguravano il mondo di cavalieri descritti nei libri di epopee cavalleresche che era solita leggere davanti alla fiamma del camino.
Ella si sentiva protetta in quelle vecchie mura nel centro storico del paese e di sera si fermava da sola in cucina fino al rientro dello zio a notte inoltrata.
Solo allora riponeva le letture sul piano della credenza, apriva e chiudeva dietro di sé la porta e saliva i gradini della scala di legno che portava alla loggia e da questa alle camere.
Anche le zie di solito l’aspettavano sveglie e da sotto le coperte, con voce bassa, le chiedevano il riassunto delle ultime pagine di quelle magiche avventure.
Ci ricordavamo che la Vergi era parte della nostra famiglia ogni volta che qualcuno, di solito giovane e bello, si presentava al cancello di casa chiedendo di lei.
I personaggi maschili che venivano a cercarla non erano ragazzi comuni, avevano sempre un qualcosa di particolare.
In loro riuscivamo a leggere un certo stupore negli occhi quando ci vedevano rispondere alla porta e un non so che di delusione; pensavano forse che noi fossimo la servitù, perché chissà quale immagine di sé riusciva a dipingere fuori dalla sua casa.
Ben pochi sapevano che lavorava come sartina in un laboratorio in cui si confezionavano tonache per preti, gli unici clienti erano proprio loro, parroci, curati di Brescia e provincia. Solo raramente appariva un monsignore, ma ciò non favorì mai l’aumento del salario, che rimase sempre troppo basso per soddisfare i suoi e i nostri bisogni.
La Vergi non dava molta importanza ai soldi, nel suo mondo di dame e cavalieri una donna trovava sempre chi avrebbe pagato per lei!.
Era serena, il suo stuolo di cavalieri lo trovava sempre fedele e presente per soddisfare ogni sua minima richiesta, cosa poteva chiedere di più!.
Di corteggiatori ne aveva molti, li incontrava fuori dalla porta del laboratorio, nelle vie e nei piccoli bar del centro, dove nei brevi intervalli pomeridiani si faceva offrire il caffè o qualche pasticcino.
Non credo che mia sorella si fosse pagata anche una sola volta il conto, ovunque fosse, anche lontana dalla sua cerchia di amicizie, lei riusciva sempre a trovare qualcuno disposto a offrirle qualcosa.
Al momento opportuno, aveva un modo tutto suo di sorridere, di tardare nell’aprire la borsetta e nel trovare il porta moneta che faticava a emergere, quasi perso in quel contenitore vuoto; ed era proprio quello il momento in cui riusciva a posare gli occhi su chi a sua volta trovava doveroso proporsi per offrirle quanto avesse consumato.
Ogni domenica pomeriggio mia sorella, che amava tanto il cinema, si recava in una vecchia sala cinematografica nel centro del paese, in cui di preferenza si proiettavano i grandi colossal della cinematografia.
La sua strategia stava nel mettersi davanti all’ingresso in atteggiamento d’attesa. Lei veniva considerata una delle due ragazze più belle del luogo e sedersi in platea in sua compagnia era certo un gran privilegio, pertanto non doveva attendere molto che qualcuno le pagasse il biglietto d’entrata.
Fortuna volle che anche il macchinista addetto alla proiezione avesse un debole per lei e la facesse entrare direttamente dalla porta di servizio, prima che il pubblico occupasse tutti i posti a sedere, il che le permetteva di scegliere a piacere la fila e la poltroncina più comoda.
Films come: I dieci Comandamenti, Benhur, Maciste, Ercole, I tre moschettieri… li vide e rivide fino a memorizzare scena dopo scena, battuta dopo battuta e tutto questo senza spendere una lira.
Era in quel modo che riusciva a risparmiare quel poco che mia madre le lasciava del misero stipendio e a comprarsi i velluti per gli abiti arricciati che si confezionava da sola, copiando dalle riviste o dalle figurine colorate disegnate nei romanzi di cappa e spada.
Ne aveva un baule pieno di storie di cavalieri e moschettieri, anche le zie alimentavano questa sua passione per la lettura e contribuivano alla spesa lasciandole sotto la tazza del caffè della domenica piccole mance. Pure lo zio, di nascosto dalle sorelle, le infilava nelle tasche qualche spicciolo, perché quella nipote gli rallegrava la casa .
Le troppe letture l’allontanarono sempre più dalla realtà e quasi ventenne non seppe mai prendere seriamente le proposte di matrimonio dei tanti pretendenti che bussarono alla nostra porta.
Ci fu un periodo in cui decise di cambiare il proprio nome e di farsi chiamare fuori casa Sissi.
Il familiare Cicci non era più all’altezza di quel rango al quale si sforzava di provare ad appartenere e scavando nel passato della nostra famiglia si aggrappava a tutto ciò che poteva avere un sia pur minimo riferimento con un legame di nobiltà.
Quando poi mio padre le raccontò la storia di una vecchia prozia raffigurata nel quadro appeso nel mezzo della parete del corridoio di casa nostra, la quale aveva vissuto nel castello di Montichiari e che probabilmente si era comprata il titolo di contessa, fu certa dell’origine nobiliare della nostra famiglia e di quella che avrebbe dovuto essere la sua esistenza.
Le sorprese non tardarono. Un giorno, uno dei soliti pretendenti apparve davanti al cancello di casa e chiese della Con. Sissi.
Mia nonna, onnipresente, rispose che lì non abitava nessuna ragazza con quel nome, ma non seppe tenere il segreto per sé e da quel momento per tutti noi della famiglia la Cicci divenne Consissi.
Ricordo che il volo decisivo che le permise di approdare nel suo mondo ideale, lo intraprese con la visione ripetuta ben 10 volte del film Laurence d’Arabia e fu proprio di fronte a quelle immagini esotiche che capì ciò che stava cercando era il deserto, infinito caldo di sabbia perciò iniziò a scurirsi la pelle, a simulare danze del ventre, a seguire corsi di lingua araba e ai libri di avventura sostituì volumi di grammatica araba.
Penso che a quel tempo a Brescia fosse l’unica persona interessata ad acquisire tale cultura e l’amico libraio faticava non poco a procurarle ciò che lei gli chiedeva.
Di sera, quando rientrava dal lavoro, le zie le facevano trovare la cena pronta e poi, dopo aver sparecchiato, si mettevano accanto a lei rimanendo in assoluto silenzio, rispettose del suo impegno nel trascrivere sul quaderno i segni strani e incomprensibili di una lingua sconosciuta.
Quella nipote era veramente speciale e a bassa voce erano solite ripetere: – Così intelligente avrebbe dovuto studiare, poteva diventare maestra, essere la primogenita di 5 fratelli, questa era stata la sua rovina!-
Virginia studiava per ore, anche le zie avevano imparato che gli arabi scrivono e leggono al contrario di noi: da destra a sinistra e in quei mesi le sue scelte maschili la portavano a ricercare i tratti orientali nei volti di tutti i ragazzi che chiedevano di lei e tra le pagine dei suoi quaderni nascondeva fotografie di figure d’uomini con pelle olivastra e bocche carnose dalla dentatura bianchissima.
Brescia non era certo l’ambiente ideale in cui poter trovare principi azzurri di tali fattezze, viaggiare doveva e in paesi stranieri.
L’idea di andarsene dal luogo in cui era nata cresceva a dismisura, ma i soldi chi glieli avrebbe dati? Le zie non potevano permettersi di finanziare viaggi in paesi lontani, bisognava trovare al più presto una soluzione!.
A quel tempo un amico fotografo immortalò mia sorella e fu talmente soddisfatto del risultato che decise di esporre in vetrina le immagini con il suo ritratto.
Molti gli chiesero chi fosse quella la giovane ragazza dai lunghi capelli neri e lui aveva imparato a rispondere – E’ una aspirante attrice -.
La voce si sparse e ben presto per le vie del centro, quando la Vergi passava, era guardata con interesse e chi non sapeva di lei, veniva informato delle sue grandi aspirazioni.
Le prime proposte per apparire come comparsa in film che avrebbe narrato storie di pirati non si fecero tardare. A Peschiera, sul lago di Garda, erano approdati velieri seicenteschi sui quali vennero allestiti set cinematografici, giovani aspiranti attori trovarono l’opportunità di farsi conoscere al grande pubblico e per alcuni iniziò una vera carriera.
Anche Virginia approdò in quel di Peschiera sul sedile posteriore della vespa dell’amico fotografo, era estate e lei indossava una gonna di raso verde mare, il suo colore preferito e una camicetta di tela bianca scollata, senza maniche.
Nello scendere dalla vespa si tolse il foulard dalla testa e liberò una cascata di capelli neri e lunghissimi che sin da bambina non aveva mai voluto tagliare.
La vide l’aiuto regista, il quale, abbagliato da tale naturale bellezza, le affidò immediatamente il ruolo di una nobile schiava, le promise un primo piano e se si fosse dimostrata disinvolta di fronte alla macchina da presa avrebbe potuto recitare una piccola battuta.
Si, il suo destino era segnato, un destino speciale che sembrava abbracciare i membri di questa mia famiglia, la nostra storia già ricca di vicende di eroi e di martiri, ora con la Vergi si arricchiva di un’eroina che vestiva i panni di una nobile schiava rapita, privata della sua ricchezza e sedotta da crudeli pirati.
Virginia partecipò alle riprese del film di nascosto da mio padre, ma con l’approvazione del resto della famiglia, zie comprese, che nel loro fiabesco immaginario non avevano perso la speranza di essere un giorno rapite e fosse anche fatte schiave.
Mio padre seppe solo molti mesi dopo di avere una figlia attrice e la cosa non lo entusiasmò affatto. In quel mondo “Di celluloide” lui vedeva la rappresentazione falsata della realtà e la realizzazione di ideali di vita capitalisti, in antitesi con le vere problematiche reali che da sempre si manifestavano nella giusta lotta di classe.
La cinematografia russa o il neorealismo del dopoguerra, avevano rappresentato per lui un momento di grande cultura che ci riproponeva ogni qualvolta che al circolo ricreativo della cooperativa si proiettavano films come l’armata Potionki … Sciuscià o Ladri di biciclette.
Il film in cui mia sorella appariva nelle vesti della giovane e nobile schiava arrivò nella vecchia sala cinematografica di Mompiano, in seconda o terza visione.
Alla proiezione non mancava nessuno, tutti i posti a sedere erano esauriti.
Io, i miei fratelli, le zie, gli amici e conoscenti, occupammo le prime file per non perdere un’immagine e una sia pur piccola battuta.
Nel volto di ogni donna cercavamo di riconoscere i tratti della Vergi e al grido di: – Eccola e lei, no, non mi sembra! -, ci perdemmo gran parte della storia.
In realtà io mia sorella non riuscii mai a riconoscerla e quella fu una grande delusione.
Ci disse che il trucco l’aveva trasformata e la parrucca bionda poi modificava il contorno del suo volto in modo tale da renderlo irriconoscibile.
La consideravo una vera ingiustizia, che gusto c’era fare l’attrice se poi nessuno ti avrebbe riconosciuto? Io in quella pellicola cercavo mia sorella per poterla indicare alle amiche che spesso consideravano i miei racconti frutto di una spiccata fantasia e in quel modo rischiavo di perdere tutta la mia credibilità.
Nonostante la sua immagine fosse rimasta nell’anonimato, Virginia continuò a sognare di diventare un’attrice famosa e non perse l’occasione di apparire, sempre come semplice comparsa, in pellicole considerate di cassetta.
Un’importante opportunità le giunse il giorno in cui un regista, ancora sconosciuto, le propose di partire per la Spagna, dove avrebbe partecipato alle riprese di un film in costume sulla storia dei gitani.
Avrebbe avuto anche una parte come generica e potuto recitare qualche battuta.
Anche il salario sarebbe stato buono e sicuramente quel film avrebbe rappresentato un buon trampolino di lancio.
Riuscì persino ad indossare quelli che avrebbero dovuto essere i suoi costumi di scena e con questi si fece fotografare tra le mura secolari del Castello.
L’amico fotografo le scattò molte fotografie vestita da gitana e quelle pose sognanti per alcuni anni rimasero esposte nella vetrina del suo negozio.
Il sogno si stava veramente realizzando, avrebbe smesso di cucire tonache per preti e monsignori, ora era lei a mettersi in costume e a vestire i ruoli delle eroine dei libri di avventure letti e riletti davanti al camino di una vecchia casa nel centro di una sconosciuto paese.
Ma il risveglio non fu bello quanto il sogno, del regista non si seppe più nulla!
Ricordo l’attesa di una lettera che non arrivò mai, ci speravamo tutti in famiglia, quella parte nel film ci faceva pensare a un futuro ricco di illusioni e di sera, quando ci ritrovavamo seduti intorno al tavolo della cucina, le elencavamo i regali che lei ci avrebbe fatto e le facevamo giurare di mantenere tutte le promesse.
La speranza era dura a morire e nella cassetta della posta guardammo ancora per lungo tempo e fu il tempo a venire in suo aiuto e con lui mio padre che da alcuni mesi era partito, in cerca di fortuna, per la Svizzera.
Questi scrisse una lunga lettera nella quale descriveva la bellezza del paese nel quale aveva trovato un buon lavoro, una casa con frutteto e lavanderia, c’era pure la lavatrice che lavava e asciugava i panni. Quest’ultimo particolare convinse mia madre, che da vent’anni si spaccava la schiena sui bucati settimanali, a partire per quello che doveva essere sicuramente il paese della cuccagna.
Virginia non volle rimanere esclusa da quello che avrebbe potuto rappresentare un nuovo sogno e decise di partire anche lei.
Se la mancanza di mio padre aveva creato un vuoto nella nostra famiglia, la partenza di mia madre e di mia sorella rese quel vuoto incolmabile e l’inverno che ne seguì mi parve il più freddo di tutti.
Racconto di gioventù tratto da “Strade di pozzanghere”.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

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