Il compagno di Cesare Pavese

“Il compagno”, Pavese e la tensione della giovinezza

di Paola Caramadre

Copertina Il Compagno

Il compagno di Cesare Pavese

Mi dicevano Pablo perché suonavo la chitarra.

Basta questo incipit per far entrare il lettore dentro la corsa verso la vita di Pablo, un ragazzo qualunque, senza domande che suona la chitarra, che è cresciuto “tra sottane”, che passa il tempo, che, in fondo, non si aspetta niente. “Il compagno” è un romanzo di formazione, è un romanzo politico, è una scheggia di vetro che ferisce il cuore.

É la tensione, l’eterna tensione della giovinezza, è quella irrefrenabile corsa verso il destino, verso il compimento di una storia.

É tra queste pagine che si riscopre intatto il sentimento di Cesare Pavese, la sua scrittura impulsiva, irruente, colloquiale, quel suo modo di trascinare il lettore non sulla superficie della narrazione, ma in fondo, al fondo, della realtà di una storia. Il lettore diventa Pablo, l’immedesimazione è totale, non serve nemmeno raccontare, non serve nemmeno spiegare cosa accade, perché siamo al di là dell’intuizione di ciò che avviene, siamo lì dentro la storia e guardiamo il mondo con lo stesso sguardo di Pablo. Siamo ingenui con lui, siamo a disagio con lui, saliamo sul camion con lui, siamo lì sulle sponde del Po e siamo sotto i portici di Torino, siamo in collina stretti nell’abbraccio, a passo di danza, con Linda, siamo in apprensione per Amelio e siamo a Roma. Siamo lì a respirare un’aria nuova, siamo con lui a costruire una nostra storia nuova.

8 ottobre 1948. Riletto, ad apertura di pagina, pezzo del Compagno. Effetto toccare un filo di corrente. C’è una tensione superiore al normale, folle, dovuta alla cadenza sdrucciola delle frasi. Uno slancio continuamente bloccato. Un ansare…”

Questa è l’annotazione che Cesare Pavese affida al suo diario “Il mestiere di vivere“, ed è la stessa sensazione che prova il lettore. La tensione è salda, irresistibile. Dentro ogni parola vi scorre la vita, quella vera, quella che travalica i confini del “qui e ora”.

Una grande forza che si tende al futuro, capace di guardare oltre il ponte, sorretta dal personaggio di Pablo del quale sappiamo poco, lo scopriamo, mano a mano, guardando il mondo che cambia mentre cambia il suo sguardo. Non sappiamo che aspetto possa avere, sappiamo che è giovane e che suona la chitarra. Sappiamo che all’inizio ha un punto di riferimento in Amelio, l’amico più grande, l’amico che ha le donne e la moto, ed è lui il motore dell’azione. Anzi, è l’incidente stradale che lo paralizza, il punto di partenza della narrazione. É il primo colpo assestato all’apatia di Pablo. La prima crepa nel suo muro di superficialità. In quella crepa si insinua Linda e, con la sua beffarda bellezza, il senso di colpa e poi il senso della sconfitta.

Con l’addio di Linda finisce un capitolo nella vita del protagonista e inizia il viaggio dentro un’altra città, Roma, dentro un’altra storia. Una storia drammatica, cupa, che non fa sconti a nessuno.

Allora uscivo e andavo a spasso. Mi guardavo le strade e i palazzi, e ce n’erano di così vecchi e mai visti, che soltanto i romani li avevano fatti. Non ci potevo quasi credere che della gente come ci avessero messo la mano. Anche l’aria, il respiro era un altro. Mi fermavo sopra un ponte, guardavo, e ascoltavo parlare. […] Se stavo bene in quelle strade era soltanto perché tutto mi pareva un’altra cosa.

La dittatura fascista si svela davanti agli occhi di Pablo, si scopre pagina dopo pagina, mentre nel ragazzo si fa strada “l’istinto di classe“. Pablo sa da che parte stare, sa come farlo e cerca i compagni. Sa che è giusto così, che è scritto nel suo destino, che non potrebbe fare altrimenti. Cerca di capire, di imparare, di leggere:

– Soltanto a vederci si capisce chi siamo, – dissi. Per fortuna non c’era nessuno.

Scarpa gettò un’occhiata smorta alla cassiera e serio serio borbottò: – Tutti i compagni hanno la faccia di chi dorme sotto al letto. É questa la vita che facciamo.

Io presi grappa nel caffè, ripensando a quel destino. Ma capii che una volta l’avevo subito, mentre adesso sapevo per chi lavoravo.

La presa di coscienza di Pablo è profonda:

Era giugno, e pensare a chi stava in prigione faceva una pena. Perché loro e non noi? Non so perché, m’ero convinto che li picchiassero di notte. Potevo andarmene per tutte quelle strade, far la notte con Gina, rientrare al mattino – non riuscivo a levarmi di mente quegli altri in prigione.

E più avanti, il clima della Roma fascista è palese:

A che punto è ridotta l’Italia – mi disse Luciano – Ci si denuncia per non essere denunciati.

Gradualmente, mentre altri personaggi si affacciano nella vita di Pablo, come Carletto, Gina la vedova del Biondo, come Giulianella, Scarpa che ha fatto la guerra civile in Spagna, come Giuseppe e suo padre, il ragazzo cambia inseguendo, quasi in maniera inconsapevole, il fantasma di Amelio finito in prigione perché comunista.

Pablo, fa i conti con le storie del suo cuore, affronta Linda, si lega alla vedova del Biondo. Le due donne si misurano in un duello muto che si stempera nel silenzio del protagonista che passando accanto a Gina le dice semplicemente:

Tutti e due fissavamo la porta. – Le sai queste cose, – le dissi – Non c’è niente di nuovo. C’è soltanto che vali di più.

Un altro inizio, una svolta rapida all’esistenza. Pablo fa la sua scelta, finisce in carcere, lo rimettono in libertà per mancanza di prove, ma deve lasciare Roma e andare a Torino. Nulla è finito, non è una sconfitta, è solo una prova, è solo un’accelerazione ad un cambiamento già innescato. L’istinto di classe, quel desiderio di giustizia, quel sentirsi appartenenti ad un sentire comune:

Io pensavo a quegli altri. Pensavo alla gente che stava in prigione. Pensavo ai morti e ai moribondi della terra. Cosa sarebbe stato questo mondo se l’avessimo già vinta. Ma chi sa, forse il bello è che dura un momento e che le cose non si possono cambiare.

Il romanzo ha una luce sempre nuova, sempre percorso da un’ansia, da una tensione. Quella tensione della giovinezza che anela al cambiamento, che si nutre di speranze, che si schianta contro il cielo delle illusioni. Ogni parola nasconde una piega dell’anima di un ragazzo e di un Paese intero che, a fatica, si risvegliano dal sonno dell’indifferenza. Scritto tra il 4 ottobre e il 22 dicembre del 1946, è il romanzo che inaugura la collana della Einaudi “I Coralli”, si sente la scrittura di Pavese saettare in fretta per condurci nella storia di Pablo che è solo uno dei tanti Pablo. Forse, come dicono i critici, non sarà l’opera migliore di Pavese, ma insieme a “La bella estate“, racconta di vite che respirano con il fiato corto, come dopo una corsa quando si è ancora ragazzi.

E il finale non è che l’inizio di un’altra storia:

… traversammo Roma. Mi faceva un effetto curioso vedere le strade. Tra la prigione e che partivo quella sera, mi sembrava una nuova città, la più bella del mondo, dove la gente non capisce che è contenta. Come quando uno pensa che è stato bambino e dice: “L’avessi saputo. Potevo giocare”. Ma se qualcuno ti dicesse: “Puoi giocare”, non sapresti nemmeno com’è che si comincia. Ero già un altro, staccato e contento. Guardavo le bettole, le piante nere, i palazzi, le pietre vecchie e quelle nuove – e capivo che un sole così non si vede due volte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *