Intervista a Nadia Verdile, direttrice della Collana editoriale “Italiane”

Intervista a Nadia Verdile,

direttrice della Collana editoriale “Italiane”

di Emma Fenu

Nadia Verdile

Ho oggi l’onore di intervistare, per Cultura al Femminile, una Donna che molto stimo.

Si tratta di Nadia Verdile: nata a Napoli e residente a Caserta, è docente di Italiano e Storia presso Licei, titolare di seminari universitari, relatrice in convegni di studio, giornalista per “Il Mattino”, autrice di numerosissimi saggi, monografie e volumi didattici.

Dal 2015 è direttrice della Collana editoriale “Italiane”, edita dalla Pacini Fazzi di Lucca, nata con l’obiettivo di far conoscere la vita delle donne che hanno fatto l’Italia e sono state dimenticate dalla memoria collettiva e dai tomi di storia. Ed è proprio in merito a questo progetto di cui discuteremo, per portarlo all’attenzione dei lettori.

 

 

Chi è Nadia Verdile? Che Donna è?

Domanda insidiosa la sua.

Vero, lo è. È  fra le poche intervistate che lo nota.

Chi sono?

Sono un’appassionata, della vita, della bellezza, della conoscenza.

Vivo di scuola, di parole scritte e cercate. Mi sento privilegiata perché faccio lavori che mi entusiasmano, che mi danno la possibilità di dare un contributo alla crescita della nostra umanità.

L’insegnamento, il giornalismo, la ricerca sono tre anime di uno stesso corpo, la cultura che è per me l’unico vero investimento possibile.

Che donna sono?

Sono un’ottimista di natura, intollerante verso stereotipi e pregiudizi che combatto con tutta me stessa.

Sono una donna in pace con la propria femminilità, conquista faticosa ma appagante.

L’ultima affermazione lascia il segno: è una firma. Mi piace.

Da cosa nasce il vostro progetto di cooperazione al femminile?

Nasce dall’incontro tra donne.

Una bella storia e la ringrazio per la possibilità che mi dà di parlarne.

L’incontro con Maria Pacini e Francesca Fazzi, le editrici della Collana “Italiane”, è avvenuto nel 2011.

Lucca la loro città, Caserta la mia, l’interesse per le donne, lo studio comune sul potere negato, l’amicizia con Lella Buzzanca, la storia maltrattata di Maria Luisa di Borbone hanno fatto da collante.

Ci siamo intese da subito.

Credevamo nel bisogno di raccontare storie che non avevano avuto riconoscimenti, che non erano state dette, che andavano dette.

Così, in un autunno colorato di tre anni fa, abbiamo deciso che avremmo potuto lanciare la sfida.

Fare arrivare nelle borse, sui comodini, nelle tasche di tante persone (pensavamo e pensiamo soprattutto alle giovani donne, alle ragazze, a quelle a cui non hanno ancora insegnato che la storia è stata fatta anche dalle donne) i racconti di vita di protagoniste del passato e del presente.

Piccolo formato, rigore scientifico e leggerezza narrativa per essere di facile lettura senza mai cadere negli inciampi sessisti, piccolo formato e piccolo prezzo perché il diritto alla lettura deve essere anche aiutato ad esistere.

Un progetto che mi entusiasma.

La Storia, dunque, è partorita anche dalle donne: perché le informazioni in merito sono ancora scarse?

Viviamo, checché se ne dica, in una società che ha ancora fortissime radici patriarcali.

La storia viene raccontata attraverso questa lente.

Nei libri di storia le figure femminili sono eccezioni, tornano da sempre Cleopatra (a cui si attribuiscono tutti i canoni della seduttrice e ingannatrice e mai nessuno che si sforzi di raccontare la straordinaria capacità di gestione dello Stato e della politica che ella esercitò), Giovanna d’Arco (che è raccontata nella sua dimensione di eroina martire), Elisabetta I e la sua verginità, Maria Antonietta e la sua presunta stupida crudeltà (per secoli si è scritto che fosse sua l’esclamazione «Se non hanno più pane, che mangino brioche». Lo sapevano tutti che non era vero, eppure l’hanno scritto e ce lo hanno insegnato!).

Ma non è solo un problema di narrazione storica.

Pensiamo alla letteratura, alla storia dell’arte, alla filosofia, alla storia della musica, delle scienze, della medicina.

Che fine fanno le donne di queste discipline? Non ci sono. Grazia Deledda, vincitrice del Nobel per la letteratura che spazio ha nei testi scolastici? Irrisorio.

Il lavoro da fare è ancora tanto, e bisogna farlo soprattutto sulle adulte e sugli adulti che hanno il compito di dare esempi.

Quali sono le donne del passato o del presente che sente particolarmente vicine al suo modo di intendere la femminilità?

Vorrei farle un elenco lunghissimo ma mi concentro su una, Cristina Trivulzio.

Se fosse stata un uomo avremmo avuto a lei dedicate pagine intere nei libri di storia, di storia del risorgimento ancor di più.

Attraversò l’ottocento schiacciando, sotto il peso del suo impegno sociale e politico, tutti i pregiudizi che ingabbiavano le donne.

Sposò l’uomo che amava contro tutti, divorziò da lui contro tutti, crebbe da sola una figlia nata “senza padre”, la rese felice, le fece girare il mondo, le insegnò l’amore per la cultura, la bellezza, la vita.

Fu patriota, precorritrice della Croce Rossa, non disdegnò di lavorare per mantenersi nonostante appartenesse ad una delle più nobili famiglie milanesi.

Fu direttrice di giornali, autrice di numerosi scritti, visitò e smascherò gli harem, fece del suo castello a Locate un luogo di sperimentazione di giustizia sociale, visse e amò chi scelse e non chi le veniva imposto, con l’autonomia di chi pone se stessa al centro della propria vita.

«Vogliano – scrisse nel suo saggio Della presente condizione delle donne e del loro avvenire – le donne felici ed onorate dei tempi a venire rivolgere tratto il pensiero ai dolori ed alle umiliazioni delle donne che le precedettero nella vita, e ricordare con qualche gratitudine i nomi di quelle che loro apersero e prepararono la via alla non mai prima goduta, forse appena sognata, felicità!».

Ecco, ricordandola con gratitudine, dico che Cristina Trivulzio incarna, quasi più di tutte, il modo mio di intendere la femminilità: amarsi amando.

“Amarsi amando”: un messaggio meraviglioso e attuale, valido anche in contesti drammatici di cui le donne sono vittime.

Il linguaggio può cambiare la società? Le parole veicolano, inconsapevolmente, retaggi sessisti?

In Italiano esistono due generi: femminile e maschile.

Se non esiste il genere neutro, la lingua può essere neutra?

La lingua italiana, pronta a recepire neologismi, si mostra ostile ai cambiamenti di genere.

E se è vero che la lingua è lo specchio della civiltà che rappresenta e che la società si identifica nel linguaggio che usano i suoi componenti pochi sono i passi avanti fatti negli ultimi 50 anni.

Chi non ha nome, chi non è nominato, non esiste. Chi non esiste subisce il silenzio. Nel silenzio si commettono brutture che vengono taciute, che passano inosservate, che vengono accettate.

Ce la ricordiamo la storia omerica di «Nessuno»?

La diffidenza e l’ostilità che i puristi della lingua hanno nei confronti dei cambiamenti linguistici riguardanti le donne è inconsciamente legata alla paura che la società ha di dare loro più potere.

Non a caso il problema linguistico si pone sempre a proposito di nomi che indicano ruoli di potere.

Nessuno ha difficoltà a dire contadina, fioraia, infermiera, spazzina, maestra, pescivendola.

I problemi vengono fuori quando dobbiamo dire e scrivere ministra, sindaca, assessora, notaia, avvocata. Sono molto spesso le donne stesse che rivendicano per sé, incorrendo in evidente errore, il genere maschile.

Qui balza agli occhi la paura di non essere adeguate nel riconoscimento di genere, vivono il loro essere donne come una diminutio che solo l’uso del maschile maschera.

Quante sono le direttrici di giornali e di telegiornali che si firmano “direttore”? Quasi tutte.

Sono convinta che la lingua sia lo specchio della società, ma sono anche convinta che la società possa cambiare mentalità modificando il linguaggio.

Approfitto della sua disponibilità per sollevare un’altra questione.

Qual è il modo per mettere insieme le parole senza stabilire gerarchie? Semplicemente usare l’ordine alfabetico.

Diremo “bambina, bambino, donna, uomo” e smetteremo di pensare che vengono prima gli uomini, poi le donne, quindi i bambini e da ultime (se prese in considerazione) le bambine. Sembra niente, ma è il perno su cui si incentra la nostra società.

Lo faremo: con la difficoltà che, personalmente, è inculcata dall’abitudine, finiamo per veicolare uno sterotipo che combattiamo e che non ci appartiene.

Come immagina il domani per le generazioni future? Cosa augura alle donne di domani?

Ho una figlia 22enne, Dafne, che vive il suo essere donna fuori da ogni schema patriarcale.

La osservo e penso che forse gli anni di impegno da parte di tutte noi non sono stati vani.

Poi osservo le mie allieve, che sono di qualche anno più piccole, e mi accorgo che forse i tanti anni di impegno da parte di tutte noi non sono stati abbastanza e men che meno sufficienti.

Forte permane la diseguaglianza nelle famiglie, diversi orari tra sorelle e fratelli, diverse responsabilità, diverse mansioni, diversi riconoscimenti e diverse attese.

Alle ragazze continua ad essere insegnato il ruolo subalterno e di cura.

L’esempio è fondamentale, ma anche la formazione è indispensabile.

La scuola, campo nel quale opero e che dunque ben conosco, non compie a fondo questo suo ruolo e questo perché è nel corpo docente, a grande maggioranza femminile, che questa consapevolezza manca.

Auguro quindi alle ragazze di oggi di diventare domani donne consapevoli, di prendere tra le proprie mani il senso del loro essere “femmine”, di viverlo come una dimensione di normalità e non di subalternità.

Auguro alle ragazze di oggi di imparare a viversi con rispetto, di riconoscersi il diritto alla sessualità, all’amore, alle scelte lavorative secondo i propri desideri e non secondo gli schemi predisposti.

Auguro alle donne di domani di non dover mai pensare quello che oggi io sto dicendo a lei.

Ringrazio moltissimo Nadia Verdile per essere intervenuta e aver condiviso con sapienza e semplicità la passione che la anima.

Grazie a lei e a Cultura al Femminile.

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen, dopo aver trascorso un periodo in Medio Oriente.

Sono Laureata in Lettere e Filosofia e ho, in seguito, conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione.
Mi occupo da anni di storia delle Donne, critica, letteratura al femminile e iconografia di genere; tengo un corso di scrittura creativa; recensisco libri, intervisto scrittori; organizzo e partecipo ad eventi culturali; gestisco siti e blog dedicati al mondo della cultura, fra cui “Cultura al Femminile”.

Ho pubblicato un saggio, “Mito e devozione nella figura di Maria Maddalena”, un romanzo – inchiesta, “Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità”, sul lato oscuro della maternità, racconti, fiabe e poesie e una saga familiare, “Le dee del miele”, che si snoda in una Sardegna intrisa di mito e memoria, dove sono le donne le custodi della vita e della morte. Scrivo fiabe, racconti e collaboro per varie antologie.

Un commento:

  1. Intervista molto interessante di una donna che ama la vita e l’affronta con il coraggio e l’orgoglio di essere donna. Condivido il suo pensiero e, a proposito di donne coraggiose, vorrei citare la recente biografia di Cristina Trivulzio Belgioioso descritta nel libro “Passioni” da Maria Gisella Catuogno .

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