“Tra donne sole” di Cesare Pavese

“Tra donne sole” e la noia della vita borghese in Cesare Pavese

di Valentina Dragoni

Ritratto di Cesare Pavese

Devo dire la verità, la mia frequentazione dell’opera di Cesare Pavese è stata sporadica a dir poco.

A parte il suo romanzo più famoso che solitamente ci fanno conoscere a scuola, La luna e i falò, non ho avuto né il modo né lo stimolo a conoscere più a fondo questo scrittore. Credo che per molti funzioni allo stesso modo: quando si incontra un autore si prova qualcosa, un feeling, un’attrazione che ci spinge a conoscerlo meglio e spesso questi colpi di fulmine si trasformano in storie longeve. Con Pavese non ho avuto questo impatto, gli ho stretto la mano come si fa con le conoscenze estemporanee e poi ognuno è andato per la sua strada.

Ma evidentemente era destino che dovessi rincontrarlo quando fossi stata più disponibile, forse più matura, per poter davvero lasciare che il suo racconto mi scorresse sotto gli occhi e il fantastico gruppo di Cultura al Femminile ha fatto il resto.

La scelta è stata, come quasi tutte quelle che faccio in tema di libri, semplicemente il titolo.

Clelia e Torino: due protagoniste in scena

Un uomo che scrive di donne mi incuriosisce sempre e il fatto di poter gettare uno sguardo su come Pavese leggesse il mondo femminile mi è sembrato un ottimo motivo per dedicarmi “Tre donne sole”.

Cesare Pavese iniziò questo breve romanzo nel 1949 e lo pubblicò nel novembre dello stesso anno nel volume La bella estate che contiene, oltre al racconto che dà il titolo alla raccolta, Tre donne sole e Il diavolo sulle colline.

È certamente non tra i più famosi di questo scrittore, che alla sua febbrile attività compositiva univa quella di giornalista e traduttore, ma proprio per questo credo che sia stata una lettura adatta al mio “apprendistato”.

Siamo in una Torino uscita da poco dalla Seconda Guerra Mondiale, mezza diroccata e mezza signorile, che prova a dimenticare il dramma del conflitto coprendo le ferite con costruzioni moderne. Lungo tutto il romanzo, Torino ci guarda di traverso come un’animale ferito, orgogliosa di un passato nobile ma ancora troppo scossa per rivelare alla luce del giorno la sua vera natura.

E a guidarci in questo viaggio nella solitudine torinese è la protagonista Clelia, una personalità forte, determinata che incarna alla perfezione l’evoluzione femminile, processo ormai inarrestabile in cui una donna può dominare la propria vita e scegliere per sé stessa.

Nata a Torino, vi torna dopo 17 anni per lavoro: è infatti una modista per un atelier di Roma ed è stata incaricata di creare e inaugurare un nuovo negozio nella città. Questa posizione che si è guadagnata lavorando a testa bassa e senza distogliere lo sguardo dal proprio obiettivo le permette di tornare da vincente nei luoghi che aveva abbandonato anni prima, alla ricerca di un’occasione: già dalle prime parole si capisce che Clelia è fuggita da una realtà povera e limitata e che l’unica cosa che l’ha guidata in quegli anni è stata la sua voglia di riscatto.

“Conoscevo le case, conoscevo i negozi. Fingevo di fermarmi a guardare le vetrine, ma in realtà esitavo, mi pareva impossibile d’essere stata bambina su quegli angoli e insieme provavo come paura di non essere più io”

Sole in mezzo alla folla: Clelia e le altre

Ma il primo incontro con Clelia non lo abbiamo per le strade della città, ma nell’albergo dove lei alloggia nella sua trasferta torinese. Stanca, sta per prepararsi per la notte quando sente del movimento fuori dalla sua porta: affacciandosi vede un capannello di persone che accerchia una lettiga sulla quale giace un corpo di una ragazza “vestita da sera di tulle celeste e senza scarpe”.

La visione di questa giovane vita turba la notte di Clelia, la quale riuscirà solo dopo a capire chi era: Rosetta, una giovane di buona famiglia che aveva tentato il suicidio non si sa per quale motivo; forse per amore dicono i più. Viene a conoscenza della sua storia in uno dei tanti party che si trova a frequentare: quel mondo che aveva sempre visto da lontano, desiderando le sue luci e il suo benessere, è finalmente alla sua portata ma rivela subito la sua vera natura. Sotto la superficie luccicante di paillettes e piena di rumore di chiacchere si nasconde un mondo vuoto e fragile, abitato da persone che hanno tutta la sembianza di figurine di carta su uno sfondo dipinto.

Clelia viene trascinata in quel gorgo di musica e serate al sapore di champagne, dove tutti conoscono tutti e ne sparlano senza ritegno, senza la minima comprensione.

È qui che conosce Mirella, brillante e bellissima, che volteggia con grazia tra i pettegolezzi e i convenevoli, ma che non riesce ad avere lo spessore che vorrebbe. E poi c’è Momina, emblema della donna assuefatta al lusso che allo stesso tempo critica e disprezza: intrigante e seducente, cinica come poche, domina la scena con la sua lingua tagliente e sembra essere quella in grado di sopravvivere in quel mondo di squali.

A loro si aggiunge Nene, artista talentuosa che sacrifica le sue possibilità di successo ai capricci di un uomo piccolo e presuntuoso.

Ed infine la fragile e insicura Rosetta, l’unica forse insieme a Clelia a soffrire davvero della vuotezza della realtà in cui si trova a navigare sbattuta senza timone; troppo sensibile per difendersi dagli attacchi delle sue stesse amiche, dall’incapacità di definire sè stessa, riuscirà nell’atto disperato di uccidersi, nauseata da quella prigione fatta di tulle che l’ha incatenata fino a quel momento.

La verità dietro lo specchio

“Quand’ero bambina, invidiavo le donne come Momina e le altre, le invidiavo e non sapevo chi fossero. Le immaginavo libere, ammirate, padrone del mondo. A pensarci adesso non mi sarei cambiata con nessuna di loro.”

Clelia, a differenza delle altre, avverte chiaramente la distorsione che quel mondo crea della realtà, la mistificazione che regna nelle serate passate a parlare del nulla e l’inutilità delle gite fuori porta; soprattutto, vede  la disperazione di Rosetta ma, forse per paura o per indolenza, non fa nulla per impedire alla ragazza di uccidersi.

Non è approfondito da Pavese, ma il sentimento che prova Clelia è forse lo stesso di chi, essendo a conoscenza di un problema, assiste alla tragedia che ne deriva e se ne sente colpevole; ma quello che forse più disturba Clelia è la totale indifferenza intorno a Rosetta e al suo dramma, come se tutti si aspettassero quell’epilogo di un film già visto.

Sembra di vederla, l’espressione di Clelia: quella paura mista a rassegnazione e rabbia per una vita finita in pezzi dei quali nessuno si cura. Lei, che uno scopo nella vita ce l’ha e lavora ogni giorno per realizzarlo, rimane scioccata dalla negligenza, dalla superficialità con la quale quella bella gente vive le proprie giornate tutte uguali.

La paura del passato

“M’ero detta tante volte in quegli anni, che lo scopo della mia vita era proprio di riuscire, di diventare qualcuna, per tornare un giorno in quelle viuzze dov’ero stata bambina e godermi il calore, lo stupore, l’ammirazione di quei visi familiari, di quella piccola gente. E c’ero riuscita, tornavo; e le facce la piccola gente eran tutti scomparsi.”

E il tanto sognato riscatto sembra essere stato ottenuto: appena arrivata a Torino, si sente attratta da quei luoghi che conosceva come le sue tasche ma dai quali si sente ormai estranea, lontana. Passeggiando tra i vicoli del suo quartiere dove molto è cambiato ma la sostanza è rimasta uguale, Clelia si sente quasi in imbarazzo; in fondo, il suo cuore è ancora quello di una ragazza che sognava l’indipendenza e che non si sente ancora arrivata.

Siete voialtri e quelle stupide, le Martelli e le Momine, che vi piace fare le cose da signori – gli dissi. – Io ci son nata a Torino. So che cosa vuol dire vedere un’altra con le calze di seta e non avercele…

Uomini senza ombra

Un posto particolare spetta agli uomini che Clelia incontra nelle sue peregrinazioni torinesi: sono sagome senza vita, macchiette lasciate sullo sfondo i cui gesti sono studiati per impressionare e le cui parole sono sono vuote come i bicchieri che abbandonano sui tavoli al termine dei loro festini.

Meglio i contadini e i giovanotti per i quali “l’eleganza sono i profumi che si comprano in tabaccheria e le cravatte rosse verdi”, che animano le balere all’aperto e le bettole che la gente bene frequenta per fare “le cose brutte” per trasgredire, per provare il brivido dei bassi fondi.

Uomini come Morelli, il collega di Clelia, che millanta un’aria da uomo vissuto; o come Febo, il giovane architetto che corteggia Clelia per il gusto della sfida, perché lei e l’animale esotico da mettere in bacheca. Sebbene sia intelligente e colto, Febo ha gli atteggiamenti di un bambino viziato, troppo infantile per una come Clelia che ha messo la sua indipendenza e la sua realizzazione al di sopra di tutto. L’unico che riesce ad incrinare la corazza di Clelia è Becuccio, il capomastro che lavora nel suo negozio: con la sua rude gentilezza e la sua genuinità si dimostra l’unico uomo degno di fiducia.

Ma nemmeno lui riuscirà a trattenere la libera Clelia, non disposta a sacrificare il suo mondo duramente conquistato all’amore, seppure onesto, di Becuccio. Forse, Clelia rifiuta questa relazione perché le ricorda troppo da vicino quel mondo umile dal quale sta ancora scappando; lasciarsi andare ad un amore con Becuccio sembrerebbe un passo falso nel percorso di Clelia verso il suo obiettivo.

Cesare Pavese: primi passi nella letteratura

Alla fine del romanzo, quando anche l’ultima pagina viene girata, cosa rimane di Clelia, Rosetta, Becuccio?

La noia.

Intendetemi, non dico che il romanzo sia noioso, anche se sicuramente non è una delle prove più mature di Cesare Pavese: infatti, il romanzo presenta quelle imperfezioni tipiche di un’opera degli inizi dove la lettura non è scorrevole e più volte si incontrano parti slegate tra loro e salti di tema. Ma da neofita di Pavese, credo che la sensazione di noia che emana da questo romanzo sia in parte voluta, che lo stile e la monotonia di alcune immagini contribuiscano a costruire quella ripetitività tipica di un mondo sempre uguale a sé stesso.

La noia è quella che ci attanaglia leggendo i discorsi dei personaggi e di Clelia stessa, a volte sconclusionata nei suoi ragionamenti come chi la circonda.

Il movimento la frenesia dei balli, le luci, le gite in montagna, tutto viene immerso nella noia di un mondo sempre uguale, una realtà che Clelia sognava da quando era adolescente ma che ora le si rivela in tutta la sua mistificazione.

Clelia è l’unica, oltre alla fragile Rosetta, a sentire profondo il rifiuto di questa falsità e non si fa fatica a riconoscersi nel suo disagio che non deriva dall’inadeguatezza ma, anzi, dalla sua superiorità dovuta alla consapevolezza del suo valore. Come non si può non provare pietà per Rosetta, la vittima designata di quel circo di belve alla quale possiamo rimproverare la debolezza ma comprendiamo la forza del suo gesto disperato, un urlo contro quel muro dorato che la circonda.

Cosa salviamo delle donne di Cesare Pavese?

Dovessimo dare retta a Calvino, che criticò severamente questo romanzo giudicandolo “un viaggio di Gulliver, un viaggio tra le donne, o meglio tra strani esseri tra la donna e il cavallo”1, un tentativo mail riuscito di raccontare le donne e il mondo borghese, bocceremmo senza appello questo romanzo.

Io invece voglio trovargli un alibi: l’ho letto come un genuino tentativo di rappresentare un mondo che Cesare Pavese forse conosceva di sfuggita, uno spassionato ma acerbo modo per parlare della solitudine e della delusione che si prova quando ci si accorge che il mondo che si è tanto desiderato in realtà è più irreale e falso dei nostri sogni.

firma Cesare Pavese

1 “Italo Calvino lettore di Pavese: due lettere” di Ernesto Ferrero in Cesare Pavese, “Tra donne sole”, ed. Einaudi, 1998.

Riferimenti:

Cesare Pavese, “Tra donne sole”, ed. Einaudi, 1998.

Biografia di Cesare Pavese – Wikipedia

Un commento:

  1. Dragoni, spero che lei si sia inoltrata un pochetto di più nella narrativa di Pavese, scoprendo così che Tra donne sole, lungi dall’appartenere alla narrativa degli esordi, è uno degli ultimi romanzi di Pavese, scritto tra il 17 marzo e il 26 maggio del 1949; anzi il penultimo, dopo c’è solo La luna e i falò, composto dal 18 settembre al 9 novembre dello stesso anno. Un bel ruolino di marcia, vero? Potrà seguirne le mosse poetiche nel suo diario, Il mestiere di vivere. Così vedrà che Clelia e Rosetta sono due facce dell’autore: la prima guarda l’altra dibattersi a morte, capendone sin troppo bene la tragedia senza aver nulla per salvarla, l’altra scendere nel gorgo muta (cfr Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), nel gorgo in cui Cesare-Rosetta scenderà a sua volta circa un anno dopo.
    Nel diario, 26 novembre 1949, Pavese annota che Tra donne sole va collocato “nella realtà simbolica” e, il giorno di Pasqua dello stesso anno, che “Tra donne sole” è un gran romanzo”. Proprio così.

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